Comunque finirà il vertice europeo dei capi di Stato e di governo in corso a Bruxelles il percorso di costruzione dell’Europa, dopo le speranze degli ultimi mesi, avrà fatto un passo indietro.

Se l’olandese pretende di controllare come l’Italia spenderà le risorse europee è un arrogante e certamente viola i trattati europei, come scrive Mario Monti sul “Corriere della Sera”. Se invece l’olandese sostiene che l’Italia deve decidersi a fare riforme, purtroppo ha ragione.

Quando è stato raggiunto un accordo di massima, il Recovery Fund era stato concepito per perseguire obiettivi sia nazionali che europei: prima di tutto quelli già concordati nella proposta del bilancio dell’Unione 2021-2027 e cioè l’economia verde e quella digitale; quindi quelli nazionali che tenessero in conto alcuni “indirizzi” diversi per i vari Paesi membri.

L’Italia aveva recepito i seguenti: contenimento della spesa pubblica; spostamento dell’imposizione fiscale dal lavoro ai consumi; libera concorrenza nei servizi; lotta alla corruzione; promozione del mercato del lavoro. Obiettivi quindi largamente condivisibili e che esigono riforme serie. Come non essere d’accordo?

La questione aperta a Bruxelles in queste ore, e che aleggia sullo stallo delle trattative, sembra però un’altra: che cosa si intende per riforme.

Il nostro Presidente del Consiglio, forse per opportunità, ha più volte detto che i recenti decreti in materia di rilancio, semplificazioni, ecc. sono le riforme. No, sono norme per superare le conseguenze della emergenza sanitaria e quindi anche economica. Ben altre sono le riforme, e basterebbe conoscere la storia della Repubblica per capirlo.

Le riforme sono leggi organiche, complesse, soprattutto sistemiche e destinate ad incidere profondamente sulla realtà sociale ed economica del Paese. Sono frutto normalmente di un lavoro ampio e profondo che coinvolge largamente lo stesso Parlamento. Non certo decreti legge da convertire, predisposti dagli uffici legislativi dei ministeri.

Vere riforme sono state quella dei patti agrari di De Gasperi, quelle fiscali di Vanoni e di Visentini, l’istituzione del servizio sanitario nazionale pubblico e universale, gli interventi nel sistema pensionistico di Amato e di Monti, quella avviata da Renzi per le istituzioni approvata dal Parlamento e sconfitta da un referendum bislacco. Queste sono riforme, non i decreti “salvo intese” che per essere operativi richiedono a loro volta altri decreti, regolamenti e norme attuative.

Tutto ciò vale anche per gli investimenti, altro argomento delicato in queste ore a Bruxelles, come tutti i giorni ci ripetono coloro che dovrebbero farli piuttosto che evocarli. Come per le grandi infrastrutture, i porti, le ferrovie, le opere pubbliche già approvate e finanziate per centinaia di miliardi ma ferme.

Eppure l’occasione la avevamo avuta con il progetto Colao sul“Rilancio dell’Italia in cento proposte” peraltro voluto dal governo. Non se ne è più parlato, nemmeno in quella sorta di sfilata dall’altisonante titolo di Stati Generali. Addirittura il governo precedente, guidato sempre dall’attuale presidente, ha definito riforme anche il reddito di cittadinanza e la famigerata “quota cento” che dovevano creare un milione di posti di lavoro e ne hanno creati non più del cinque per cento,  aumentando piuttosto il debito e alimentando  l’assistenzialismo.

Certo, in queste ore è vietato parlare male di Garibaldi ed è giusto stare dalla parte degli interessi nazionali. Ma che cosa credono le nostre anime belle che si scandalizzano per l’atteggiamento dei Paesi cosidetti “frugali”, che forse gli olandesi e gli austriaci non leggano i nostri giornali?

Guido Puccio