Lo scorso 11 novembre sono intervenuto al Comune di Caltanissetta alla intitolazione della sala dei Capigruppo al
nome di Luigi Sturzo. Di recente II nostro Presidente Tiziana Amato mi ha chiesto di riprendere l’argomento, e lo faccio molto volentieri. Cercherò di tracciare le linee fondamentali del pensiero sturziano, ma anche di calarlo nella drammatica attualità che tutti noi stiamo vivendo.

Non è possibile capire il pensiero e l’azione di quest’uomo straordinario se non si tiene presente che essi sono stati
costantemente guidati dalla sua fede religiosa. Si può ben dire che egli è un Profeta moderno che, guidato dallo Spirito Santo, ha cercato per tutta la vita di fare il Bene e di lottare contro il Male.

Sturzo era appena ventenne quando, nel 1891, papa Leone XIII pubblica l’enciclica “Rerum
novarum”: ne rimane profondamente colpito, tanto da farne la stella polare della sua azione. In
particolare fa proprio un concetto basilare dell’enciclica papale: il primato della persona umana.
L’uomo, con i suoi bisogni materiali e spirituali, è nato per essere libero, e lo stato deve costruire solo
la “cornice” entro la quale possa svilupparsi la sua libera iniziativa. Esattamente il contrario del pensiero
marxista (ma anche del successivo movimento fascista), che predicavano la dittatura di uno stato
dominatore assoluto della vita economica e sociale. Ma ridurre le libertà economiche, secondo Sturzo,
è il primo passo per soffocare la libertà tout court. Quindi l’antistatalismo di don Sturzo, la sua
concezione autenticamente liberale, ma temperata dai valori cristiani, nasce prestissimo e si consolida
attraverso il grande rilievo che egli dà all’azione di tutti i “corpi intermedi”: partiti politici, sindacati,
associazioni culturali, di volontariato e così via.

Questa concezione della società Sturzo la mette in pratica nei 15 anni della sua pro-sindacatura di
Caltagirone, sua città natale, che sotto la sua guida realizza un notevole sviluppo economico e sociale.
Nel 1919 Luigi Sturzo fonda il Partito Popolare Italiano, con il famoso appello “A tutti gli uomini liberi
e forti”. Cento anni dopo i punti fondamentali del suo programma restano estremamente attuali:
• la difesa della famiglia (oggi minacciata dalla forte diminuzione dei matrimoni e dall’aumento dei
divorzi);
• la tutela della moralità pubblica (oggi ancora più degradata di allora);
• la libertà d’insegnamento (“ogni scuola, pubblica o privata, deve dare i suoi diplomi non in nome
dello stato, ma in nome della propria autorevolezza”);
• la libertà delle organizzazioni sindacali e la tutela del diritto al lavoro;
• la soluzione del problema del Mezzogiorno;
• l’autonomia degli enti locali;
• la riforma della burocrazia (oggi ancora più lenta e inefficiente di cento anni fa).

Il P.P.I., di cui Sturzo diventa segretario politico, si scontra ben presto con il nuovo movimento
fascista. Nato nell’autunno 1922, dopo tre anni di gravissima crisi, il governo Mussolini, anche i
popolari all’inizio accettano di collaborare, ma pochi mesi dopo, riunito a Torino il Congresso, Sturzo
attacca decisamente il fascismo, evidenziando il contrasto insanabile di principi e di comportamenti con
il popolarismo. Da quel momento si aggravano le violenze fasciste contro esponenti popolari, culminate
con il brutale assassinio del sacerdote don Minzoni. Giunge infine a don Sturzo la richiesta vaticana di dimettersi dalla segreteria del P.P.I. e pochi mesi dopo, minacciato di morte, è costretto a prendere la via dell’esilio, che durerà ben 22 anni.

Anche dall’estero egli prosegue senza sosta la sua battaglia, criticando duramente la guerra coloniale, prendendo posizione contro Franco nella guerra civile spagnola, sollecitando l’intervento degli Stati Uniti contro il nazifascismo.
Negli anni dell’esilio Sturzo approfondisce ulteriormente il suo pensiero: intuisce che il sistema
economico nel futuro avrebbe avuto un’evoluzione eccezionale, che tuttavia avrebbe comportato gravi
rischi per la dignità dell’uomo.

Sentite questi passi, che danno la cifra esatta della sua intelligenza straordinaria:
“Alcuni hanno timore dell’enorme potenza che acquista il capitalismo internazionale, che supera
confini statali e limiti geografici. Tale timore è simile a quello per le acque di un grande fiume. Il grande
fiume è una grande ricchezza, ma può essere un grave danno: dipende dagli uomini evitare questo. Ma
quello che non dipende dagli uomini è che il fiume non esista. Contro l’allargamento delle frontiere
economiche dai singoli stati ai continenti insorgono piccoli e grandi interessi nazionali, ma il
movimento è inarrestabile: l’estensione dei confini economici precederà quella dei confini politici. I
nazionalisti che resistono al progredire dell’idea comunitaria e si attaccano alle ragioni nazionali,
rappresentano un regresso sia in campo internazionale che interno politico e sociale. Gli stati uniti d’Europa non sono un’utopia, ma un ideale a lunga scadenza, con varie tappe e molte difficoltà. Occorre procedere a una revisione doganale che prepari un’unione economica con graduale sviluppo, fino a poter sopprimere le barriere interne.”
Sapete quando Sturzo scrisse il libro da cui sono stati tratti questi passi? Nel 1928! Vi sembra
esagerato definire “profetico” chi ha scritto queste parole quasi un secolo fa?

