Il Consiglio Europeo dopo cinque giorni di tesi incontri e scontri ha evitato il fallimento e ha raggiunto un accordo. Che giudizio possiamo dare sui suoi contenuti? Rinviando ad una più attenta lettura dei dettagli (sicuramente importanti) che non è oggi ancora possibile proviamo comunque a dare una valutazione di massima.

Come è ovvio una valutazione richiede che si specifichino il punto di vista e di conseguenza i criteri di giudizio. Cominciamo dunque da qui.

Nella discussione ci si è concentrati per lo più su chi esca vincitore da questa battaglia negoziale: l’Italia o l’Olanda; il premier italiano Conte o quello olandese Rutte, o la cancelliera tedesca Merkel o il presidente Macron? E poi sulla quantità degli aiuti messi in campo.

Naturalmente porsi questi interrogativi è tutt’altro che irrilevante: il successo o l’insuccesso negoziale in momenti così rilevanti sono sicuramente suscettibili di rafforzare o indebolire la posizione politica dei leader nel proprio paese. Soprattutto quando si approssimano elezioni (come è il caso del premier olandese Rutte) o quando una coalizione di governo è al suo interno fragile (come è il caso dell’Italia). E’ sempre più chiaro infatti che in Europa politica domestica e politica europea si influenzano in misura che non può essere trascurata date le crescenti interazioni tra i due livelli sia sotto il profilo dei vincoli che sotto quello delle risorse (come in particolare è ora il caso). Naturalmente anche la quantità delle somme messe in campo è importante purché non si dimentichi che il valore della quantità dipenderà molto dalla qualità della implementazione.

Ma forse è il caso di mettersi prima di tutto in un’altra prospettiva, non quella dei singoli stati membri, ma quella dell’Unione. Per delle buone ragioni. Nel momento in cui la gravità della crisi pandemica e delle sue conseguenze porta gli stati membri a rivolgersi all’Unione per un sostanzioso aiuto (evidentemente perché ci si rende conto che la strada nazionale solitaria non è capace di far fronte a questa situazione) interrogarsi sullo stato di salute dell’Unione e se esca migliorato da questo Consiglio dovrebbe esser la prima domanda da porsi.  Se usciamo un poco dalla prospettiva strettamente nazionale che troppo spesso egemonizza il nostro modo di ragionare, diventa abbastanza chiaro che se stiamo dentro questa certo complessa costruzione che è l’Unione Europea e non decidiamo veramente di andarcene come ha fatto il Regno Unito (qui da noi qualcuno magari minaccia a parole di farlo, ma senza avere il coraggio e la coerenza di trarne tutte le conseguenze) è importante che questa Unione funzioni e sia all’altezza delle gravi crisi che questi anni ci presentano ( e che il futuro sicuramente ci riserverà).  Proprio chi si lamenta che l’Europa faccia poco e male per il nostro paese (e naturalmente ragioni per lamentarsi ce ne sono) dovrebbe mettere al centro dell’attenzione questo punto: come può l’Unione Europea aiutare meglio i suoi cittadini.

Le crisi economico-finanziaria e migratoria degli ultimi anni hanno mostrato con sufficiente chiarezza che l’Unione e le sue istituzioni erano male attrezzate per rispondere a emergenze di grande portata soprattutto quando colpiscono in maniera fortemente asimmetrica i diversi paesi membri. La ragione è abbastanza semplice: c’è troppo poca Europa. Le risorse di cui dispone l’Unione sono quantitativamente e qualitativamente troppo limitate per potere fronteggiare e riequilibrare le conseguenze di crisi importanti. Ma c’è di più,  il sistema di governo dell’Unione è troppo squilibrato a favore della componente intergovernativa (quella che vede i governi nazionali decidere nel Consiglio europeo e nei Consigli dei ministri) e a svantaggio della componente federale, cioè la Commissione. Questa conformazione fa sì che sia difficile far emergere l’interesse comune e che si scatenino invece i conflitti fra gli interessi dei singoli paesi. Se la crisi economico-finanziaria è stata contenuta è stato essenzialmente grazie al maggiore ruolo acquisito dalla BCE (una istituzione veramente federale) pur con i limiti che necessariamente ha una Banca centrale, come peraltro è stato continuamente ripetuto dai suoi ultimi presidenti. Lo stesso non è invece avvenuto per la crisi migratoria dove mancava una istituzione federale che potesse prendere in carico il problema e tutto si è arenato negli egoismi nazionali

