“….l’Europa ha il dovere di impegnarsi più di quanto non abbia fatto finora per creare le condizioni affinché la politica prenda il sopravvento”: lo scriveva, giustamente, su queste pagine, la scorsa settimana, Giancarlo Infante (CLICCA QUI).
Senonché, abbiamo a che fare con un soggetto come Putin per il quale la politica è la guerra. Per quanto l’Occidente non sia esente da colpe e da omissioni, è questa perfetta coincidenza – di cui ha già dato ampiamente prova – tra politica e guerra nella visione post-sovietica di un vecchio agente del KGB a rappresentare la prima, vera pietra d’inciampo che impedisce di intravedere una soluzione negoziale.

Ci eravamo illusi di esserci lasciati alle spalle i fantasmi del cosiddetto “secolo breve”, di esserci emendati dal furore delle ideologie che l’anno funestato. Forse abbiamo scambiato una speranza, l’attesa di uscire finalmente da una stagione fosca – per quanto sprazzi di luce ed una lunga stagione di pace abbiano pur diradato le ombre tetre di due guerre mondiali – per un dato di realtà, cosicché oggi dobbiamo rivedere questo giudizio.

La foga del “nuovo”, l’ attesa di un tempo diverso, liberato dai miasmi di un odio istituzionalizzato che ha prodotto, al di qua e al di là dell’Elba , decine di milioni di morti, ci ha fatto scordare quanto sia protratta nel tempo la persistenza di sistemi di pensiero che si strutturano nelle menti, nelle culture diffuse e diventano, perfino inconsapevolmente, la traccia ed il metro di comportamenti che si replicano automaticamente.

E’ difficile cambiare davvero abito mentale, “de-coincidere” da sé stessi, andare incontro ad una “metanoia” che è molto di più che non la revisione di un giudizio storico-politico. E questo vale per le persone nella loro singolarità e per le collettività, per le nazioni.

Putin è, ad un tempo, il punto di riferimento della destra sovranista e l’icona di una sinistra che, nostalgica del marxismo, ancora lo vezzeggia, richiamandone in qualche modo la memoria, quasi volesse lenire il dolore per quel verticale crollo del comunismo che molti suoi esponenti soffrono come una sconfitta personale, la caduta di un mito che ha nutrito la loro vita, prima di essere smentita dalla storia, fino a dissolversi in un’illusione. Questa coincidenza degli opposti, in fondo, non è poi così sorprendente come potrebbe sembrare a prima vista.

Spesso gli estremi si toccano e perfino si sovrappongono. Convergono l’uno nell’ altro due orientamenti che hanno in comune anzitutto una postura ideologica, condividono un atteggiamento antistorico ed un sostanziale disprezzo per la democrazia, avvertita addirittura come un virus pericoloso. Il nostro Paese, sicuramente più di altri nella stessa Europa, è emblematico da questo punto di vista. I silenzi imbarazzati di Salvini, gli slalom di Conte danno la misura di una classe politica cui non si dovrebbe affidare neppure una bega di condominio. Sull’altro fronte, campeggia un “filo-putinismo” che oscilla tra il patetico ed il ridicolo, se, nelle condizioni date, potessimo permetterci di sorridere a fronte di intellettuali che qualcuno aveva scambiato per maestri di un pensiero politico che, pur non condiviso, avesse comunque una tale dignità.

La guerra viene condotta dai russi in modo sistematico e brutale, secondo una logica di sterminio di cui Putin ha già dato prova in Cecenia o in Georgia, piuttosto che in Siria. Una ferocia che esige, per prevenire possibili smagliature del fronte interno russo, una imponente campagna di propaganda e disinformazione condotta dai media televisivi di Mosca. Una campagna di menzogna e di educazione all’odio nei confronti del popolo ucraino e dell’Occidente, finalizzata a seminare germi e sentimenti destinati a corrompere la coscienza civile del popolo russo.

Come se si volesse creare una frattura profonda, quasi una distanza antropologica che sia impermeabile perfino al ruolo della diplomazia ed al compito della politica, cui compete – ben oltre le nobili aspirazioni del movimento pacifista – la paziente, metodica, insistita, incessante costruzione della pace. Eppure, i paesi liberi, a cominciare dall’Europa, non possono rassegnarsi ad una tale deriva e, se ne fosse capace, l’ Unione potrebbe mettere in campo una ragionata ipotesi di soluzione diplomatica che, se non altro, consentirebbe di rispondere ad una domanda che incombe: chi vuole davvero la pace e chi, al contrario, soffia sul fuoco della guerra?

Domenico Galbiati