Comincia a mancare l’acciaio, quello che c’è costa caro e quello che importiamo è fermo sulle navi davanti ai nostri porti.

Le conseguenze si fanno sentire proprio mentre la meccanica e l’edilizia, grandi utilizzatori, sono in fase di forte ripresa. Ecco uno dei volti ambigui della globalizzazione, considerando che la produzione mondiale di acciaio in vent’anni è più che raddoppiata.

E’ stata una crescita tumultuosa che ha creato non pochi problemi: dalla chiusura di acciaierie obsolete, che ha distrutto interi comparti industriali, alle crisi di interi distretti produttivi, alla esplosione di nuovi produttori dalle dimensioni gigantesche. Tre Paesi: Cina India e Giappone coprono insieme oltre i due terzi della produzione mondiale di acciaio.

L’ultimo scossone era cominciato con Trump, quando ha scatenato una guerra commerciale contro Cina ed Europa imponendo forti dazi alle importazioni.

Poi è venuta la reazione della Commissione Europea che, per fare fronte alla penetrazione dell’acciaio cinese, indiano e turco ha stabilito “norme di salvaguardia”. In pratica un muro, a sua volta, rappresentato da un tetto di quantità importabile per ogni trimestre. Salvo, anche qui,  pesanti  dazi per chi non lo rispetta.

Proprio in questi giorni gli operatori attendono la fine di settembre per avviare l’importazione dell’ultimo trimestre dell’anno mentre le navi attendono loro volta al largo dei porti.  Il rischio è che succeda quello che si è già visto a luglio quando, scaduto il secondo semestre, c’è stata la corsa allo sdoganamento delle nuove quantità e dopo due settimane si era al punto di prima. Non è quindi da escludere che lo stesso accadrà ancora fra un mese.

Tutta la produzione italiana di acciaio non basta certo a coprire il fabbisogno delle nostre industrie. Eppure abbiamo quella che dovrebbe essere la più grande acciaieria d’Europa a Taranto (ex Ilva) pure partecipata dallo Stato e da Arcelor Mittal, ovvero il primo produttore del mondo.  Ma tra sentenze, ricorsi, piani industriali, programmi di investimento, riconversioni di forni, trattative sindacali e interpretazioni contrattuali, l’acciaieria di Taranto funziona poco e produce meno della metà di quanto potrebbe. Per non dire dell’altra, ormai quasi chiusa, acciaieria di Piombino (ex Lucchini) sempre in attesa di piani, progetti, riconversioni, investimenti.

Per nostra fortuna abbiamo altre acciaierie, anche di eccellenza, che funzionano, investono e soprattutto guardano al futuro nella prospettiva della compatibilità ecologica.  Siamo pur sempre il secondo produttore europeo, dietro solo alla Germania, e la produzione lo scorso anno e stata di 24 milioni di tonnellate. Per renderci conto di che cosa sia il mercato basti però considerare che la Cina da sola ne ha prodotto 928 milioni di tonnellate.

La carenza di materiale e l’aumento dei prezzi aprono naturalmente alcuni scenari di ricaduta sul nostro sistema industriale.

Il primo riguarda le conseguenze sui prodotti dell’industria meccanica, essendo ben noto che le esportazioni italiane, che stanno trascinando la ripresa, sono rappresentate per il 50% proprio dai prodotti meccanici. Se si ferma questa componente ne risente ovviamente anche l’intero export.

Il secondo riguarda le difficoltà per molte imprese che non possono sempre scaricare gli aumenti dei prezzi sui loro prodotti finali, e ciò per la pratica diffusa di acquisire dai clienti accordi di fornitura a medio termine con prezzi prefissati.

Il terzo riguarda i costi, oltre a quelli della materia prima, che sono correlati: quelli dei trasporti con i noli che pure registrano forti aumenti di prezzi, e quelli delle riduzioni delle emissioni di Co2 che impongono l’acquisto di titoli di efficienza energetica (TEE) quotati sul mercato. L’ intento è sacrosanto ma il metodo un po’ meno, visto che la solita finanza “creativa” si è infiltrata con intenti speculativi anche in questo settore provocando in tre anni aumenti di oltre il 50%.

Non sarà insomma la “battaglia del grano” di infausta memoria quella che ci attende per l’acciaio.  Ma per affrontare un problema decisamente strategico  in un Paese dove la ripresa è partita, e il governo sta varando un piano ambizioso di investimenti, resta poco tempo.

Guido Puccio

 

 

 

 

 

La carenza di materiale e l’aumento dei prezzi aprono naturalmente alcuni scenari di ricaduta sul nostro sistema industriale.

Il primo riguarda le conseguenze sui prodotti dell’industria meccanica, essendo ben noto che le esportazioni italiane, che stanno trascinando la ripresa, sono rappresentate per il 50% proprio dai prodotti meccanici. Se si ferma questa componente ne risente ovviamente anche l’intero export.

 

Il secondo riguarda le difficoltà per molte imprese che non possono sempre scaricare gli aumenti dei prezzi sui loro prodotti finali, e ciò per la pratica diffusa di acquisire dai clienti accordi di fornitura a medio termine con prezzi prefissati.

