Un partito d’ispirazione cattolica dovrebbe avere come punto di riferimento il Vangelo e la dottrina cristiana e il comandamento fondamentale dell’amore verso Dio e il prossimo.  A parte l’amore verso Dio che attiene alla sfera personale di ognuno di noi, dare da mangiare agli affamati e bere agli assetati dovrebbe essere il primo obiettivo del futuro partito.

I poveri nel mondo sono circa tre miliardi di cui  un miliardo “sopravvive” con meno di un dollaro al giorno e due miliardi che “campano” con meno di due dollari al giorno.  Per aiutare questa massa di poveri l’ONU ha previsto lo stanziamento dello 0,7% del PIL dei paesi ricchi per eliminare la povertà assoluta. In questi ultimi anni gli aiuti internazionali verso i paesi in via di sviluppo sono  calati. Nel 2018 secondo l’OCSE si registra un calo degli aiuti al terzo mondo del 2,7% e l’Italia, in particolare ha diminuito del 21% le risorse stanziate.

Nel 2018 i paesi ricchi hanno destinato in media solo lo 0,31% del proprio reddito nazionale lordo agli aiuti allo sviluppo, ben al di sotto dell’obiettivo dello 0,7% fissato ormai 50 anni fa e raggiunto fino ad oggi solo da Svezia, Norvegia, Regno Unito e Danimarca. L’Italia destina all’aiuto ai paesi in via di sviluppo lo 0,23% del reddito nazionale lordo e l’aiuto allo sviluppo proveniente dai paesi ricchi è solo di poco superiore alle fortune di Jeff Bezos, l’uomo più facoltoso del mondo.

A fronte di questo calo degli aiuti è aumentato l’arrivo di migranti e proprio per fronteggiare l’accoglienza ai rifugiati è stato speso più di un quarto dei fondi destinati allo sviluppo. Parallelamente a questi processi si sta verificando un grande aumento delle disuguaglianze sociali. A livello mondiale l’attuale sistema economico consente a una ristretta élite di persone di accumulare enormi  fortune mentre centinaia di milioni di persone lottano per la sopravvivenza con salari da fame.

In Europa ci sono 342 miliardari e 123 milioni di persone, quasi un quarto della popolazione, a rischio povertà o esclusione sociale. Si allarga la forbice tra ricchi e poveri e la diseguaglianza nel mondo si è accentuata negli ultimi venti anni. Negli ultimi venti anni infatti  la diseguaglianza è cresciuta praticamente ovunque, in modo particolare in Nord America, Cina, Russia e India. Molto più moderata la crescita in Europa dove la tassazione è progressiva e il sistema di welfare riesce a riequilibrare le diseguaglianze.

Il mondo è ricco e tuttavia i poveri aumentano in mezzo a noi. Il reddito mondiale è quasi di 12000 dollari pro capite eppure centinaia di migliaia di persone vivono ancora in condizioni di estrema povertà senza cibo,alloggio,assistenza sanitaria, scuola, elettricità, acqua potabile e servizi igienici adeguati e indispensabili. Che fare?  Prima di tutto occorre ridurre gli sprechi e i beni superflui che caratterizzano il mondo occidentale (basta pensare al boom dei tatuaggi!).  Il consumo di beni superflui  brucia risorse e priva altri esseri viventi delle risorse delle quali necessitano per soddisfare i propri bisogni vitali. Si è calcolato che nell’eventualità che il resto del mondo sviluppi uno stile di vita simile a quello del mondo occidentale per disporre dell’energia e dei materiali necessari  sarebbe indispensabile sfruttare almeno altri due pianeti di caratteristiche equivalenti a quelle della terra. In altre parole la società dei consumi può sopravvivere solo in una parte del mondo a condizione di poter sfruttare anche le risorse dell’altra parte.

Altro settore di intervento potrebbe essere quello della riduzione delle spese militari che attualmente rappresentano il 2,2% del PIL mondiale con tendenza all’aumento.  Altra leva fondamentale da attivare per ridurre le diseguaglianze sociali e la povertà è quella della imposizione fiscale. In tempi di crisi economica debbono pagare quelli che stanno al “top”! Un recente documento del  Vaticano (Oeconomicae et pecuniariae quaestiones) sostiene che occorre una nuova architettura finanziaria internazionale che sostenga lo sviluppo dei paesi poveri.

I 50 più ricchi del mondo che hanno un patrimonio equivalente a 2,2 miliardi di dollari potrebbero salvare milioni di vite e finanziare l’assistenza sanitaria di ogni bambino povero del mondo. Occorre elaborare nuove forme di economia e finanza e intraprendere una riflessione etica su taluni aspetti della intermediazione finanziaria il cui funzionamento ha prodotto palesi abusi e ingiustizie ed ha creato crisi sistematiche di portata mondiale. Occorre una tassa sulle transazioni finanziarie per risolvere buona parte del problema della fame nel mondo.

Altra questione fondamentale è quella dei paradisi fiscali. I paradisi fiscali sono i paesi dove si pagano meno tasse. Società e privati vi spostano capitali, fondano società offshore, godono del segreto bancario e di tasse irrisorie. Il 75% di questa ricchezza offshore sfugge al controllo del fisco e i paradisi fiscali costano all’Italia 6,5 miliardi all’anno; un gettito che è finito per l’80% in Olanda, Lussemburgo, Irlanda, Ungheria, Malta e Cipro. Bisogna negare i fondi pubblici alle aziende con sede in paesi europei meno costosi e bisogna ridurre le differenze nella tassazione dei redditi delle società nei diversi stati dell’Unione Europea.

Eliminare i paradisi fiscali significa introdurre principi di giustizia fiscale e sociale e recuperare risorse per risolvere il problema della fame nel mondo con particolare riferimento all’Africa. Occorre un piano Marshall per l’Africa. Il piano Marshall fu messo in atto dagli Stati Uniti nel 1947 per finanziare la ricostruzione dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale e prevedeva uno stanziamento pari all’1,1% del PIL degli Stati Uniti per l’acquisto di generi di prima necessità, prodotti industriali, combustibile, macchinari e mezzi di produzione. Nello stesso tempo diverse centinaia di consiglieri economici statunitensi furono inviati in Europa, mentre fu consentito a studiosi ed esperti europei di visitare impianti industriali e di frequentare corsi d’istruzione negli  Stati Uniti. Il piano terminò nel 1951 e i risultati furono senza dubbio positivi consentendo ai paesi beneficiari di superare l’indice di produzione prebellico migliorando le condizioni di vita delle popolazioni. Contemporaneamente gli  Stati Uniti ripristinarono un mercato di sbocco per i loro prodotti con esiti positivi anche per la loro economia.

Un piano lungimirante con notevoli finanziamenti all’altezza del momento storico. Una proposta organica, una sfida per gli attuali leader politici che debbono valutare attentamente i rischi per la pace mondiale causati dai grossi squilibri economici esistenti a livello mondiale.

Maurizio Angellini e Stefano Aldrovandi