La statura di un politico, specie se uomo di governo come lo è stato Amintore Fanfani, si misura da solide radici culturali, capacità di visione del futuro, innovazione, realizzazioni eque e giuste, compassionevoli e concrete.

Amintore Fanfani (1908 – 1999) fu cinque volte presidente del Senato della Repubblica, sei volte presidente del Consiglio dei ministri e per nove volte ministro della Repubblica. Nel 1965 fu presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e nel 1972 fu nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone. È stato segretario nazionale della Democrazia Cristiana (1954-1959 / 1973-1975) e presidente del partito (1975-1976). È considerato come uno fra i più importanti e celebri politici italiani del secondo dopoguerra e della Prima Repubblica; si distinse anche come storico dell’economia e come storico dell’arte. Fu grande amico di Giuseppe Lazzati, Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira; con loro fu tra padri della Costituzione. Sua è la formulazione del primo articolo della Carta costituzionale: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro“.

Furono definiti i “professorini” perché tutti giovanissimi e brillanti professori universitari. Animarono una politica economica nel segno della giustizia sociale e della pace. Una politica dell’armonia in coerenza con la Dottrina Sociale della Chiesa. Posero le basi per un eccezionale sviluppo del nostro paese, combattendo anche le diseguaglianze del liberismo senza freni. Le radici della filosofia storica di Fanfani, posta a base del pensiero economico che elaborò, furono senza dubbio cristiane. Affondano infatti nel personalismo storico di Jaques Maritain (1882 – 1973) filosofo francese, allievo di Henri Bergson, convertitosi al cattolicesimo. La sua opera più famosa, Umanesimo integrale (1936), ha formato profondamente il pensiero sociale cristiano.

Pochi ricordano che Fanfani ebbe una intensa relazione con Lui. Ne fu in Italia il primo recensore degli scritti giovanili. Poi gli inviò sempre le sue opere, a partire da Capitalismo, protestantesimo e cattolicesimo del 1934 (rinnovato nel 1944) e così istaurò col filosofo francese un rapporto epistolare che divenne successivamente personale e amichevole quando Maritain fu a Roma quale Ambasciatore presso la Santa Sede.

Fanfani ebbe anche una intensa attività internazionale. Si pensi, come riferisce Ettore Bernabei nel volume “L’Italia del ‘Miracolo’ e del futuro” (2012), che il Presidente Kennedy volle che Fanfani andasse a incontrarlo negli Stati Uniti. Al primo incontro gli disse: “Ho bisogno che Lei mi assista perché io ho studiato economia sul suo testo ‘Capitalismo, protestantesimo e cattolicesimo’. Vorrei ora far sì che le sue idee fossero applicate negli Stati Uniti e nei paesi in via di sviluppo” (pag. 113, in nota).

Di Fanfani ho appena letto (confesso per caso) un libro uscito postumo nel 2014 e curato da Monika Poetinger per il Centro Studi “Amintore Fanfani” di Arezzo (Edizioni Polistampa): “Dall’Eden alla terza guerra mondiale”. È un testo che rappresenta al tempo stesso la summa del pensiero storico di Fanfani e il suo testamento politico, sempre attuale.

La pubblicazione, realizzata sulla base di manoscritti che Fanfani aveva preparato e poi rivisto e integrati negli anni 1991- 1992, riassumendo in sé un decennio di studi, si concentra su temi come le innovazioni tecnologiche della terza rivoluzione industriale, i loro effetti sull’occupazione e sulle strutture economiche e sociali, il rapporto tra la mutata struttura economica e le istituzioni, i cambiamenti nelle relazioni internazionali. Credo che Fanfani intuisse già nel 1991 che eravamo di fronte a quel “cambiamento d’epoca” di cui parla oggi Francesco. Addirittura, egli è ben consapevole, ad esempio, delle potenzialità dell’evoluzione informatica e dei rischi manipolatori che porterebbero a una sua deriva Orwelliana verso assetti autoritari (pag. 136).

Per Fanfani gli sviluppi improvvisi della tecnologia (e quando scriveva i computer erano ancora poco sviluppati, mentre gli smartphone -l’IPhone è del 2007- non esistevano e così i social) rendevano completamente inadeguate le istituzioni che si erano sviluppate a seguito della seconda rivoluzione industriale. Perché- si legge nell’introduzione- “da questi nuovi mezzi, che l’uomo aveva creato per utilizzare efficacemente le risorse a sua disposizione, conseguisse un progresso civile era dunque necessario che cambiassero anche i fini che la volontà dell’uomo poneva al proprio agire. Dal liberalismo e dall’individualismo si doveva passare alla partecipazione”. Partecipazione da estendere a quella dei lavoratori nelle decisioni della vita aziendale (pag.140, 151 e 155).

