Parafrasando il titolo di un vecchio film di Aldo, Giovanni e Giacomo, la recente intervista di Goffredo Bettini al Foglio potrebbe intitolarsi: “Un uomo e tre gambe”.
L’uomo è l’antico “mentore” di Veltroni quando, al Lingotto, il PD nacque sull’onda della “vocazione maggioritaria” e – almeno così sostengono i bene informati – eserciterebbe lo stesso ruolo nei confronti di Zingaretti. Come se i leader che via via si succedono al Nazareno – almeno quelli di vecchia ascendenza comunista – avessero appaltato la funzione di analisi strategica del partito ad un signore che, va francamente riconosciuto, associa grande acume e straordinaria capacità di leggere ed adattarsi all’evoluzione degli eventi.
Le tre gambe sono i possibili personaggi ed interpreti dell’ inedito polo di “centro-trattino-sinistra”, rappresentato da Movimento 5 Stelle, PD e “partito renziano” che dovrebbe essere appunto, la “terza gamba” che Bettini vorrebbe, adesso, arruolare. In fondo, il gioco ha una sua plausibilità, per quanto si riduca ad un bricolage, tutt’al più un elegante “divertissement” da salotto, una manipolazione di simboli ed etichette, in meri termini di schieramento. Il che permette a Bettini di attribuire a Renzi il ruolo di “moderato” a prescindere dal fatto che lo gradisca o meno e, soprattutto, effettivamente il termine o meno gli appartenga, caratterialmente e politicamente. In effetti, l’ “opus magnum” renziano, cioè il combinato-disposto “riforma costituzionale-Italicum” non fu per niente un’opera di intelligente moderazione, ma piuttosto una provocazione che fortunatamente gli italiani, il 4 dicembre 2016, hanno rispedito al mittente.
Il contesto di cui sopra permette ancora a Bettini di iscrivere i 5 Stelle nella sinistra, in definitiva, a loro insaputa e, almeno per molti, a loro dispetto. Ripartendo, altresì, il compito di rianimare la sinistra ai “compagni” di Grillo ed ad un PD che, evidentemente, da solo non basta alla bisogna. Dalle sue fila, infatti, l’unica voce che ha cercato di portare il confronto su un piano di contenuti – ed è un merito non da poco – è stata quella di Lorenzo Guerini.
Ad ogni modo, Bettini, come sempre, ha terremotato il campo con quel di più d’intelligenza politica delle cose di cui è sicuramente dotato, per cui ogni sua intervista finisce per essere un intervento a gamba tesa nella morta gora di una melina inconcludente. Ne è nato uno scoppiettante fuoco di fila di dichiarazioni da parte di molti esponenti dell’area.
Senonché, la sostanza politica è chiara. Come nel gioco dell’oca, puoi finire nella casella che ti fa tornare indietro un giro.
Se i teorizzatori della presunzione “maggioritaria” del PD, intesa come l’architrave della sua identità, tornano al “trattino” d’obbligo – dopo la tripartizione della compagine originaria con la fuoruscita di Leu e di Italia Viva e la tripartizione auspicata di cui sopra del complessivo campo di centro-sinistra – risulta oggettivamente dimostrata la tesi di chi sostiene che il PD, nella sua effettiva sostanza, sia stato e sia di fatto nulla più che un ” aggregato elettorale”, originariamente ispirato dal timore di pezzi di classe dirigente che, su entrambi i fronti, temevano di non essere più autosufficienti per i rispettivi compiti di conservazione della specie.
Domenico Galbiati