Tutte le prime pagine dei giornali del mondo parlano della fine di un’era. Quella di Viktor Orban sonoramente sconfitto in Ungheria. A nessuno sfugge, infatti, la portata di un voto che va ben oltre le questioni che riguardano quello che, tutto sommato, è un piccolo paese.
È come se avesse vinto Garibaldi. Tutti felici per il nuovo assetto che si è dato il paese dei magiari. In un colpo solo, è arrivata una brutta, bruttissima, botta ad Orban, a Trump, a Vance – che non sembra proprio portare fortuna ad alcuno – e a Putin. Anche a Netanyahu. A casa nostra, ai Salvini e ai Vannacci. E un colpaccio lo deve incassare pure Giorgia Meloni.
L’Ungheria si è confermata sostanzialmente spartita tra centrodestra e destra. Ha stravinto il giovane Magyar cresciuto con Orban. Ma ad un certo punto ha capito quanto fosse azzardato l’estremo antieuropeismo del suo vecchio maestro. Dannoso per i magiari ed utile solo a Putin e a Trump. Con quest’ultimo pronto a far diventare il paese dell’Europa centrale la sua “portaerei” esclusiva nel cuore del Vecchio Continente. Adesso, se decide di ritirare le sue truppe da alcuni paesi europei, dove le trasferirà?
Il vincitore, così, ha annunciato: “vado subito a Bruxelles a sbloccare i fondi europei”. E a Bruxelles è collocato nel Partito popolare europeo con una particolare vicinanza all’ala dei polacchi di Tusk. Ma ha saputo intercettare il voto progressista, urbano e giovanile. Ha superato i due terzi dei seggi e, così, potrebbe smontare tanta parte di quella “democrazia illiberale” teorizzata e applicata da Orban, in questo da considerare un antesignano di Trump.
Péter Magyar ha goduto della coincidenza astrale del peso dei 16 anni di potere ininterrotto di Orban con le paure scatenate dai due alleati dell’ex Presidente magiaro: Trump e Putin. Gli ungheresi hanno preferito l’usato sicuro alle spericolate acrobazie in cui il Paese era costretto dalle relazioni con i due ben più forti autocrati. Più Netanyahu, da Orban ostentatamente ricevuto a Budapest in spregio del mandato di cattura della Corte Penale Internazionale. Ma Putin, Trump e Netanyahu sono tre uomini in guerra anche contro l’Europa e gli ungheresi si sono chiamati fuori dalla camicia di forza in cui si sono ritrovati.
E così, dalla Schlein, da Sanchez, dal britannico laburista Starmer – persino dalla Ilaria Salis, che ha conosciuto le galere magiare – giungono grida di elogio e di soddisfazione. È come se l’Europa si fosse tolta un corpo estraneo. Si può pensare ad una famiglia un po’ più unita? E allora di Magyar si preferisce dimenticare tante cose che non lo tengono proprio tanto lontano da talune posizioni di Orban. Ma non è più un sovranità estremo e da lui dovrebbe venire un’Ungheria più integrata con Bruxelles e le altre cancellerie europee. Tra le quali quelle che dovrebbero essere più felici sono Varsavia e Berlino. Magyar, infatti, rafforzerà il peso specifico dei popolari più conservatori.
Il risultato ungherese – che, in qualche modo può essere visto in linea con la richiesta di novità che si sta levando dai giovani, ma non solo, in tutta l’Europa – toglie tanti alibi a molti. A tanti di quelli che sono europeisti a giorni alterni e che si vedevano fare il lavoro “sporco” da Orban nel bloccare quello che loro non potevano ufficialmente frenare. Giorgia Meloni è tra questi perché si trova, adesso, in una quale certa solitudine con le sue ritrosie e le sue ambiguità.
Certo, la nostra Presidente del Consiglio potrà fare un altro salto della quaglia. Soprattutto, se le cose dovessero davvero mettersi davvero male a novembre per l’amico e alleato americano. Ammesso che questa ulteriore piroetta la faccia, però, un europeismo scoperto in “tarda età” potrebbe non avere più il valore che avrebbe avuto fino ad ieri. E questo non farebbe bene neppure agli italiani costretti a pagare, in un modo o in un altro, i suoi conti sbagliati, le sue amicizie ideologiche e i suoi ritardi.
Comunque, anche noi diciamo: viva Magyar il Garibaldi d’Ungheria ….
Giancarlo Infante