La nuova crisi aveva visto però già nelle settimane passate alcune importanti novità (in particolare l’attivismo della Commissione Europea nel proporre un piano ambizioso di intervento) che ora il Consiglio europeo sembra confermare e che inducono a parlare di un buon accordo per l’Europa e quindi anche per i paesi membri. Vediamo dunque in sintesi le ragioni di questo giudizio di massima:

  1. Di fronte a questa crisi l’Unione Europea si è mossa con ben maggiore tempestività che in passato ed ha mostrato di essere in grado di raggiungere un accordo importante in tempi ragionevoli.
  2. L’UE ha messo in campo, attraverso una pluralità di strumenti, una quantità di risorse nettamente maggiore che in passato (si pensi alla modesta entità del cosiddetto piano Juncker maturato nel 2015 sette anni dopo l’esplosione della crisi economico-finanziaria del 2008. Certamente si tratta ancora di risorse inferiori a quelle mobilitate da alcuni grandi stati, ma il progresso rispetto alla storia della UE è significativo.
  3. Si tratta di risorse che provengono dall’Unione attraverso la creazione di un debito comune garantito dal bilancio pluriennale europeo. Siamo dunque di fronte a qualcosa di diverso dal Meccanismo Europeo di Stabilità che era stato costituito con un atto intergovernativo e con un finanziamento iniziale e pro quota degli stati membri.
  4. La Commissione Europea, cioè l’unico organismo europeo che è politicamente responsabile verso i cittadini europei attraverso il Parlamento Europeo e le elezioni europee, dopo il suo ruolo di stimolo attraverso il disegno del programma Next Generation EU (o Recovery Fund), mantiene un ruolo importante nel delineare le linee guisa e i criteri di spesa per i programmi nazionali che saranno presentati dagli stati per ottenere i nuovi fondi e poi per controllarne l’esecuzione. Anche se rimane il ruolo del Consiglio dei ministri europeo nel validare a maggioranza qualificata le valutazioni della Commissione, questa conserva un ruolo centrale.
  5. In questo processo la Germania, il paese più grande e forte dell’Unione, e quindi necessariamente un attore determinante per le scelte politiche del continente, ha corretto in misura significativa le sue posizioni tradizionali improntate a un dogmatico rigore finanziario e ha riconosciuto esplicitamente che “quel che è bene per l’Europa è bene anche per la Germania”. Ha quindi mitigato la sua tradizionale opposizione a una Transfer Union e accettato il rafforzamento del principio di solidarietà. Il riposizionamento della Germania se è stato essenziale per questo accordo potrebbe fornire la base per ulteriori sviluppi futuri dell’Unione qualora sia accompagnato da comportamenti saggi di altri paesi membri.

Naturalmente ci sono in questo accordo anche significativi limiti. Rimane un meccanismo di finanziamento del bilancio comunitario troppo dipendente dai trasferimenti dagli stati membri che quindi sono indotti a chiedere sconti quando la bilancia tra versamenti e benefici sembra troppo squilibrata (sono stati proprio questi sconti ottenuti da molti paesi tra i quali l’Olanda che hanno consentito il raggiungimento dell’accordo). La strada di un rafforzamento della capacità impositiva diretta dell’Unione (annunciata in questo accordo) deve essere perseguita con determinazione se si vuole dotare la Commissione di strumenti di intervento adeguati alle sfide future. Tutta la procedura di controllo sull’impiego dei fondi europei rimane troppo barocca. E infine il nuovo Recovery Fund è almeno nelle intenzioni uno strumento temporaneo che a crisi finita dovrebbe terminare. In questo caso, ma naturalmente il futuro rimane incerto, l’Unione si troverebbe di nuovo debole in caso di crisi.

Ora, appena il nuovo piano riceverà tutte le approvazioni parlamentari richieste, si apre naturalmente un’altra partita altrettanto importante: quella dell’uso dei fondi distribuiti. Una partita importantissima per i paesi beneficiari (con l’Italia in prima fila) ma anche per l’Europa tutta. Da come saranno spesi dipenderà il rilancio dei singoli paesi nei prossimi mesi e di tutta l’Unione.

L’Italia, come era giusto data la gravità della crisi, ha ottenuto un aiuto consistente da parte dell’Europa. Sarebbe importante che questo aiuto non induca a cullarsi nell’illusione che il Paese ha sempre diritto ad essere assistito. Parafrasando la famosa frase di un presidente americano: prima di chiederti che cosa può fare l’Unione per te, chiediti che cosa puoi fare tu per l’Unione. Credo che questo cambio di prospettiva sarebbe particolarmente importante nella politica italiana. Uno dei più grandi paesi dell’Unione oltre a chiedere dovrebbe con più serietà interrogarsi su che cosa può dare.

Maurizio Cotta