La cosiddetta “operazione speciale militare” o più propriamente aggressione-invasione dell’Ucraina ad opera delle forze armate russe scattava il 24 febbraio scorso e già 24 ore dopo gli Uffici legislativi del Ministero Difesa, degli Affari esteri e dell’Economia e finanze, con il coordinamento del DAGL (dipartimento Affari giuridici e legislativi) della Presidenza del Consiglio erano bell’e pronti a portare in Consiglio dei ministri il decreto legge “Interventi urgenti per l’Ucraina”! Ebbene, in tanti ci si chiede: “che fretta c’era?…”

Personalmente posso assicurare che tale e tanta tempestività non è mai esistita nell’ambito dell’attività degli uffici “di diretta collaborazione” (ne sono testimone). E ciò induce ad insospettirsi per il fatto che l’apparato di Governo dimostri emblematicamente a tutto il Paese ed al Parlamento che per entrare, praticamente, in guerra sia pur per delega siamo così efficaci e capaci; mentre categorie produttive e professionali attendono, invano, da lungo tempo l’adozione di centinaia di decreti attuativi. Il sospetto, legittimo, è che la lobby degli armamenti  sia davvero la più potente al mondo e faccia sentire il proprio peso anche sull’establishment italiano e che parimenti la NATO, già Patto atlantico, fa tremare le gambe a ministri e sottosegretari di Stato d’ogni appartenenza.

I nostri nonni ci ripetevano saggiamente che “la fretta è una cattiva consigliera”, ma questi, sani principi non trovano più adeguata cittadinanza nel nostro, squilibrato sistema politico. Tant’è che il Governo in carica s’è manifestato  con una delibera unanime di adesione al conflitto russo/ucraino ed a seguire, con altrettanta superficialità e impressionante unanimità tutti i gruppi parlamentari hanno approvato la conversione in legge del fantomatico provvedimento “urgente e necessitato” senza un auspicabile, minimo dibattito, né qualsiasi intoppo tecnico-legislativo.

Tuttavia, nel caso di specie è subentrato un terzo soggetto “incomodo”: il popolo italiano, il quale attraverso recenti sondaggi demoscopici e mezzi di comunicazione “social” sta esprimendo la propria opinione contraria alla guerra e quindi all’invio di mezzi  e tecnologie a sostegno della “resistenza ucraina”. S’è potuto registrare in buona sostanza che oltre il 60% degli italiani è comunque non favorevole all’ulteriore intervento armato per il nefasto proseguimento delle operazioni belliche. Tanto più, in considerazione del fatto che la produzione nazionale di armi dev’essere per legge limitata alla difesa del territorio e dei confini dell’Italia.

Nei prossimi giorni potremo facilmente constatare la posizione ufficiale delle nostre autorità politiche – secondo molti troppo sottomessa a quella statunitense – sia in sede di riunione del COPASIR (Comitato parlamentare per la sicurezza), sia dal colloquio Biden – Draghi. Cioè, se intenderanno allontanarsi ancora di più e visibilmente dal pensiero pacifista di Papa Francesco e dalla grande moltitudine di persone che hanno partecipato alla Marcia della Pace in Assisi che comunque ricordano il sostegno agli aggrediti ucraini.

Il convincimento in atto che sta prendendo corpo di giorno in giorno, una volta acquisite maggiori e più chiare notizie sulle motivazioni di fondo dell’inimicizia e dei conflitti che hanno coinvolto, dal 2008 in poi, russofoni, russofili, nazisti ucraini, ecc., non sembra  condividere l’accentuazione dei motivi per lo scontro: ciò grazie alla libera e indipendente informazione che ci garantisce, oggi, il nostro sistema editoriale e multimediale.

La popolazione italiana, dopo un lungo e sofferto periodo di pace, non intende affatto rinunciare ad essa, giudicando tale guerra – come gli attacchi turchi ai curdi che ci hanno difesi dall’ISIS! – una follia inaccettabile e insostenibile, anche finanziariamente con gravi danni per le famiglie meno abbienti. Essa guarda, infine, con seria preoccupazione a meeting organizzati per dare seguito ad atteggiamenti bellicosi come l’ultimo, svoltosi a Ramstein ove in tanti hanno convenuto sulla necessità di un’escalation che, naturalmente, nessuno di noi può immaginare dove ci porterà.

Michele Marino