Che Giorgia Meloni abbia il vento in poppa è ormai opinione talmente diffusa da doverne dubitare, come dev’esser fatto ogni qual volta una convinzione appaia talmente granitica da diventare un luogo comune, tale per cui si sottrae alla costante verifica di un giudizio critico. Ma, soprattutto, quanto più il vento soffia nelle vele, tanto più dev’essere fermo il braccio che regge il timone.

E nella destra – perché di questo si tratta, dopo la resa ingloriosa di Berlusconi – a voler essere schietti, il timone non c’è o, tutt’al più, è talmente conteso da far legittimamente temere che, dopo la necessaria bonaccia della campagna elettorale, quando la caravella dovrà affrontare il mare aperto, non sia affatto da escludere che una rissa sulla plancia di comando la porti ad insabbiarsi ben presto su una secca. Per ora la destra fa di tutto per far dimenticare la lacerazione verticale e profonda che l’ha attraversata nella stagione del governo Draghi. E gode di quella distrazione mediatica delle sue contraddizioni interne che le offre il centro-sinistra, nella misura in cui mette in scena uno spettacolo talmente deprimente da catturare, quasi in esclusiva, l’attenzione della pubblica opinione.

Verrebbe da porre – per la verità, ad ambedue gli schieramenti – una domanda preliminare. Quanto pensano possa durare la prossima legislatura? Lavorano davvero – come, di prammatica, non possono che affermare spavaldamente gli uni e gli altri – per un quinquennio che prenda il toro per le corna ed affronti a viso aperto le questioni di capitale rilievo che abbiamo di fronte? Oppure, l’interlocuzione sostanziale, più che al Paese, guarda soprattutto ad una regolazione dei rapporti interni a ciascuno dei due fronti, anche diretta a definire la più puntuale “cifra” politica delle due coalizioni? In altri termini, sono pronti i nostri eroi, al di la delle “querelle” domestiche, ciò che realmente conta e, cioè, ad affrontare la scena europea ed internazionale? Di questi tempi è impossibile “governare”, cioè imprimere al Paese una direzione di marcia cui concorrano organicamente tutte le politiche di settore, secondo la loro incomprimibile pluralità, se non si prendono le mosse da una identità puntuale.

Per tornare ai tormenti sopiti che turbano la destra, la Meloni dovrebbe spiegarci come stanno insieme il nazionalismo nostalgico e la sua nuova formale propensione europeista, spacciata accanto ad un atlantismo talmente declamato ed evidentemente funzionale solamente a ricevere l’ agognato “nihil obstat” americano per Palazzo Chigi. ll nazionalismo è, in effetti, una malattia tipica della senescenza di un popolo e, come tale, poco o nulla ha a che vedere con quella aspirazione all’unità politica del Vecchio continente, che sarebbe il miglior viatico che le nostre generazioni dovrebbero saper trasmettere a figli e nipoti. Anzi, nazionalismo ed europeismo sono antitetici: non a caso, il primo viene sempre invocato da chi voglia intralciare lo sviluppo del secondo.

Per quanto si ammanti di fanfare e di toni aulici e cerchi di mostrarsi gagliardo e giovanilistico, il nazionalismo rappresenta piuttosto il sostanziale ripiegamento su di sé che una coscienza nazionale sviluppa quando non è più in grado di tenere la cresta dell’onda e continuare ad essere creativa. In altri termini, è una forma di studiato, artefatto auto-compiacimento che tradisce una postura narcisistica. E il narcisismo è una malattia che imprigiona il proprio “ego” in una bolla di autoreferenzialità esiziale. Si tratta di un percorso che concerne il soggetto singolo, ma pure, in modo del tutto analogo, la collettività. Né il nazionalismo ha a che vedere con quello spontaneo e naturale sentimento nazionale che, con orgoglio, vanta i successi e la storia del proprio Paese, inteso come popolo prima che come “etnia”, ma pur sempre in un rapporto aperto ed orientato ad un dialogo fecondo con altre culture.
Al contrario, spacciato come nuova categoria interpretativa, come chiave di lettura e presupposto dell’azione politica, diventa, soprattutto a fronte della complessità sociale, una sorta di coltre che, di fatto, ottunde e tradisce la coscienza della ricchezza morale di un popolo e approda a quella sua estrema degenerazione rappresentata dal “sovranismo”.

Domenico Galbiati