A Minneapolis pulsa ancora il cuore democratico e liberale del popolo americano? Non è del tutto smarrita la memoria dei valori che hanno fatto grande l’America ? E’ ancora vivo lo spirito della frontiera, la coscienza di una missione che la storia ha assegnato al “nuovo mondo”? E’ ancora accesa sotto le ceneri frastornate di un tempo difficile, la brace del “sogno americano “?
E’ difficile dirlo in un’ America che si è consegnata alla libidine del potere che domina la politica di Trump, eppure oggi appare attonita, come se si svegliasse da un sogno e cadesse nell’ incubo di un regime che nulla ha da spartire con la sua storia. Difficile dire se vi sia un punto dove possa assestarsi la bilancia che commisura le due Americhe: quella delle urne e quella delle strade e delle piazze di Minneapolis e delle altre città dove lo sconcerto è pari solo all’indignazione.
Probabilmente continueranno ad oscillare, ancora per molto, gli umori di un popolo che – ed è la carta vincente di Trump – è impaurito, non vede certezze nel suo domani, non ha chi possa alzare la bandiera di una visione nuova e rassicurante e, ad un tempo, antica, nel segno dell’ opportunità offerta ad ognuno, perché vada oltre, avanzi alla ricerca di un sogno e di un destino.
Prima e dopo Trump c’è e perdurerà fino a soluzione – se mai ci sarà – quella mutazione strutturale delle forme di un potere che le “cattedrali” della tecnologia più avanzata avocano a sé e strappano alla politica, come se volessero svellere dal suolo americano la vocazione universale in cui – nel bene e nel male – ha creduto, per sostituirla con le istanze degli affari e del mercato.
In fondo, lo stigma dell’ America è pur sempre l’epopea del West, quella corsa, fatta di speranza, di ardimento e di avventura, verso una terra ignota, verso un destino da immaginare e da osare. La sua non è una storia rattrappita su di sé, rassegnata a consegnarsi al demone ossificato dell’ algoritmo piuttosto che alla duttilità libera e consapevole della coscienza. Ed è possibile rinverdire – in un tempo non breve che consenta di distillare i veleni dell’ oggi – un’alleanza atlantica delle coscienze e delle libertà, prima che non delle armi? Senza commettere l’ingenuità di oscillare da una visione drammatica ad una elegiaca dell’ America, è possibile che l’Europa quanto più diventi autonoma, tanto più si affermi come bastione autorevole della libertà, della democrazia e dei valori di giustizia e di solidarietà, di trasparenza e di fiducia, di speranza, di appartenenza ad un comune orizzonte di senso, che le sono vitalmente connessi?
La frontiera che ci riguarda oggi è lì dove la pone Trump – e con lui le “sette sorelle” o quante sono, transitate dal petrolio alla tecnologia, cioè le “corporazioni” dei nuovi poteri autoreferenziali – tra difesa degli ordinamenti democratici e involuzione autocratica cui sembrano destinati. L’Europa ha sufficiente discernimento di sé, memoria della sua storia, consapevolezza della sua cultura, tale da alimentare quel sentimento di coesione e fiducia nei propri mezzi perché si affacci da protagonista sulla scena internazionale ?
Domenico Galbiati