Su ciò che unisce si agisce, su ciò che divide si ricerca

Aristotele nell’ Etica Nicomachea definì la politica “scienza architettonica” perché comprese che il suo oggetto e fine ultimo era il bene supremo dell’uomo (quello in vista del quale vengono ricercati tutti gli altri), che oggi chiamiamo bene comune.

Infatti, la convivenza umana, nei suoi diversi aspetti e contenuti particolari, anche conflittuali e contradditori, ha bisogno di essere ordinata, diretta e governata. Nella politica nobile, intesa come arte del governo della convivenza, tutte le spinte e le contraddizioni provenienti dalle altre azioni umane dovrebbero convergere per essere governate unitariamente, senza peraltro perdere la loro intrinseca e irriducibile autonomia. La politica è dunque scienza e azione di sintesi di tutte le possibili azioni umane perché svolge una funzione coordinativa e direttiva nei confronti di tutte, in quanto si occupa del fine ultimo. Pertanto, non ha soltanto lo scopo di conoscere che cos’è il bene supremo, bensì si propone anche di realizzarlo.

Se vogliamo garantire il futuro ai nostri figli e ai nostri nipoti, dobbiamo assumerci la responsabilità di iniziare a sciogliere il principale nodo storico della politica,  riassunto drammaticamente nella concezione schmittiana della stessa come relazione amicus/hostis (amico/nemico) e conseguentemente come gestione dei rapporti di forza o puro agire strategico finalizzato alla conquista del potere e alla delegittimazione o distruzione dell’avversario, trasformato così in nemico. La guerra, diceva il generale e stratega militare prussiano Carl von Clausewitz, “non è che la continuazione della politica con altri mezzi”(Della guerra).

Com’è solito affermare e ribadire Stefano Zamagni, dobbiamo passare dall’ homo homini lupus (l’uomo è un lupo per l’altro uomo) di Hobbes, proprio della politica machiavellica e dell’economia capitalistica, miranti a massimizzare il potere e il profitto individuali, all’ homo homini natura amicus (l’uomo è per natura amico dell’altro uomo) di Antonio Genovesi e della nuova politica ed economia civili, che mirano invece a massimizzare il bene comune.

Cosa significa ciò in ambito politico, e, ancora più strettamente, in ambito partitico? Significa inaugurare, concepire e diffondere, ma soprattutto praticare la politica come comunicazione o relazione amicale e l’agire politico come interrelazione di idee e progetti per regolare e integrare imprese, interessi e poteri legittimi. Affinché questa pratica diventi tale, cioè si realizzi effettivamente (tutti sappiamo perfettamente che la cosa più difficile non è tanto passare dalle idee ai fatti, come se questi fossero estrinseci alle idee, ma tradurre le idee e le parole in atti coerenti e conseguenti), occorre che ciascuno di noi assuma come principio etico e metodologico positivo di regolazione dei propri comportamenti l’integrazione delle differenze e il corrispondente “retto atteggiamento esistenziale” all’agire politico, che consiste nel vivere lo sviluppo integrale della persona nella comunità, cioè applicare la “legge dell’integrazione”[1] (Giorgio La Pira) o il “principio di integrazione” (Felice Balbo) in cui ciascuno diviene se stesso integrandosi con la personalità di tutti gli altri. Ciò significa che “il singolo non può essere libero se tutti non sono liberi e tutti non possono essere liberi se tutti non sono liberi nella comunità” (Jürgen Habermas).

Spesso, nella storia, uomini che hanno condiviso gli stessi ideali, si sono poi divisi sui mezzi per realizzarli. Hanno finito per farsi del male reciprocamente in nome delle utopie più grandi o delle fedi più profonde. L’esperienza, quindi, ci insegna che non basta essere d’accordo sul cosa, occorre anche e soprattutto, cercare insieme e condividere il come. È in questa ricerca e condivisione del modo di essere e di agire che consiste il segreto, se così si può dire, del principio-metodo di integrazione e della sua coerente organizzazione. Infatti, nell’agire umano il metodo, la “via che si percorre”, è (nel senso che diviene) contenuto: altrimenti, negando praticamente ciò che è vero teoricamente, si cadrebbe in una contraddizione performativa: “Non esiste una via alla pace, la pace è la via”[2].

Il metodo che a mio avviso dovrebbe regolare i rapporti tra le persone all’interno di Insieme, comunità politica che intende realizzare la trasformazione della realtà a partire dalla trasformazione della persona, è espresso dalla seguente massima: su ciò che unisce si agisce, su ciò che divide si ricerca. Naturalmente la strada maestra è quella dell’integrazione delle posizioni o com-posizione delle intenzioni, idee, progetti, azioni, nella quale si ha “potenziamento reciproco”. Essa “avviene con la creazione di un bene nuovo che media, superando, le alterità, e quindi con l’operazione, e quindi con la costruzione di esemplari per la riforma delle condizioni di partenza. L’esemplare è ciò che indica la realtà possibile, desiderabile in solido dalle alterità, superante e conservante le alterità stesse”[3].

Quando, soprattutto su questioni complesse o spinose, le posizioni divergono o non si è ancora trovata un’intesa integrale o condivisione integrativa, allora è ragionevole: a) sospendere il giudizio e/o la decisione e investire nella ricerca, perché solo componendo idee diverse è possibile dare soluzioni efficaci a problemi complessi; oppure, in mancanza di tempo, b) decidere a maggioranza, operando così una consapevole divisione consensuale che consenta, da un lato, di compiere scelte politiche e operative il più possibile rappresentative di tutte le posizioni espresse e, dall’altro, di proseguire lo sviluppo del dialogo nella valorizzazione positiva delle differenze, senza trasformare il partito in un’arena di opposte fazioni che si combattono senza esclusioni di colpi.

Giorgio Rivolta

 

[1] “Ogni uomo possiede qualche elemento spirituale che serve ad integrare la personalità di tutti gli altri. Ciascuno è debitore di tutti e tutti sono debitori di ciascuno. C’è dunque una relazione intrinseca di ciascuno a tutti, come in una sinfonia una nota è in relazione con tutte le altre. È questa la legge dell’integrazione che genera e presiede la società umana”. Giorgio La Pira, Princìpi, Libreria Editrice Fiorentina 1974, pp. 5-11 (“Il valore della persona umana”).

[2] Espressione del leader del movimento pacifista americano degli anni ’50 A. J. Muste, citata da Thich Nhat Hanh nel suo libro La pace è ogni passo, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1993. Alla citazione aggiunge: “Ciò significa che è possibile realizzare la pace precisamente nell’attimo presente con il nostro sguardo, il nostro sorriso, le nostre parole, le nostre azioni. Lavorare per la pace non è uno strumento. Ogni nostro passo dovrebbe essere pace”.

[3] Felice Balbo, “Essere e progresso”, in: Opere 1945-1964, Boringhieri, Torino, 1966, pp. 825-826.

About Author