Ci ha lasciati Ciriaco De Mita. Personalità poliedrica e complessa per il suo essere essenzialmente uomo politico a tutto tondo. Totale il suo impegno pubblico. Al punto che per capirne la storia si deve andare all’essenza del suo “ragionare” – termine che usava spesso, anche con finalità pedagogiche- e della sua lunga attività politica. Formatosi a Milano è sempre stato fortemente collegato alle proprie radici meridionali e questo spiega anche la sua approfondita esplorazione di don Luigi Sturzo in una Democrazia cristiana che ancora viveva della luce emanata da Alcide De Gasperi.

Con Zaccagnini, Galloni, Marcora e Martinazzoli, oltre che Bodrato e Granelli, egli fu uno dei più raffinati interpreti di quella stagione in un cui si definì un’evoluzione democristiana ispirata da Aldo Moro che si può definire del “confronto e del rinnovamento”. De Mita, come Moro, era consapevole del fatto che la Dc fosse obbligata ad auto trasformarsi per reagire all’evoluzione del sistema politico ed istituzionale italiano nonostante questo fosse oggettivamente “bloccato” a causa della presenza del partito comunista più grande d’Europa. Un processo che non giunse a compimento. E questo spiega la recente considerazione di De Mita, fatta all’Istituto Sturzo in occasione della sua ultima apparizione pubblica lo scorso gennaio che ci segnala l’amico Giovanni Palladino con la newsletter di Servire l’Italia: “La DC – disse De Mita- ha un grande peccato: il suo retroterra culturale è il popolarismo di don Sturzo, ma la nostra gestione del potere è stata in contraddizione con questo insegnamento”.

Confronto e rinnovamento: due corni dello stesso dilemma che coinvolse l’intera Democrazia cristiana negli anni ’70 e ’80. Sulla base di una riflessione già in precedenza avviata da Ciriaco De Mita e dalla corrente di Base che costituiva l’anima più politica della sinistra democristiana. Si trattava di dare vita ad un Patto istituzionale per rinnovare quell’accordo generale raggiunto nell’immediato dopoguerra con la definizione della nostra Carta costituzionale. Non di pensare ad un accordo da instaurare con il Pci sul piano governativo. Questa fu la versione che nel 1973 ne volle dare Enrico Berlinguer rimasto fortemente colpito dal golpe cileno. Si doveva invece pensare alla ridefinizione di quelle regole che, rinnovate, avrebbero consentito alle forze politiche popolari di perseguire e sviluppare le proprie finalità, ma confermando la comune partecipazione al processo democratico e della libertà. Fu per questo se nel 1992, dopo l’esperienza da Segretario Dc e Presidente del consiglio accettò la presidenza della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali.

Del resto, gli anni ’70 e ’80 furono gli anni del terrorismo, del disagio sociale, di una lunga stagione d’inflazione. Tutto un insieme di cause ed effetti da governare preoccupandosi soprattutto della tenuta dell’assetto istituzionale e del complessivo quadro politico.

E’ ovvio che progressivamente mancando un tale reale coinvolgimento da parte delle forze politiche, ma anche di quelle economiche e sociali, perché impegnate all’inseguimento di interessi di parte, e perdendo di vista quell’insieme delle cose, con la fine della Democrazia cristiana, De Mita si sentì sempre sostanzialmente sempre più distante e così preferì dedicare le sue forze e risorse alla propria terra. A quella politica concreta in cui sono davvero coinvolti i sindaci animati da uno specifico sentimento interiore che, in primo luogo, concepisce l’impegno pubblico come attenzione alle relazioni e ai bisogni umani.