“Se non avessimo disinvestito in sanità negli anni, saremmo riusciti a limitare i danni di questa pandemia”. Laura Linda Sabbadini ha il vantaggio, da Direttrice centrale dell’Istat, di poter parlare con abbondanti dati a disposizione.

La Sabbadini, ovviamente, non lo può dire, ma finora  con gli 80 euro di Renzi, con “Quota cento” di Salvini e, poi, con il Reddito di cittadinanza di Di Maio si è pensato, invece, a tre larghe diverse tipologie di “voto di scambio” istituzionalizzato.

La Direttrice centrale dell’Istat, è intervenuta su La Repubblica parlando dello “scatto” che serve alla Sanità dopo il Coronavirus, partendo da un parallelismo molto di moda negli ultimi anni che è quello dell’Italia con la Germania.

A suo avviso, i risultati da noi raggiunti non sono paragonabili a quelli dei tedeschi perché i numeri parlano chiaro: la nostra Sanità pesa sul Pil per il 6,5%. Quella tedesca, come per quella francese, per il 9,5%. Quasi il cinquanta per cento in più e non è poco. L’Italia investe in assistenza territoriale l’1,2% contro il 2,9 germanico. Il resoconto della Sabbadini continua: abbiamo noi 58 infermieri ogni diecimila abitanti, circa la metà di quelli tedeschi e francesi. “Sono molto di meno i medici- aggiunge- e anche i più anziani d’Europa”. Abbiamo metà del numero dei posti letto disponibili nei due paesi  d’Oltralpe presi in considerazione.

Giustamente, la Sabbadini ricorda, però, una differenza sostanziale tra Italia e Germania sulle diverse possibilità che i due paesi hanno avuto per ciò che riguarda i tempi e i modi con cui sono stati costretti a reagire al diffondersi della Pandemia. L’Italia è stato il primo paese ad esserne investita e la gestione democratica della cosa pubblica ha consentito di mettere in grado gli altri stati europei d’intervenire con maggiore consapevolezza e conoscenze sulla situazione determinata dal Coronavirus.

La Direttrice dell’Istat sostiene giustamente che è il momento di operare una “inversione di tendenza netta investendo seriamente nella sanità pubblica, colmando il gap con la Germania, dotandoci di una strategia che  punti sulla sanità territoriale, che metta al centro il cittadino nella prevenzione, cura e riabilitazione,  che potenzi anche le strutture ospedaliere, che garantisca  una adeguata integrazione con i servizi socio sanitari”.

Fa piacere constatare che anche la Sabbadini, dunque, crede sia possibile reagire già ora che la vicenda Covid-19 non può essere completamente archiviata, come ci diceva il nostro Mario Rossi nel pieno del periodo buio della pandemia  ( CLICCA QUI  )

Si tratta, come scriveva circa un mese fa su Politica Insieme Massimo Molteni di collocare anche la salute pubblica all’interno di un processo di revisione delle linee culturali e politiche seguite negli ultimi decenni e riconoscere che la Sanità non è materia da valutare solo in relazione alla sua sostenibilità economica ( CLICCA QUI  ).

Le riflessioni appena richiamate, cui si collega sia pure indirettamente la Direttrice dell’Istat, ci dice della necessità di fare una riflessione, come invitava Molteni, sull’aumento della”devoluzione  alle regioni di molte competenze sanitarie, ha involontariamente contribuito a peggiorare  ulteriormente il sistema, nonostante il principio della devoluzione  fosse teoricamente molto giusto”.

C’è da chiedersi se l’attuale mondo politico italiano, anche a causa del  pesante coinvolgimento che quasi tutti i partiti hanno dentro i nostri venti sistemi sanitari regionali, sia in grado di intervenire adeguatamente e cambiare le cose. L’impressione, purtroppo, non è proprio quella.

Resta forte il sospetto che ci si limiti ad attendere  le risorse dall’Europa per lasciare tutto come sta. Molto poco si sta facendo per  ridare al Sistema sanitario nazionale la necessaria ristrutturazione a metterla in condizione di assicurare pienamente le universali prestazioni previste e, al tempo stesso, porsi al riparo da una o due ulteriori ondate di ritorno della pandemia  che potrebbero avere effetti ancora più catastrofici.