In uno dei suoi più recenti articoli pubblicati su queste pagine, Umberto Baldocchi invita a riflettere sulla transizione epocale che stiamo vivendo (CLICCA QUI). A tale proposito, dovremmo, anzitutto, chiederci se si tratti di un processo che, in un certo senso, in virtù della sua complessità, si fa da sé, ci sovrasta e si sottrae ad ogni indirizzo che pur volessimo imporgli oppure se, al contrario, possa essere governato, orientato verso un determinato approdo. Probabilmente è vera un po’ l’una ed un po’ l’altra cosa.

La complessità nasce dalla sovrapposizione di fenomeni differenti, ciascuno dei quali di per sé potrebbe essere descritto in modo lineare e ricondotto ad esiti prevedibili. Senonché, la contestualità di più fenomeni, il loro reciproco condizionarsi, ci spinge nel campo aleatorio dei processi stocastici, dove lo stato delle cose in evoluzione diventa impredicibile e, dunque, ben più difficilmente governabile.

Succede, infatti, che uno scostamento minimo delle condizioni iniziali di un determinato evento può dar luogo ad una divaricazione larghissima ed impensabile dell’approdo conclusivo di quel certo percorso. Come se, in questa fase storica in modo particolare, camminassimo sempre su un crinale tagliente, perennemente a rischio di scivolare o franare su uno dei due versanti, pur senza averlo scelto e quasi a nostra insaputa.

In altri termini, si possono forse applicare – almeno in una certa misura – anche all’ ambito degli accadimenti di ordine sociale, alle mutazioni in cui ci siamo inoltrati, le leggi che descrivono, in natura, i fenomeni non-lineari, ascrivibili al cosiddetto “caos deterministico”? Se l’ analogia dovesse reggere segnalerebbe una condizione piuttosto problematica, che si aprirebbe, però, ad una attesa confortante. Infatti, nei fenomeni naturali caotici, ad un certo punto compare misteriosamente un “attrattore”, cioè un polo di riferimento che, in un certo senso, sta nel sistema eppure, ad un tempo, gli si antepone da fuori ed attorno al quale spontaneamente il quadro si ricompone in un nuovo ordine.

A riprova del fatto che quella ricerca di un senso compiuto di cui non possiamo fare a meno, è già inscritta in natura. E soprattutto che certi processi sono sì effetto di cause efficienti che li sospingono, ma sono altresì determinati da cause formali e finali che li anticipano, come se li richiamassero e li assorbissero nella loro sfera.
C’è, anche nel caso dei fenomeni di carattere sociale, un attrattore – ad esempio, una cultura politica – che sia in grado di concorrere efficacemente a ridare senso compiuto, ordine e prospettiva al sistema? Difficile dirlo. Ma intanto dovremmo chiederci: dove sta oggi il luogo, potremmo dire, della “composizione del conflitto”?

Dove, a che profondità troviamo un terreno sufficientemente solido per costruirci sopra la palafitta delle nostre letture dell’ accadere storico che siano in grado di sorreggere e giustificare la nostra azione? Basta, a questo fine, il repertorio classico delle dottrine socio-politiche che abbiamo ereditato dal secolo scorso e stiamo stiracchiando al di là della scadenza del millennio, non avendo ancora di meglio?

In una società più semplice, più stratificata, come l’abbiamo conosciuta fino a tre-quattro decenni fa, bastava trovare un punto di equilibrio, in qualche modo accettabile, cercando di comporre le tessere del mosaico sociale in un quadro che fosse il più possibile inclusivo e minimizzasse le aree di esclusione o di potenziale emarginazione.
Tanto basta? Oppure, nel mondo complesso e globale, nel quale i corpi sociali vengono sgranati da una prevalente cultura individualista, per rintracciare quel punto di alta e virtuosa mediazione in cui sciogliere le mille contraddizioni che ci assediano, non dobbiamo scendere qualche gradino ed inoltrarci, più da vicino, nello spazio interiore e più intimo della coscienza personale di ciascuno?

E se fosse così, una cultura politica ispirata al personalismo cristiano non avrebbe una sorta di “golden share”
da mettere a frutto? In vista di una “politica” che non sia di esclusiva competenza del “palazzo”, bensì concepita secondo la misura del “pensare politicamente “ che ci insegna Lazzati, sia piuttosto quel patrimonio personale che ad ognuno garantisce, a prezzo di un ampio processo di maturazione civile, capacità critica ed autonomia di giudizio.

Domenico Galbiati