Le dinamiche del tavolo

Le “forze di opposizione rappresentate in Parlamento” siederanno al tavolo del “campo largo”, incaricato di redigere – entro novembre – il programma della coalizione di sinistra. Le altre no.

Per forza di cose devono ammettere al tavolo pure Renzi, dato che il criterio per escludere Ruffini ed Onorato, Magi ed il redivivo PSI deve pure avere una sua plausibilità. Anche chi, cominciando da Conte, considera Renzi una iattura, deve stare al gioco ed annetterlo, pur di poter trincerare il campo, blindare l’alleanza attorno agli “aventi causa”, evitare il sovrappopolamento, escludere Ruffini ed affini, reclutarli come truppe mercenarie attorno ad un disegno di cui non sono autorizzati a definire l’impianto. Peraltro, è comprensibile – se ci si pone nella logica di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni – che largo il campo debba essere, necessariamente, “stretto” il tavolo.

I limiti strutturali del sistema

Se gli attori fossero più numerosi e variegati la partita del programma diventerebbe ingestibile anche sul piano meramente tecnico della sua conduzione. Se alle differenze profonde, su argomenti vitali, tra i quattro di cui sopra si sovrapponessero altre sfumature, ciascuno dei soggetti maggiori in campo sarebbe tentato, giocando di sponda, di far valere la marginalità dei minori, a vantaggio delle proprie tesi e ne verrebbe fuori una tela di Penelope senza fine.
In altri termini, la vicenda del programma è destinata a risolversi in una sorta di sfida a “guardia e ladri” tra PD, Cinque Stelle ed AVS, nella quale ciascuno dei tre deve puntare – anche in modo differenziato per temi ed argomenti – ad un rapporto preferenziale con uno degli altri due e, nel contempo, guardarsi da entrambi. C’è da perdersi.

Il rischio – per il Paese – è che, infine, dal tavolo stretto del “campo largo” venga fuori non una mediazione e forse neppure un decente compromesso, ma, tutt’al più, un aggiustamento lessicale di posizioni che permangono divergenti.

È quel che passa, oggi, il convento del bipolarismo….talvolta, si può immaginare, perfino a dispetto della buona volontà di qualche suo protagonista. Il difetto è – come sosteniamo da sempre e via via i fatti confermano – è strutturale, concerne l’impianto del sistema.

Domenico Galbiati

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