Sturzo torna dall’esilio nel 1946 e fino alla morte, avvenuta nel 1959, continua a scrivere di economia
e di politica, diventando la coscienza critica del Paese. È la sua ultima battaglia contro quelle che
definisce “le tre male bestie”: lo statalismo, la partitocrazia, lo sperpero di denaro pubblico.
Egli denuncia lo statalismo come un residuo ideologico del fascismo. Nel 1957 scrive: “combatto
contro tutti gli enti statali e parastatali che abbondano di privilegi, abusano del potere economico e delle
protezioni politiche, invadono con ritmo crescente l’ambito dell’iniziativa privata.”

Allo stesso modo Sturzo accusa la “partitocrazia”, come illegittima occupazione delle istituzioni da
parte dei partiti. Battutosi per l’autonomia regionale in Sicilia, pochi anni dopo manifesta tutta la sua
delusione: “Si favoriscono le categorie impiegatizie e si creano enti inutili, parassitari e costosi. I
politici regionali si attribuiscono compensi pari a quelli dei deputati di Roma, e vengono meno alla
regolarità dell’amministrazione. L’industrializzazione non sia fatta con le cattedrali nel deserto, ma
seguendo le esigenze prioritarie della Sicilia: turismo, agricoltura specializzata, pesca, porti, ferrovie.”
Purtroppo queste severe parole rimasero inascoltate, anzi nei decenni successivi le amministrazioni
regionali e locali siciliane hanno gonfiato a fini clientelari i loro organici, a detrimento di una seria
politica di sostegno al sistema produttivo, con i risultati disastrosi che stanno sotto i nostri occhi. Anche le denunce di Sturzo contro lo spreco del denaro pubblico sembrano scritte oggi: “C’è tanta corruzione in giro,
tanti appetiti a danno dello stato che non si ha più il senso della misura. Se non si mette una barriera in nome di principi saldi, sarà impossibile farvi argine” (1951).

In queste settimane, nelle quali tutti noi abbiamo vissuto la gravissima crisi del Covid 19, mi sono chiesto quali riflessioni avrebbe fatto Luigi Sturzo e quali proposte avrebbe avanzato per superarla. Innanzitutto egli avrebbe duramente criticato gli aspetti deteriori della globalizzazione, come lo sfruttamento delle popolazioni del terzo mondo, l’avidità di denaro che ha portato a enormi concentrazioni di ricchezza, il dissennato sfruttamento delle risorse naturali. E avrebbe ribadito le parole pronunciate da Papa Francesco la drammatica sera del 27 marzo: “In
questa tempesta inaspettata e furiosa ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. E ci siamo resi conto di
trovarci tutti sulla stessa barca, chiamati a remare insieme e aiutarci a vicenda”.

Venendo al nostro Paese, Sturzo in primo luogo si sarebbe battuto per sostenere il reddito di tante persone che con la
chiusura forzata delle attività hanno perso il lavoro e non riescono a mantenere i loro figli. In secondo
luogo avrebbe chiesto misure tempestive per sostenere la ripresa delle attività produttive, attraverso un
risarcimento del fatturato perso, la sospensione degli adempimenti fiscali e una robusta iniezione di
liquidità. In terzo luogo egli avrebbe sollecitato l’Unione Europea a varare un poderoso programma di
modernizzazione di tutti i paesi europei. In questi giorni la Commissione UE ha annunciato qualcosa di
simile: il “Recovery Fund” da 750 mil. di €, che si aggiunge (se approvato in via definitiva) agli altri
fondi già stanziati, per complessivi 2400 mld. Sturzo ne sarebbe stato felice, e avrebbe proposto di
realizzare un vasto programma di infrastrutture materiali e digitali, di affrontare il dissesto
idrogeologico, e infine di investire nel miglioramento dell’ambiente. In Italia avrebbe contrastato con forza il neo-statalismo, per cui molti vagheggiano una “nuova IRI” nella quale far confluire tante aziende nazionalizzate, dall’Alitalia alle autostrade alle banche e così via: un nuovo carrozzone di cui dovremmo sopportare a lungo le perdite.

In conclusione, Luigi Sturzo in tutta la sua lunga vita ha dimostrato che la politica può diventare,
come ha scritto Papa Paolo VI, “la forma più alta di carità”, cioè il modo più nobile di amare il
prossimo. Ma è essenziale che l’impegno pubblico si compia “per servire e non per servirsi”, cioè che
l’ambizione personale venga sempre subordinata ai bisogni reali delle persone, alla loro dignità e al loro
benessere, non solo materiale ma anche spirituale.

Questo è il grande insegnamento che egli ci ha lasciato e di cui tutti dovremmo fare tesoro.

Francesco Rosario Averna

 

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