Con il lancio del Manifesto condiviso da Politica Insieme, Rete Bianca e Costruire Insieme si avvia una nuova fase nella definizione di una presenza politica di quanti sono collegati al pensiero popolare e cristiano democratico. Questa idealità ripropone oggi il suo valore e la sua forza  in adesione alla Costituzione e alla Dottrina sociale della Chiesa, basi fondanti di un diverso e originale  impegno pubblico.

Al Manifesto hanno aderito altri gruppi ed associazioni presenti in tutta l’Italia, come i Popolari del Piemonte di Alessandro Risso, amici sturziani del Ciss siciliano,  tra i quali c’è Francesco Punzo, iscritti all’Aidu che riunisce i professori universitari cattolici sotto la presidenza di Alfonso Barbarisi, alcuni imprenditori dell’Ucid, tra i quali il vicepresidente nazionale Massimo Maniscalco. Tante altre realtà e personalità andrebbero ricordate e rimando al lungo elenco dei primi circa 500 sottoscrittori.

Sappiamo che la notizia ha suscitato partecipazione, interesse, ma anche domande. Soprattutto, perché colpisce il termine “ partito” usato da La Repubblica, il primo quotidiano a parlarne. Da un lato,  nascono entusiasmi; dall’altro, emergono quesiti  perché tutti hanno ben presenti gli insuccessi che hanno pavimentato recenti esperienze in campo elettorale.

Credo che sia necessario ben intendersi su quello che il Manifesto significa e sulle prospettive che con esso si aprono.

Chi partecipa alla vita politica deve, ovviamente, tenere conto delle regole che una tale scelta presuppone. La prima, è quella della definizione di un pensiero e di un progetto. La seconda, è il richiamare quanti in essi si riconoscono con l’inevitabile obiettivo di mettersi insieme e, insieme, di ricercare il consenso.

La Repubblica nella sua versione cartacea mattutina di ieri ha presentato la cosa come nascita del partito “ cattolico”, salvo poi rettificare nella versione digitale nella più corretta formula di “ soggetto politico d’ispirazione cristiana”.

Non è questione di lana caprina. Perché, nella fase attuale si tratta di indicare una prospettiva in modo chiaro, senza lasciare spazio ad equivoci. In qualche modo, la formulazione corretta è più ampia e più complessa dell’idea di presentare d’emblée una struttura organizzata, con tanto di statuto, simbolo, nome e un’articolazione capillare sul territorio e nel web.

E’ stato avviato un processo di riflessione e di condivisione sulla base della volontà di essere politicamente organizzati e, tutti assieme, dovremo democraticamente definire ciò che ci sarà da definire.

La recente esperienza sulla questione della fine vita ha dimostrato che ci sono temi su cui si può essere presenti in modo consapevole ed intelligente, anche mancando un partito, se soprattutto vi è la capacità di affrontare le questioni sul piano giuridico –  legislativo. Lo stesso dovrà avvenire su altri temi eticamente sensibili, ma anche sul lavoro, la famiglia, le relazioni umane e sociali, la Pace e il disarmo.

E’ evidente, però, che la partecipazione piena alla dialettica politica richiede un passaggio in più.

Non si intende, però, fare alcuna fuga in avanti, farsi prendere ad ogni costo da velleità elettorali, dalla passione pur comprensibile di segnare una presenza, una testimonianza. Di sicuro, non è opportuno abbandonarsi all’idea di dare vita a una struttura verticistica e centralizzata.

Un fenomeno che voglia davvero presentarsi come “ nuovo” deve tener conto delle trasformazioni intervenute nel modello partito o del movimento, del radicamento nel territorio, delle diverse leggi elettorali con cui è doveroso fare i conti. Insomma, di una miriade di questioni che richiedono pazienza, analisi, cura e un’autentica partecipazione dal basso.

Bene la rettifica del titolo da parte di Repubblica. Non si vede come si possa pensare di dare vita ad un partito che abbia l’ardire di voler rappresentare tutti i cattolici, oggettivamente divisi tra tante opzioni politiche disponibili. E’ stato così ai tempi del Partito popolare sturziano e, poi, con la Dc degasperiana. Lo è oggi a maggior ragione dopo 25 anni di diaspora e del dilatarsi delle proposte presenti in Italia, dentro e fuori il Parlamento.

Noi diciamo di essere quelli che si riferiscono  al pensiero popolare del cattolicesimo democratico, solidale e antifascista. Vogliamo fare politica senza sottovalutare l’importanza dell’orientamento di altri cattolici che credono più loro consono occuparsi di impegno sociale, di formazione, di spiritualità.

La nostra e un’iniziativa esclusivamente laica, cui partecipino credenti e non credenti, senza accampare alcuna pretesa di rappresentare la Gerarchia e il ben più ampio mondo dei fedeli. Sanno benissimo rappresentarsi da soli.

Noi, in ogni caso, riconosciamo apertamente, ne facciamo elemento caratterizzante, come le nostre radici affondino in una storia lunga e feconda che pure ha avuto momenti di profonda sintonia, ma anche differenze non secondarie, con quello che possiamo chiamare il mondo cattolico ufficiale e istituzionale. Amiamo la dialettica e siamo consapevoli della necessità che una grande realtà umana, sociale e culturale riscopra la passione per la “ cosa pubblica”.

