Finalmente è finita la lunga kermesse europea sul Recovery Fund. Nessun vinto e nessun vincitore. Maurizio Cotta ci conferma che  si è trattato di un successo per l’Europa ( CLICCA QUI ). Un risultato importante, per far provare all’intera Unione, e soprattutto ai paesi che ne sono stati più colpiti, a trovare il bandolo della matassa per ripartire davvero dopo la pandemia. Il problema vero che abbiamo noi italiani è se e quando usciremo dalla mentalità della tattica e ci si potrà porre quella di elaborare una vera e propria strategia valida per il cosiddetto “sistema paese”. Soprattutto: chi è in grado di farci fare questo salto di qualità? L’attuale sistema politico e istituzionale?

In politica sono più le volte che si perde di quelle in cui si vince. Purtroppo, nel nostro Paese si finisce per ridurre tutto allo stesso criterio con cui i tifosi seguono la loro squadra del cuore e non si mette nel conto che sulle cose serie è già importante agguantare almeno un pareggio.

Quel che è maturato a Bruxelles, in realtà, era nelle cose da tempo. Grazie alla Germania e alla Francia, c’è da dire, ciascuno ha visto riconoscere una buona parte delle proprie attese. Non perché Berlino e Parigi siano state improvvisamente prese da uno spirito altruistico, che non è proprio sempre cosa della politica. La verità è che siamo in una fase in cui si è costretti a scommettere sull’Europa. Quella ad un’unica velocità che, perso per strada il Regno Unito, può trovare un nuovo equilibrio e finalmente  superare le politiche dell’austerità imposte nell’ultimo decennio quando si è continuato a guardare all’esistente a scapito dello sviluppo.

Le trasformazioni in atto nel quadro mondiale, invece, questo esigono. La Merkel, al contrario di quel che pensano i suoi critici a oltranza, ha maturato il convincimento che è interesse della Germania più restare la locomotiva di un’Europa unita, piuttosto che avventurarsi da solitaria nel confronto con le altre potenze mondiali. Che la cosa sia frutto solamente di una realistica considerazione a noi deve interessare relativamente.

Del resto, neppure noi italiani in Europa ci siamo mai andati con una visione davvero altruistica e seguendo un puro spirito europeista. Questo lo scrivevano i giornali e lo propalavano le televisioni nei decenni scorsi. La vera differenza tra noi e gli altri grandi paesi dell’Unione è sempre stata definita dal fatto che tedeschi, francesi e britannici, fino a quando questi ci sono restati,  hanno continuamente lavorato seguendo una loro idea di “sistema paese”. I nostri rappresentanti, persino chi abbiamo mandato a tutelare le nostre necessità all’interno delle istituzioni comunitarie, hanno finito spesso per prodigarsi per interessi, sì, italiani, ma molto parziali, accettando la logica dello “scambio” parcellizzato, avulso da una visione strategica e, dunque, senza guardare oltre la contingenza del momento. Questo spiega, ad esempio, perché abbiamo sottoscritto il Trattato di Dublino sull’immigrazione che ci fa ancora inevitabilmente trovare particolarmente esposti da soli alle ondate migratorie.

La forza delle cose registrate nel corso dell’ultimo biennio, con pochi meriti da parte nostra, ha cambiato la situazione. In effetti, il risultato appena raggiunto a Bruxelles era già tutto scritto. Ci sono adesso le complesse procedure da sostenere, ci sono i tempi necessari a ricevere effettivamente i finanziamenti e tante altre cose che definiscono un accordo ovviamente figlio di spinte e controspinte, fortunatamente alla fine sfociate in una mediazione. Tutto è bene quel che finisce bene e pure Giuseppe Conte ha avuto le sue soddisfazioni, di non poco conto per noi italiani. Soprattutto, ci si è messi in direzione del riconoscimento che si deve cominciare a parlare di un Debito pubblico complessivo dell’Unione, anche se ancora non si riesce a parlare apertamente di Eurobond.

