Anche su questo giornale online si è aperto un dibattito sul tema della modifica dell’offerta politica che questa fase potrebbe produrre. Il mio personale punto di partenza è il seguente: in Italia c’è, in questa confusa fase politico-istituzionale, una accentuata frammentazione del quadro partitico. Tale frammentazione non giova alla democrazia né alla governabilità. Basti pensare a quanto il sistema (e lo stesso governo) siano continuamente scossi da convulsioni dovute unicamente alla ricerca di visibilità di forze che cercano in tal modo di ricevere attenzione da parte della stampa e (conseguentemente) dell’elettorato. Un altro effetto della crisi istituzionale è l’alto astensionismo. Tuttavia non credo che l’alto astensionismi derivi da un deficit di offerta politica “al centro”. Molti fatti smentiscono questa tesi. Occorre andare più a fondo.

La nostra frammentazione ha infatti anche un’altra caratteristica: essa è l’effetto della assenza di partiti che abbiano un solido ancoraggio culturale e valoriale (per lo meno tanto solido da resistere a dati di contesto, mediatici e legati alla fenomenologia della rete) e rimangono quindi esposti continuamente al rischio di scissioni, non appena il dividendo incassabile da una rappresentanza autonoma sia valutato come più vantaggioso rispetto alle ragioni dello stare insieme. In questa situazione una legge di tipo proporzionale – di per sé – non migliorerebbe (al contrario, peggiorerebbe) la situazione.

I due partiti che stanno incarnando con maggiore fedeltà questi caratteri disgregatori del quadro democratico sono – a mio parere – il PD e i 5 stelle. E questo non certo per la loro collocazione topografica (sinistra? centrosinistra? centro?) ma per le dinamiche che li governano. Uniti poi – in questa fase – al governo del Paese, hanno riportato al centro delle istituzioni queste stesse dinamiche contribuendo a diffondere ulteriormente la loro crisi all’intero stato.

La scissione di Renzi – oltre che aver rappresentato per le forme e i tempi del suo realizzarsi un qualcosa che ha turbato l’opinione pubblica e abbassato il livello di fiducia nella nostra democrazia – è stata niente altro che la logica risultante della dinamica interna al PD, interamente modellata sull’alleanza di tipo neotribale fra gruppi di interesse e fazioni che stanno insieme solo se – ed esattamente nella misura in cui – ciò offre dei vantaggi a ciascuno nella distribuzione del potere. Nel momento in cui una delle tribù sente di poter cogliere maggiori vantaggi autonomizzandosi, è sufficiente un capotribù abbastanza audace (spericolato) per realizzare la scissione.

La stessa dinamica governa ormai il Movimento 5 stelle. Anche lì è in atto un confronto fra “anime” che rimangono interne al comune contenitore solo perché l’attuale equilibrio consente a ciascuno di ottimizzare il risultato (rimanere in Parlamento e al governo il più a lungo possibile). Ma nel momento in cui l’attuale equilibrio desse segni di esaurimento, scommetterei qualunque cifra che anche lì nascerà una “corrente” di destra e/o una di sinistra che troveranno più utile la scissione.

A questo punto la mia domanda, anche agli amici che su Politica Insieme si sono interrogati sulla collocazione “di centro” (o meno) del PD è la seguente: ha ancora molto senso – per interpretare la realtà presente – dare tanta importanza a una categoria come quella di “centro”? In fondo Renzi sarebbe “di centro”, così come lo sarebbe Di Maio, se di fronte all’abbraccio dei 5 Stelle con il PD decidesse di marcare una propria presenza. Ma è davvero questo quello che ci interessa?

Io proverei invece a ragionare in termini completamente diversi e lascerei queste determinazioni topografiche al loro destino (che è quello di fornire stampelle strumentali al professionista di questa politica di volta in volta interessato).

Il tema di partenza è che la democrazia italiana soffre di una grave malattia, che non è certo l’assenza di un’offerta che si auto dichiari “centrista” (ci sono Renzi, Calenda, Berlusconi, Casini, adesso anche Conte, e chi più ne ha più ne metta).

Questa grave malattia (difficile da definire nello spazio di una breve nota) ha prodotto un sistema partitico divaricato fra:

  1. un polo cosiddetto “di sinistra”, in realtà privo di ogni radicamento sociale che lo avvicini a quello che ancora 30-40 anni fa era la “sinistra”, privo di una strategia di cambiamento della società che non siano le banalità (sottoscrivibili da chiunque e quindi politicamente nulle) sull’ambiente o l’innovazione digitale. Veri tratti distintivi e identitari di questo polo sono rimasti solo due: quello dei cosiddetti “diritti”, cioè la filosofia del politicamente corretto che (sia pure in affanno) rimane l’ideologia dominante dell’Occidente, in questa fase della sua decadenza, e quello della difesa di uno stato lottizzato fra potenti corporazioni (di cui la più importante è la magistratura);
  2. un polo “di destra”, detto anche (soprattutto dai suoi avversari) sovranista o populista che cerca di interpretare il malcontento determinato dalla prolungata crisi economica dell’intera area euro (e particolarmente accentuata in Italia), e della crisi migratoria (inaspritasi dal 2015). Questo comun denominatore – di tipo semplicemente negativo – non è certo sufficiente a delineare alcuna strategia, ma si rivela invece sufficiente ad alimentare campagne semplificatorie che hanno l’effetto di involgarire ulteriormente il clima, già degradato, del nostro dibattito pubblico;
  3. un polo esplicitamente qualunquista (questo sì, e non la Meloni, quanto di più vicino alla esperienza storica del fascismo) che ha trovato soprattutto nei 5 stelle la propria rappresentanza, ma che è capillarmente diffuso ormai anche nella pubblicistica, nella cultura e nella stampa popolare. Questo polo però – alla prova del governo – non ha retto ed è posto oggi di fronte ad un bivio: o ritrova rapidamente nella pura occupazione dei gangli del potere ministeriale un proprio collante o è destinato ad andare in frantumi.