La Repubblica, dunque, ha colto nel segno definendo questa nuova ed inedita iniziativa come la prima forma di progetto politico organico dopo la fine della Democrazia cristiana.

Non si tratta, infatti, di ridare vita ad esperienze politiche del passato. Le condizioni del Paese sono tali che non consentono di abbandonarsi alla sola nostalgia.

Offriamo, invece, una proposta di convergenza. Non l’attardarsi in una lotta “ fratricida” come quella che ancora vede caratterizzati i tanti gruppi che si dicono eredi della Dc. Lo facciamo con le idee chiare e sulla base di precise scelte, di cui ci assumiamo la piena responsabilità, perché c’è bisogno di novità e di facce non usurate. Un punto su cui continueremo ad insistere fino alla noia.

Con questo Manifesto diciamo che si mettono insieme competenze, ingegni, generosità e passioni dirette a creare un fatto “ nuovo” nella politica italiana.

L’intenzione è quella di  superare la logica della divisione per schieramenti precostituiti. Siamo consapevoli che dobbiamo dar vita a un soggetto autonomo. Non perché siamo così sciocchi da metterci a misurare millimetricamente la stessa distanza da tenere tra centrodestra e centrosinistra, ma perché sappiamo che nessun partito oggi risponde alle esigenze di introdurre nella società, nella vita politica, nei rapporti economici quel solidarismo, quella sussidiarietà, quel rispetto della dignità della persona e la ricerca della Giustizia sociale che giustificano la nostra presenza. La nostra autonomia non è di posizionamento, ma di contenuto.

Giustamente, il portavoce di Rete Bianca, Dante Monda, ha parlato alla Adn Kronos “ di impostazione autonoma ed alternativa, di centralità, non centro, categoria vuota, di un moderatismo già visto e senza concretezza politica”. Ed ha aggiunto: ”al centro vogliamo porre le questioni urgenti per il Paese perché il partito non si fa in laboratorio e il dibattito che si vuole avviare è contro l’artificiosità di alcune operazioni lontane dalle persone dato che la centralità è il cittadino”.

Noi sappiamo di essere antitetici alla destra e alternativi alle attuali espressioni del centro sinistra. Personalmente credo che, alla luce dell’attuale situazione in cui versa quest’ultimo, possiamo essere noi ad avere l’ardire di creare una credibile presenza antagonista ad una destra non moderna, sciovinista ed antieuropea e ai riaffioranti spunti neofascisti, antisemita, razzisti.

Non basta, però, pensare di risolvere tutto con gli anatemi e le dichiarazioni stentoree che si contrappongono ad altri altrettanto verbosi interventi, molto spesso destinati a restare sul piano della propaganda elettorale. Dobbiamo segnare un qualcosa di differente con la riproposizione di un pensiero, di una capacità propositiva, politica e legislativa, ed anche, diciamocelo francamente, a partire dal linguaggio. I nostri sono avversari politici, non sono nemici di cui non debba essere rispettata l’umanità, la sfera personale.

Questa è la vera sfida che abbiamo dinanzi. Non basta declinare la nostra identità. La dobbiamo sturzianamente trasferire in progetti, in proposte di legge, in interventi pubblici seri, validi, tecnicamente ben costruiti, giuridicamente ineccepibili, economicamente sostenibili. E’ quello che è mancato negli ultimi 25 anni al mondo cattolico interessato alla politica.

Questo progetto deve vedere il coinvolgimento di nuove energie. Che camminino sulle gambe o siano presenti nei cervelli e nel cuore di ventenni o di ottantenni non cambia. E’ certo che si deve ricercare un nuovo personale politico capace di mettersi a disposizione con generosità ed abnegazione e per fare questo non c’è necessità di esibire alcuna carta d’identità che indichi questa o quella età. E’ certo, però, che una forza politica credibile deve occuparsi del futuro e, dunque, cominciare a consolidare una presenza che non può non partire da chi questo futuro dovrà viverlo in maniera più piena, come sono i giovani. Il nostro amico Galbiati, riferendosi a Steinbeck, ricorda che i giovani sono la freccia e i vecchi sono l’arco ( CLICCA QUI ).

Non respingiamo certo chi finora ha creduto in altre opzioni politiche, chi è stato vicino al centrodestra, come al centrosinistra. Conosciamo bene la diaspora, le sue motivazioni e il suo dispiegarsi. Solo che il nostro obiettivo è quello di segnare una convergenza credibile e sostenibile. Non può bastare limitarci ad un volere stare tutti assieme, senza una verifica dell’autentico convenire politico e istituzionale.

Ci sono tante sensibilità, esperienze e punti di vista che devono essere messi assieme. Non sarà facile, ma non è impossibile.

Del resto, il quadro politico è tale che, a mio avviso, si sono create delle condizioni favorevoli per un progetto capace di attrarre un consenso più largo rispetto ai tanti tentativi fatti nel passato. Soprattutto se da quei tentativi sapremo trarre le lezioni giuste.

Giancarlo Infante