A dispetto del “nuovismo” ad ogni costo, le culture politiche, in senso lato, intese, cioè, come le fonti originarie del pensiero critico che ispira un determinata forza oppure come “abito mentale” con cui ci si accosta alla politica, sia pure in modo empirico ed a prescindere da un chiaro fondamento ideale, sono dure a morire e persistono nel tempo ben più di quanto siamo inclini a pensare.

In sostanza, ogni forza politica resta indelebilmente segnata dalle sue origini e, per quanto possa articolare diversamente le posizioni che via via assume, non può contraddire l’ humus concettuale e tematico, la postura che ha sorretto il “movimento” nel suo stato nascente, le pulsioni, la spinta emotiva da cui ha tratto la sua prima origine.
In fondo, la sconfitta bruciante della Lega che ha visibilmente scosso Salvini si comprende meglio risalendo alla “cifra” secondo cui il partito fu concepito da Bossi e dai suoi primi amici.

La vicenda umana e personale del fondatore, il tempo da allora trascorso hanno, in larga misura, appannato il ricordo di quei primi anni ’80, improntati ad una aggressività incontrollata, a toni di disprezzo e di dileggio, ad esempio, nei confronti delle popolazioni meridionali oggi blandite. Sia pure trattenuta a livello verbale si entrava in una spirale di violenza che del tutto non si è mai spenta ed, anzi, viene rinfocolata, contro i migranti ed i rom oppure anche in forme più mirate e selettive, spesso “ad personam”, cosicché – e questo soprattutto è grave – diventa un tratto costitutivo e distintivo dell’adesione alla Lega, il criterio secondo cui si compongono i quadri del partito e si seleziona la sua classe dirigente.

Né va scordata l’alea onirica di quella “mistica delle ampolle” e delle acque sorgive del Po, con cui venivano celebrati una sorta di riti iniziatici di franca impronta pagana, forse emblematica, nella visione bossiana del mondo, di quelle ancestrali origini celtiche, addirittura precristiane, dei cavalieri padani che, esibendo orgogliosi l’elmo cornuto, convergevano sul pratone di Pontida, come tanti Obelix, bardati di picche, alabarde ed altra ferraglia contundente per attestare il “celodurismo” celebrato dal “senatur”.

In fondo, Salvini fa parte di quella prima generazione che ha aderito a quella Lega, secondo un sentimento di rabbia e di rancore. Vi ha aderito da ragazzo o poco più ed è comprensibile come, forse, questa attitudine mentale abbia finito, anche inconsapevolmente, per essere un tratto dirimente della sua formazione politica da cui non riesce a staccarsi. Insomma, prima di essere artefice della Lega – nella versione aggiornata ad oggi – anche Salvini, come tanti giovani di quegli anni, ne è stato forgiato.

Lo schema mentale “amico-nemico” tale per cui non si riesce a concepire un pensiero se non sulla falsariga di un pregiudizio ostile è sostanzialmente rimasto tale. Oggi sembra vogliano avanzare i leghisti buoni, moderati, rassicuranti e governativi alla Giorgetti, Zaia e Fedriga, che, pure, in definitiva sono “variabili dipendenti” di un mondo di quel genere, quasi volessero giocare all’elastico del poliziotto buono e del poliziotto cattivo.
Quando si spargono semi di rancore, di odio e di violenza, dal momento che si tratta di sentimenti non accompagnati da quell’apparato critico che dovremmo mantenere sempre vigile, anzitutto, nei confronti di noi stessi, non si sa mai dove possa approdare la loro parabola.

La violenza è un tutt’uno che si tiene da cima a fondo. Può prendere il via da una increspatura del carattere in soggetti che di per sé volenti non sono, ma possono cedere alla suggestione di parole forti, soprattutto ove si tratti di persone piuttosto ipocrite ed esposte all’influenza altrui. La violenza è viscida, guadagna via via spazio e, sostenuta da comportamenti mimetici, colonizza il pensiero e cattura, imprigiona in un clima collettivo cui è difficile sottrarsi, finche’ dalle parole si passa oltre, ad atti di violenza fisica o psicologica nei confronti della vittima designata.
E’, in definitiva, il processo mentale che conduce alla Bestia. Insomma, la Lega è la Lega e non è il caso, in fondo strumentalmente, di impalare il solo Salvini alle sue responsabilità, immaginando che poi avanzino i leghisti per bene con i quali, a cominciare dai cattolici, si può stare a pappa e ciccia.

Del resto, Salvini è il “capo” piuttosto che il leader della Lega. La  differenza è fondamentale, anche se il nostro linguaggio è troppo approssimativo per segnalarcelo. Il “leader” è colui che sa imprimere un indirizzo utile e costruttivo alle istanze spesso disomogenee, pur emotivamente sovraccariche, commiste ad attese ragionevoli e rivendicazioni comprensibili, che, a loro volta, possono convivere con pulsioni irrazionali. Insomma, il leader è una guida che sa comporre in un alveo il mondo ideale e gli interessi pur polimorfi che rappresenta.

Il “capo” è il terminale scelto e designato da un sommovimento, da un’onda di opinione, diciamo pure, da un moto popolare che, in un certo momento, si rapprende e si aggrega attorno ad una figura emblematica, in un rapporto di reciprocità, tale per cui può succedere che il capo sia, se non un “re travicello”, “posseduto” dagli umori della sua gente più di quanto non sia lui ad orientarla.

Domenico Galbiati