 

Il terzo riguarda i costi, oltre a quelli della materia prima, che sono correlati: quelli dei trasporti con i noli che pure registrano forti aumenti di prezzi, e quelli delle riduzioni delle emissioni di Co2 che impongono l’acquisto di titoli di efficienza energetica (TEE) quotati sul mercato. L’ intento è sacrosanto ma il metodo un po’ meno, visto che la solita finanza “creativa” si è infiltrata con intenti speculativi anche in questo settore provocando in tre anni aumenti di oltre il 50%.

 

Non sarà insomma la “battaglia del grano” di infausta memoria quella che ci attende per l’acciaio.  Ma per affrontare un problema decisamente strategico  in un Paese dove la ripresa è partita, e il governo sta varando un piano ambizioso di investimenti, resta poco tempo.

 

Guido Puccio

 

 

 

 

 

 

Comincia a mancare l’acciaio, quello che c’è costa caro e quello che importiamo è fermo sulle navi davanti ai nostri porti.

Le conseguenze si fanno sentire proprio mentre la meccanica e l’edilizia, grandi utilizzatori, sono in fase di forte ripresa. Ecco uno dei volti ambigui della globalizzazione, considerando che la produzione mondiale di acciaio in vent’anni è più che raddoppiata.

E’ stata una crescita tumultuosa che ha creato non pochi problemi: dalla chiusura di acciaierie obsolete, che ha distrutto interi comparti industriali, alle crisi di interi distretti produttivi, alla esplosione di nuovi produttori dalle dimensioni gigantesche. Tre Paesi: Cina India e Giappone coprono insieme oltre i due terzi della produzione mondiale di acciaio.

 

L’ultimo scossone era cominciato con Trump, quando ha scatenato una guerra commerciale contro Cina ed Europa imponendo forti dazi alle importazioni.

Poi è venuta la reazione della Commissione Europea che, per fare fronte alla penetrazione dell’acciaio cinese, indiano e turco ha stabilito “norme di salvaguardia”. In pratica un muro, a sua volta, rappresentato da un tetto di quantità importabile per ogni trimestre. Salvo, anche qui,  pesanti  dazi per chi non lo rispetta.

Proprio in questi giorni gli operatori attendono la fine di settembre per avviare l’importazione dell’ultimo trimestre dell’anno mentre le navi attendono loro volta al largo dei porti.  Il rischio è che succeda quello che si è già visto a luglio quando, scaduto il secondo semestre, c’è stata la corsa allo sdoganamento delle nuove quantità e dopo due settimane si era al punto di prima. Non è quindi da escludere che lo stesso accadrà ancora fra un mese.

 

Tutta la produzione italiana di acciaio non basta certo a coprire il fabbisogno delle nostre industrie. Eppure abbiamo quella che dovrebbe essere la più grande acciaieria d’Europa a Taranto (ex Ilva) pure partecipata dallo Stato e da Arcelor Mittal, ovvero il primo produttore del mondo.  Ma tra sentenze, ricorsi, piani industriali, programmi di investimento, riconversioni di forni, trattative sindacali e interpretazioni contrattuali, l’acciaieria di Taranto funziona poco e produce meno della metà di quanto potrebbe. Per non dire dell’altra, ormai quasi chiusa, acciaieria di Piombino (ex Lucchini) sempre in attesa di piani, progetti, riconversioni, investimenti.

Per nostra fortuna abbiamo altre acciaierie, anche di eccellenza, che funzionano, investono e soprattutto guardano al futuro nella prospettiva della compatibilità ecologica.  Siamo pur sempre il secondo produttore europeo, dietro solo alla Germania, e la produzione lo scorso anno e stata di 24 milioni di tonnellate. Per renderci conto di che cosa sia il mercato basti però considerare che la Cina da sola ne ha prodotto 928 milioni di tonnellate.

 

La carenza di materiale e l’aumento dei prezzi aprono naturalmente alcuni scenari di ricaduta sul nostro sistema industriale.

Il primo riguarda le conseguenze sui prodotti dell’industria meccanica, essendo ben noto che le esportazioni italiane, che stanno trascinando la ripresa, sono rappresentate per il 50% proprio dai prodotti meccanici. Se si ferma questa componente ne risente ovviamente anche l’intero export.

 

Il secondo riguarda le difficoltà per molte imprese che non possono sempre scaricare gli aumenti dei prezzi sui loro prodotti finali, e ciò per la pratica diffusa di acquisire dai clienti accordi di fornitura a medio termine con prezzi prefissati.

 

Il terzo riguarda i costi, oltre a quelli della materia prima, che sono correlati: quelli dei trasporti con i noli che pure registrano forti aumenti di prezzi, e quelli delle riduzioni delle emissioni di Co2 che impongono l’acquisto di titoli di efficienza energetica (TEE) quotati sul mercato. L’ intento è sacrosanto ma il metodo un po’ meno, visto che la solita finanza “creativa” si è infiltrata con intenti speculativi anche in questo settore provocando in tre anni aumenti di oltre il 50%.

 

Non sarà insomma la “battaglia del grano” di infausta memoria quella che ci attende per l’acciaio.  Ma per affrontare un problema decisamente strategico  in un Paese dove la ripresa è partita, e il governo sta varando un piano ambizioso di investimenti, resta poco tempo.

Guido Puccio