Fanfani aveva poi chiara una consapevolezza: le innovazioni richieste alle istituzioni sarebbero avvenute a velocità diverse. Conseguentemente “si sarebbe accentuato il primato tecnologico di Stati Uniti e Giappone, già all’avanguardia nei confronti di Europa e paesi sottosviluppati (pag. 142) con il parallelo aggravarsi del divario Nord-Sud”. Ciò comportava un impatto negativo sulla “pace goduta finora”. Parole che rimandano al pensiero di Jean-Jacques Servan-Schreiber esposto nel libro “La sfida americana “del 1969 e alla sudditanza dell’Europa verso gli USA in termini di predominio nelle conoscenze, nella ricerca, nell’industria (e in campo militare- oggi in questi giorni di aprile ne parla anche il presidente Macron…).

Per il politico e scrittore francese per competere nella sfida l’Europa sarebbe dovuta diventare una ‘federazione’ (in un ambito di multilateralismo, vedi sotto) pena la sua irrilevanza geopolitica – (pagg. 146 e ss.). Conclude così il suo libro “Il progresso è una battaglia…la storia delle società umane si è poco differenziata fino ad oggi, dalla storia militareLe società avanzate (Stati Uniti, Russia, Europa) <ndr. La Cina allora era irrilevante> sono giunte al termine di tale storia. Fra esse gli scontri saranno solo virtuali o termonucleari…ipotesi quest’ultima da non escludere…; ma l’ipotesi storica che ci conviene prendere…è la pace atomica. Vale a dire la guerra industriale”.(pag. 220).

Purtroppo, un libro scritto dai due colonnelli superiori dell’Aeronautica cinese (Qiao Liang e Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2001, Prefazione del generale Fabio Mini), concepito nel 1996 e pubblicato nella versione originale in lingua cinese già nel 1999, ci allarma. Vi si sostiene, fra l’altro, che attorno al 2020 gli apparati economici, industriali e tecnologici di Cina e USA saranno equivalenti e i primi 2 al mondo. Quindi i 2 stati saranno in competizione col rischio del predominio di uno sull’altro. Potrà nascere un conflitto. Così però concludono: il popolo americano non è adeguatamente preparato ad affrontare i nemici dal punto di vista psicologico, in termini di provvedimenti, in particolare per quel che riguarda il pensiero militare e i metodi operativi che ne derivano. Ciò in quanto gli americani non hanno mai considerato mezzi contrari alla tradizione e di adottare sistemi operativi diversi dai mezzi militari.

Speriamo bene!

Tornando al libro di Fanfani -per la curatrice Poitinger- esso è un messaggio, che “di fronte all’uomo che ha perso il controllo del suo agire economico è un grido di ribellione. […] Con l’enfasi del predicatore di un nuovo umanesimo, lo statista richiama l’uomo ad esercitare la propria volontà nell’indirizzare le proprie azioni e a riappropriarsi della responsabilità del progresso economico” e della pace di tutta l’umanità. Un messaggio rivolto soprattutto ai giovani.

In estrema sintesi queste le ricette -attualissime- che Fanfani propone nella convinzione che in un mondo nuclearizzato se non si opera a favore di “una strategia della pace e della sopravvivenza” si rischia “una sfida missilistica apocalittica.”:

-impegnarsi contro la proliferazione nucleare (è purtroppo di questi giorni, a seguito della guerra in Ucraina, il continuo venir meno di accordi presi a suo tempo tra USA e URSS, oggi Russia);

-adoperarsi per l’equilibrio ecologico, “nella difesa della natura e dell’ambiente e quindi della sopravvivenza”, anche -nel solco delle speranze di Giorgio La Pira di trasformare le spade per farne aratri – utilizzando le riserve di materiale nucleare militare per produrre energia elettrica (al tempo in cui Fanfani scriveva si stimava che la potenza di uranio e plutonio impiegato per fabbricare bombe avrebbe potuto sostituire ben 2,4 miliardi di tonnellate di petrolio);

Per raggiungere tali risultati occorre “aprire la partecipazione di tutti i popoli, ed in seno ad essi di tutti i cittadini , a bene identificare i diritti di ogni persona e di ogni comunità”. Tale partecipazione –si veda il capitolo XI (Adeguamenti partecipativi nella società del prossimo 2000)- deve avere estesa applicazione anche in campo internazionale, superando il bipolarismo USA-URSS (oggi Russia e/o Cina). Si tratta di “aggiornare il principio di partecipazione, col passaggio dal bipolarismo ancora intermittente, ad un multipolarismo solidarista ben definito e rispettato” (pag.158).

Come non pensare alla Fratelli Tutti e alle recenti sottolineature del Papa sulla “Unità nella diversità” del genere umano, oltre al dibattito internazionale portato avanti dalla Cina e dai paesi non allineati. Scrive Fanfani (pag 134): “Si direbbe che si stia per constatare quale imponente mezzo costruttivo anche per la nuova società, segnalò Gesù Cristo con grande impegno ed insistenza, invitando all’amore per il prossimo”. E aggiunge -citando un rapporto di Mesarovic e Pestel al club di Roma del 1983- che oggi si chiede all’uomo di dare al progresso economico e tecnologico un diverso orientamento…” non più in spirito di carità, ma di necessità”.

 

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