È opinione comune che le elezioni di “metà mandato” negli Stati Uniti siano destinate a produrre i loro effetti sullo scacchiere complessivo delle relazioni internazionali e, in modo particolare, sul destino dei conflitti armati tuttora sanguinosamente aperti.
Questo è il primo versante di una doppia partita. Se Trump dovesse perdere si può seriamente temere che dia da matto e faccia cose finora impensabili perfino a fronte delle devastanti performances di cui ha dato prova fin qui.
Se dovesse vincere possiamo immaginare, anche in questo caso, la reazione smodata di un soggetto francamente patologico che – questo è il risvolto drammatico della situazione – ha conquistato la posizione di potere più rilevante al mondo, non a dispetto, ma forse grazie al suo evidente disturbo della personalità.
Gli anticorpi della democrazia americana
Sotto questa prima partita se ne nasconde un’altra perfino più intrigante. Si tratta di capire se la più grande democrazia del mondo abbia o meno conservato gli anticorpi necessari ad impedire l’avanzata della marea autocratica impersonata da Trump, prima che questa raggiunga un punto di non ritorno che le consenta di inondare il Paese intero e sostanzialmente trasformarlo. Si tratta di una questione rilevante per l’Europa, per almeno due motivi.
L’Europa, da sola, è destinata ad essere l’ultimo bastione a difesa dei valori di democrazia, libertà e giustizia che dovrebbero rappresentare l’anima e la cifra distintiva del cosiddetto Occidente? In secondo luogo, dal momento che oggi i rapporti internazionali, oltre che sulla geometria degli interessi strategici, sembrano orientati a prediligere anche fattori di affinità ideologica, la ricostruzione di un serio rapporto di “partnership” tra le due sponde dell’Atlantico non passa forse dalla tenuta degli ordinamenti democratici negli USA?
La sfida culturale e i rischi dell’autoritarismo
Insomma, questa seconda partita, se possiamo chiamarla così, distribuita su un arco temporale di lunga durata è, fin d’ora, una cosa seria e rappresenta forse l’incipit di un più ampio processo di ridefinizione delle forme del potere. Conteso tra la “ragione comunicativa”, la ragione della politica e della parola e la “ragione strumentale”, la ragione della forza e degli automatismi della tecnica. Si tratta di un processo profondo di cui forse avvertiamo solo le prime avvisaglie. Un fenomeno che precede Trump, il quale addirittura, ne rappresenta più il prodotto che non l’attore.
I cascami della globalizzazione, la complessità incontenibile, la tecnicizzazione crescente della vita stanno creando un ambiente, una mentalità comune, una cultura che finisce, per sua natura, per prediligere forme autoritarie e dirigiste del potere in tutti i campi. Peraltro, i poteri autoritari godono spesso della complicità di cittadini inerti che sono sfiduciati e stanchi di sopportare gli oneri che la democrazia comporta.
Domenico Galbiati