Si parla poco di questi tempi del nostro Debito pubblico. Primo, perché in silenzio continua a crescere. Secondo, perché anche i paesi cosiddetti “virtuosi” hanno sforato, dopo la pandemia, i loro tradizionali confini.

Il presidente Draghi in una recente dichiarazione, breve e semplice come ormai ci ha abituati a sentire, è tornato sul suo concetto di debito buono e di debito cattivo facendo un po’ di chiarezza sulla crescita italiana in corso. Mentre si moltiplicano i segnali della forte ripresa della nostra economia, anziché compiacersi- come non perderebbe occasione di fare qualsiasi leader politico- il presidente ha preferito attenersi a un dato di realtà.

E’ vero, ha detto, che siamo tornati rapidamente a crescere ed è impressionante come alcuni settori della produzione industriale corrano di più rispetto a quelli di altri Paesi europei, Germania compresa. Ma non si può ignorare che lo scenario è quello di un “rimbalzo” dopo la forte caduta imposta dal lock-down.

Con questo, Draghi suggerisce prudenza aggiungendo che si vedrà se la crescita sarà duratura quando i dati attuali saranno messi a confronto con quelli che avremo almeno tra un anno. In effetti, per guardare agli interessi di tutti, seicento mila posti di lavoro perduti dall’inizio della crisi pandemica sono tanti ed è da vedere quanti ne recupereremo, a cominciare da quelli della disoccupazione giovanile con l’impressionante indice che sfiora il trenta per cento.

E’ piuttosto l’occasione per andare avanti con le riforme e con gli investimenti, le cui carenze sono sempre state ritenute tra le cause del declino che era in atto ben prima della crisi pandemica: non si può certo ignorare che il PIL italiano negli ultimi venti anni aveva registrato una crescita media dello 0,2% in ragione d’anno, un indice da stagnazione permanente rispetto a quello europeo sette volte maggiore. Quest’anno noi stiamo marciando al ritmo del sei per cento in un colpo solo ed il problema che  si pone è quello della continuità, anche un ritmo di crescita inferiore.

Se la ripresa diventerà stabile sarà possibile affrontare, tra i molti problemi,  prima di tutti quello del debito pubblico. Fino ad oggi il suo aumento  considerato in percentuale sulla ricchezza prodotta è stato provocato prevalentemente dalla mancata crescita del PIL.  Ed è semplice capirlo: basta pensare a una frazione- come quelle che si imparano in terza elementare- dove al numeratore c’è il debito e al denominatore il PIL e quanto più il denominatore cresce tanto più il rapporto debito/PIL migliora.

La forte crescita di quest’anno, rimbalzo o meno, è quindi una condizione favorevole per affrontare il problema dei problemi del bilancio dello Stato. Tanto più che si verificano anche altre due condizioni favorevoli: il minor onere degli interessi passivi sul bilancio dello Stato e la sicurezza rappresentata dalla politica espansiva della BCE.

La prima: gli interessi sul debito sono stati a lungo tra le cause del disavanzo tra entrate e uscite nel bilancio dello Stato, sino a rappresentare un vero macigno sulla strada del risanamento. Oggi i tassi di interesse sono estremamente bassi, per non dire in molti casi addirittura negativi. Il problema è fino a quando durerà.

La seconda: la politica monetaria espansiva della Bce, che acquista i titoli sul mercato secondario, è ancora in atto e le nuove emissioni necessarie sia per finanziare quelle che giungono a scadenza sia i nuovi investimenti non devono affrontare l’umore dei mercati.  Anche qui è lecito chiedersi fino a quando continuerà poichè prima o poi la Banca Centrale avvierà, sia pure gradualmente, la riduzione degli acquisti.

Ecco quindi che siamo in presenza di almeno tre condizioni favorevoli per affrontare anche il problema del debito pubblico: la forte crescita economica in atto; i bassi tassi di interesse; il riparo dai rischi sempre rappresentati dal mercato. Se non ci libereranno della palla al piede del nostro sistema economico, almeno ci potrebbero permettere di ridurne il peso.

Guido Puccio