Ha molto senso – di fronte a un siffatto quadro – cercare di tracciare l’esatta posizione di un “centro”?

I temi veri su cui confrontarsi non sono quelli topografici, ma altri, quali: l’azione dell’attuale governo (va sostenuta o incalzata dall’opposizione?); la partita europea (gli attuali partiti – a destra o a sinistra – sono in grado di rappresentare gli interessi del nostro paese in quel difficile contesto in rapida evoluzione?); lo Stato (a partire dalla amministrazione della giustizia) va riformato radicalmente con un’azione coraggiosa che superi l’attuale patto inter-corporativo oppure sono sufficienti gli appelli all’autoriforma? La crisi migratoria può essere gestita attraverso contrapposti richiami moralistici e propagandistici all’”accoglienza” o al “prima gli italiani” oppure il fatto che il nostro paese rischi (geopoliticamente) di importare il caos e lo schiavismo è un tema serio che la classe dirigente italiana ha la forza di affrontare con la dovuta serietà?

Questi e altri temi dovrebbero stimolare oggi il dibattito sulla ipotesi di dare vita ad un nuovo partito.

Ma sopra tutti quelli elencati (insieme ad altri che, per brevità non vengono qui proposti) ce ne è uno ancora più decisivo: ha un valore aggiunto (e qual è) che questo nuovo soggetto politico si richiami non ad una figura di leader, non ad una posizione topografica nella sconquassata mappa italiana, non ad un tema settoriale (per quanto importante), non ad un ambiguo “moderatismo”, ma piuttosto ad una visione del mondo, ad una concezione antropologica, ad una cultura politica?

A mio parere questo senso c’è e il richiamo ai valori cristiani (insieme a quelli di un autentico liberalismo e di un autentico e radicale riformismo) servirebbero a dare a questa nuova formazione un profilo tutt’altro che moderato e per nulla appiattibile sulla anodina collocazione “centrale”. Direi addirittura un profilo “rivoluzionario”, data la profondità della crisi valoriale ed antropologica che l’Occidente (e l’Italia insieme ad esso) oggi attraversa. E data la sconvolgente violenza (fisica e morale) di alcuni dei fenomeni che si dispiegano davanti ai nostri occhi. Detto in altri termini, questa convinzione corrisponde esattamente al coraggioso richiamo al “pensiero forte” che – a mio parere – è l’elemento che dà maggiore qualità e spessore al Manifesto di Politica Insieme e ne fa una promessa di novità nel panorama politico nazionale.

In questa prospettiva, la legge elettorale di tipo proporzionale acquisterebbe invece una funzione positiva in quanto maieutica di una forma di aggregazione politica in controtendenza rispetto ai fattori disgregatori oggi in atto. Favorirebbe cioè l’aggregazione di vere forze politiche basate sulla condivisione di valori e culture e non di umori o rancori passeggeri e subordinerebbe a tali valori e culture la legittima lotta per l’occupazione di spazi di governo e di decisione.

Aggiungo anche che – in questa accezione che a me sembra l’unica in grado di rappresentare oggi una vera novità – serve a poco anche l’enfasi sulla storia del PPI o della DC. Non certo per sottovalutazione del significato di quelle esperienze, ma piuttosto per fugare ogni illusione di poter ricevere alcuna indicazione operativa da queste rivisitazioni (se non quelle indicazioni di tipo mediato che sempre la storia fornisce alla politica). Sono convinto che la parabola della DC (ma anche quella del PSI) siano ricche di luci, ma anche di ombre. Soprattutto, sono profondamente convinto che i cambiamenti intervenuti negli ultimi 30 anni di storia (italiana e mondiale) rendano del tutto nuove le categorie interpretative necessarie all’azione politica e pericolosa ogni lettura attraverso lenti decisamente non più a fuoco.

Se la sfida è questa ha un senso. Altrimenti forse (per il bene del Paese) è meglio che – con maggiore realismo – ciascuno si accontenti di trovare casa in uno dei fatiscenti edifici esistenti. Magari illudendosi che esso non sia troppo dissomigliante dal proprio modello ideale e contribuendo, al suo interno, a quel necessario lavoro di restauro/miglioria che gli avvenimenti futuri dovessero rendere possibile.

Enrico Seta

 

Immagine utilizzata: Pixabay

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