Come più volte abbiamo detto, il pendolo ha invertito il proprio corso con le elezioni europee dello scorso anno quando gli antieuropeisti hanno raggiunto il loro picco massimo e dopo di che hanno cominciato a perdere. E’ una cosa che hanno capito  bene Orban, egli continua a contrattare le provvidenze europee con taluni atteggiamenti semi liberticida in patria, così come i polacchi: antieuropeisti a casa loro, alla ricerca di aiuti sostanziosi a Bruxelles. Da buoni “sovranisti” hanno fatto sponda ai paesi come Italia e Spagna affatto disponibili a lasciare che i propri conti vengano passati sotto la lente d’ingrandimento di un olandese di turno.

A prendere atto che il clima sia cambiato sembra che non ci sia ancora arrivato Matteo Salvini, oramai perso lungo una parabola destinato a renderlo sempre più periferico e marginale, anche negli equilibri politici nazionali. Oggettivamente, la reazione del capo della Lega alla notizia del raggiunto accordo dimostra di essere in difficoltà. Il Governo ha ottenuto quello di cui lui ha parlato tanto, ma non vuole riconoscerlo. Accampa pretesti del tutto risibili e, come al solito, demagogici.

Un elemento di possibile contraddizione del prossimo futuro potrebbe venire dall’essere le regioni più produttive d’Italia  guidate proprio da uomini suoi. Hanno ragione quelli che pongono il quesito sul ruolo da “tappo di bottiglia” che il Capitano esercita per la realtà settentrionale, così intimamente collegata al resto d’Europa? Quando la Lega capirà che seguendo l’attuale suo capo fino alle estreme conseguenze rischia di ritrovarsi parcheggiata ai margini di uno di quei processi storici che contano?

La più scaltra Giorgia Meloni resta ondivaga. A denti stretti riconosce il successo di Conte. Si rende conto di come siano mutati i punti di riferimento internazionali e di quanto sembri consolidarsi l’assetto politico nazionale e al tempo stesso sente forti i vincoli con il campo allestito con il capo legista, ma questo andava bene quando sembrava che tutto congiurasse per un tracollo dell’Europa. Forza Italia aumenta un po’ i decibel con cui chiede l’utilizzo del Mes introdotto per la sanità, ma non ha il coraggio di cambiare definitivamente passo e abbandonare gli alleati anti Europa. In uno scenario completamente mutato gli uomini di Berlusconi sembrano continuare solo a preoccuparsi di qualche posto da prendere nei consigli regionali per i quali si andrà al voto il prossimo settembre.

Giuseppe Conte è il nostro Radames e torna vincitore? Per chi riduce la politica, soprattutto quella internazionale, ad una partita di pallone c’è da dire di si. Persino il Ministro dell’Economia Gualtieri ne tesse apertamente le lodi e il Pd, più che mai, lo sostiene. La cosa torna utile per ignorare la crisi esistenziale del centrosinistra e per spingere ancora di più i 5 Stelle a trasformare un’alleanza occasionale in una di legislatura. Grazie ai soldi europei si può provare a prendere una boccata d’ossigeno e far divenire l’intesa realizzata attorno a Conte una cosa diversa dalle intenzioni iniziali basate sulla provvisorietà dell’accordo raggiunto con Beppe Grillo?

Rutte e Kurz, ai quali forse non sarebbe male restituire con gli interessi quello che hanno provato a fare all’Italia, nel momento in cui si dovesse finalmente parlare di una politica fiscale europea, non debbono però essere dimenticati. In qualche modo, solleticano la nostra cattiva coscienza. Dovremmo rintracciare  nel loro atteggiamento la conferma che è necessario, da soli, cominciare a parlare davvero di un moto di trasformazione cui sottoporre con forza il nostro Paese.

Finora abbiamo avuto la Commissione Colao e gli Stati generali. C’è da chiedersi se non siano solamente serviti a presentarci meglio a Bruxelles nella difficile trattativa dei giorni scorsi, visto come sono repentinamente scomparsi dal proscenio. Intanto, però, c’hanno confermato che il metodo è buono. Solo che dovrebbe essere perseguito guardando ad un piano di legislatura, se non a a dieci, quindici anni, cosa che l’attuale Governo e il Parlamento che ci ritroviamo non sono in grado di fare. Ciò sarebbe possibile solo dopo una scomposizione e ricomposizione dell’assetto politico del Paese, da raggiungere magari grazie all’introduzione di una nuova legge elettorale in grado di dare una definitiva scossa ad un sistema esausto e, per larga parte, inconcludente.

Giancarlo Infante

 

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