Se la Costituzione ha ancora un valore è una domanda che le nostre Istituzioni dovrebbero porsi con maggiore frequenza nella loro azione, rectius inazione, giornaliera. In particolare ci si dovrebbe interrogare se il  Titolo IV della Carta costituzionale – Rapporti Politici – valga meno della ogni presente piattaforma telematica denominata Rousseau al cui vaticinio sembra si debbano affidare i destini degli Italiani come nel mondo classico i popoli del Mediterraneo facevano con l’oracolo di Delfi.

La governabilità, anche a scapito del formalismo giuridico, può avere una sua valenza giustificabile in tempi di gravi crisi ed emergenze ma, proprio quale contrappeso a tali situazioni eccezionali, che costringono ed obliano spesso, troppo spesso, regole e prassi costituzionali, almeno lo sfondo del “gioco” politico deve essere libero da zone grigie e presentare colori nitidi di sicura riconducibilità all’alveo della Legge fondamentale della Repubblica.

Se si tollerano azioni ed atti di governo al limite, ed oltre il limite, che comprimono l’esercizio del potere legislativo in nome di una celerità decisionale, più presunta che reale, richiesta dalle contingenze, si deve avere cura che resti fermo il rispetto per i principi dettati dalla Costituzione per la conduzione della vita politica e la formazione delle volontà di quegli Enti che ne costituiscono gli strumenti essenziali: Partiti, Movimenti o comunque li voglia definire la vulgata populista/bonapartista.

Se il Paese, da tempo sotto gli effetti dell’allucinogeno della “democrazia” diretta, rinuncia anche al rispetto delle regole, scritte e non, destinate alla disciplina dell’azione politico-legislativa, allora nulla più ci distingue dalla tante “Repubbliche” ex sovietiche e/o sud-mesoamericane dove il ras/caudillo di turno fa come gli pare, si intende, solo per amore incondizionato del proprio popolo.

Invece, in uno Stato con la “S” maiuscola, che, proprio grazie alla Costituzione del ’48, a carissimo prezzo, si è salvato da torbidi e sanguinose provocazioni, di destre e sinistre manovrate ab extra durante il tristissimo periodo intercorso tra l’anno di “Piazza Fontana” e quello della “Stazione di Bologna”, con in mezzo il “caso/caos  Moro”, qualcuno, o più di qualcuno, dovrebbe serbare memoria dell’art. 49 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

E nel ricordare l’art. 49, colui che è chiamato a svolgere il ruolo di Garante della Costituzione dovrebbe dissentire apertamente da certe pratiche, ben lungi dal menzionato metodo democratico, con cui si sono – sembra definitivamente – sostituite le procedure parlamentari con le piattaforme telematiche gestite da società “privatissime”, in regime di autodisciplina e senza controllo di terzi, per la scelta di maggioranze di governo, alleanze politiche e mandati elettorali, e, in un futuro molto prossimo, magari, per la designazione del Presidente della Repubblica.

Accettare silenti, o anche solo volutamente distratti, questo stato di cose (per quale più elevata ragione?), è come tollerare il “tintinnare di sciabole” di nenniana memoria in relazione alla manipolazione digitale che, certo, non è meno pericolosa di quelle divise che, nei vecchi filmati di repertorio, facevano capolino dai blindati a Santiago del Cile nel lontano ’73.

Al contrario, le “fulminee” consultazioni via web, che fanno e disfanno regole asseritamente “intoccabili” nel giro di una notte, effettuate sempre in assenza di certificatori indipendenti, sono ben più insinuanti perché, dietro la patina di apparente, rassicurante ed efficace “democrazia” celere, logorano le istituzioni realmente democratiche, quotidianamente, nel profondo, senza eventi improvvisi e drammatici, giocando tutto sull’assuefazione al metodo, sbagliato e contra legem, per predisporre il cittadino all’abitudine della scelta rapida e senza riflessione che, una volta entrata a far parte della nostra vita pubblica, senza troppo rumore, sarà accettata come prassi legittima in grado di soppiantare i “farraginosi” precetti della Carta costituzionale.

L’art. 49 della Costituzione, però, non contiene affermazioni prive di senso e vuote premesse ma l’essenza stessa della partecipazione dei cittadini, e delle loro formazioni intermedie, alla Res Pubblica, ed i principi in esso contenuti – costati tre secoli di sangue e tragedie immani – rappresentano proprio la continuazione delle elaborazioni intellettuali di quei pensatori illuministi i cui nomi, per ironia della sorte o intenzione beffarda degli autori, oggi vengono utilizzati per accreditare, come liberi e trasparenti, meccanismi opachi.

Spetta al Capo dello Stato, allora, contrastare questo/a “delirio/deriva” con lo svolgimento pieno delle sue funzioni  maieutiche per la restitutio ad integrum della Legge fondamentale prima che si profilino altri e più sensazionali strappi. La Costituzione lo consente, dei precedenti recenti e meno recenti vi sono, ed i tempi richiedono che, anche a costo di forzare la propria stessa natura e l’interpretazione personale che si è voluta dare al proprio mandato, ci si assuma una responsabilità in più a tutela delle generazioni attuali e di tutte quelle a venire.

Domenico Francesco Donato