Noi siamo fatti per dare un senso alle cose o almeno rintracciare una spiegazione, un qualche motivo che consenta di riportare ogni evento dentro un orizzonte di ragionevolezza. E quando non ci riusciamo, quando siamo costretti ad arrenderci all’evidenza dell’irrazionale, ci sentiamo a disagio, in qualche modo spiazzati. Se non abbiamo a portata di mano una soluzione, ne fabbrichiamo un surrogato.

L’ uccisione a Civitanova di Alika ha toccato la coscienza degli italiani; questa volta ha scosso anche il mondo della comunicazione. Non a caso il disagio psichico dell’ assassino, l’asserito disturbo bipolare è stato ampiamente riferito, commentato, un po’ forse enfatizzato dal mass-media. Come se questa volta sentissimo un po’ tutti il bisogno di chiamarci fuori, l’urgenza di dipingere il mostro, di inchiodarlo in una “diversità” tutta sua e, quindi, per noi rassicurante. Senonché, questa asserita estraneità innocente sembra essere la faccia di una medaglia che, sull’ altro verso, questa volta almeno, reca l’ impercettibile sensazione che qualche colpa ricada anche su di noi. Ed, infatti, nessun gesto è talmente singolare e circoscritto da sfuggire al contesto complessivo, al costume mentale della collettività in cui si pone. La predicazione di disprezzo, l’ostilità, il livore seminato contro gli immigrati ci attraversa sottilmente e questa volta ci ha fatti sentire tutti un po’ colpevoli e sporchi.