Intanto che Salvini mena il can per l’aia, la Meloni riconosce la sconfitta del centro-destra. Né potrebbe fare diversamente dato che la sconfitta la riguarda in prima persona. Accampa, per dovere d’ufficio, ma non ci crede nemmeno lei, la scusa dell’aggressività mediatica dell’ultimo scorcio di campagna elettorale, cui non è stata in grado di rispondere con parole franche e schiette. O perché non erano nelle sue corde oppure perché non poteva farlo.

Che Salvini fosse bollito era già evidente prima dei ballottaggi e, se mai, era, dunque, da lei e dai suoi che poteva arrivare, in particolare a Roma, un colpo d’ ala che rilanciasse il centro-destra. Il che non è avvenuto anche per manifesta inferiorità del candidato scelto. La carenza di una classe dirigente credibile è’ un tarlo che corrode il centro-destra ovunque ed appare come limite severo ed inoppugnabile alla sua aspirazione di poter tornare a guidare il Paese. Dopo Berlusconi, il nulla.

Nessuna leadership sostitutiva, neppure in vista e nella prospettiva della prossima scadenza elettorale. Se a soli due anni dal voto un leader ci fosse, lo si saprebbe già o almeno si saprebbe indicare quella certa persona – o magari un paio – con i carati giusto per essere ritenuta se non altro candidabile. L’ intera parabola di Forza Italia e della stessa coalizione di centro-destra è stata costruita, volutamente ed esclusivamente, sull’ immagine, le fortune ed inevitabilmente le cadute del Cavaliere, cosicché al crepuscolo di Berlusconi fa necessariamente riscontro l’ eclissi della destra.

Almanaccare se l’eventuale guida del governo possa andare a Salvini o alla Meloni, in ragione di chi otterrà i maggiori consensi, è una sorta di “amusement”, un amichevole svago da consumare tra quattro “flaneurs” al bar.
E’ sempre più evidente come Salvini per la Lega sia ormai il problema e non la soluzione. In quanto alla Meloni, con ogni probabilità, ha esaurito la sua spinta propulsiva. Quanto più una leadership politica conosce una progressione rapida – lo abbiamo constatato in non pochi altri casi – tanto più il primo intoppo, sulla strada di una impennata sorprendente dei consensi, rappresenta spesso l’inizio di un declino, magari lento, ma inesorabile o almeno di una stabilizzazione che non consente di andare oltre e conosce, a quel punto, una lenta erosione che toglie smalto all’iniziativa politica.

Ad ogni modo, correttamente Giorgia Meloni rinvia la sconfitta al dato politico, al fatto, cioè, che i tre partiti del polo hanno tre posizioni differenti e nessuna visione comune da proporre al Paese. Il che non è poco, soprattutto se subito poi la Meloni aggiunge che sarebbe bene toglierci di torno Draghi, spedendolo al Quirinale, così da spedire gli italiani alle urne l’anno prossimo, in modo che la tagliamo su e – auspice il bilolarismo che, fatti fuori i 5 Stelle, finalmente torna a splendere sui fatali colli di Roma e sui destini del Paese – consegniamo l’Italia, appunto, ad una simile compagnia di giro. Ma se la sente la Meloni di scommettere che poi finisce davvero come lei spera o ritiene? Considerato attentamente il percorso che la Meloni persegue è francamente una solenne presa in giro per il Paese, cui vorrebbe – e di fretta, prima che le frani il terreno – rifilare un governo retto da forze che lei stessa riconosce spaiate.

La tranvata subita dal centro-destra ha chiarito come i toni sopra le righe, le esasperazioni, gli strepiti, gli atteggiamenti muscolari della destra abbiano forse fatto il loro tempo e stufato perfino parte del suo elettorato.
In particolare, ha mostrato come né la Meloni, né Salvini abbiano il “physique du role” politicamente adatto a guidare il Paese. Ovviamente – e questo per la verità neppure a sinistra – la preoccupazione di riportare gli italiani al voto neppure li sfiora, anzi succedesse non è detto che la prenderebbero bene, nella misura in cui, a questo punto, un maggior concorso alle urne per gli attori di un sistema decotto potrebbe essere un fattore di indeterminazione e di insicurezza.

Resta l’ancora di salvezza del bipolarismo che tanto ha concorso a stremare il nostro ordinamento democratico eppure, grazie alla reciproca complicità della destra e del “campo largo” o “nuovo Ulivo” che sia, consente di blindare in sistema. Forza Italia, con la sua decantata rivoluzione liberale, è talmente indebolita da essere di fatto colonizzata dalle destre, senza potersi sottrarre al loro mortale abbraccio.

Non c’è, dunque, da sorprendersi se uno schieramento di cavalieri, capitani e donzelle in armi non sappia partorire meglio di quanto avrebbero deliberato congiuntamente nel vertice trilaterale di ieri l’altro: concorrere con il nemico a blindare il sistema, restaurare i rispettivi fortini e darsele di santa ragione, facendo finta di giocare alla guerra, in effetti spartendosi, di comune accordo, il bottino, saccheggiando la fiducia di un Paese che sta a guardare.

Domenico Galbiati