Giorgia Meloni e Matteo Salvini, per quegli strani paradossi in cui finiscono per cacciarsi quei politici che fanno interrogare sul fatto che possano essere considerati dei leader di autentica dimensione nazionale, indipendentemente dai titoli di giornale loro dedicati, provano a dare la colpa alla Ministra dell’Interno Lamorgese per i clamorosi attacchi neo fascisti a Palazzo Chigi, alla sede della Cgil e a un pronto soccorso di un ospedale romano. La responsabilità di una vergognosa pagina di violenza sarebbe da addebitarsi alle forze dell’ordine.

Se si volesse scherzarci sopra, potremmo pure dirci d’accordo, ma solo perché ne hanno arrestati troppo pochi. Certo i caporioni sono stati presi, ma non sarebbe male cominciare a scendere un po’ per li rami. E magari, d’ora in poi, far salire sui cellulari tutti quelli che fanno il saluto romano, lanciano slogan antisemiti e razzisti.

Particolarmente avvilente è stato sentire Giorgia Meloni dirsi ignara sulla matrice di quei fatti. Ma che voleva che si materializzassero fez, manganelli, bottiglie con l’olio di ricino per avere la conferma che quella è gente che si riferisce al suo stesso passato: quello del neofascismo? Non è bello vedere che si prova, anche sulle cose serie, a prenderci in giro.

Dobbiamo giungere a riconoscere, semmai, che queste reticenze confermano una contiguità e, in taluni casi, ben più di essa. Lo stesso vale anche per Salvini, il cui tentativo di scaricare tutto sull’inefficienza delle forze dell’ordine è ancora più criticabile visto che, per anni ed anni, il suo partito ha fatto parte di governi che, da un lato, promettevano sicurezza e, dall’altro, tagliavano i bilanci destinati a ciò che è necessario a garantire seriamente l’ordine pubblico.

Chi non ricorda il famoso poliziotto di quartiere? Mai incontrato uno. I leghisti di sicuro, visto che preferivano organizzare le loro ronde. Non per salvaguardare i presupposti del nostro ordinamento democratico, bensì per rendere la vita impossibile agli immigrati e a controllare chi non la pensa come loro. Se indubbiamente a Roma c’è stato qualche incapacità ad assicurare un pronto intervento, questo non giustifica il tentativo di cambiare le carte in tavole e rimproverare gli aggrediti.

Resta il dato politico. Quando si giunge ad assaltare e a devastare la sede nazionale di un sindacato vuol dire che si è superato la linea di guardia e che è venuto il momento di guardare anche alla troppa condiscendenza mostrata verso fenomeni da stroncare al primo stormir di foglie. Questi neofascisti sono al di fuori della Costituzione e come tali vanno trattati. Applicandola e, quindi, mettendo fuori legge quelle organizzazioni che sono fasciste.

Un forte esempio viene dalla Germania. Negli ultimi tempi si sono svolti processi ad ultranovantenni, persino a qualche centenario. Alla sbarra, dopo tanti decenni, è finito, o finita, chi si macchiò di gravi crimini nei campi di concentramento nazisti. A nessuno sfugge la necessità che la pietà debba intervenire persino con chi non ne ebbe e la negò con ferocia agli altri. Ma è altrettanto vero che non può essere abbassata la guardia di fronte a dottrine aberranti che negano i fondamenti del vivere civile. Per quanto tardi, si deve ben sapere che, in attesa di quella divina, se del caso, intanto giunge la giustizia umana.

Ha ragione Giorgia Meloni: sono degli imbecilli. Noi riteniamo che l’espressione migliore da usare, anche da parte sua, dovrebbe essere: questi neofascisti sono degli imbecilli. Dirsi oggi fascista o nazista, infatti, lascia poco spazio ad altre possibilità di giudizio. Se limitarsi a definirli imbecilli rischia di apparire quasi una scusante o una presa di distanza a metà, allora non ci siamo proprio.

Per quanto ci riguarda, diciamo senza mezzi termini, che per noi vale, e come se vale!, la pregiudiziale antifascista sulla cui base sono nate la Repubblica e la sua Costituzione.

Giancarlo Infante