L’appello diffuso il 21 marzo da numerosi medici che operano nell’ospedale “Papa Giovanni XXIII” di Bergamo (struttura ormai tristemente nota come “epicentro del Covid-19”)[i] impone di rilevare i limiti più che evidenti del sistema sanitario lombardo, di correggerli e di riformare anche quelli di ogni altra regione.

Chi è competente in materia di organizzazione sanitaria deve riflettere circa quanto accade, studiare i modelli sanitari di ogni paese e delineare un progetto di riforma adeguato alle attuali e future esigenze.

L’organizzazione che caratterizzerà il nuovo sistema sanitario dovrà potersi adattare ad ogni esigenza ordinaria e straordinaria di cura. Strategica e decisamente da migliorare è la rete territoriale, coordinata dal distretto.

Sono da riproporre convegni internazionali finalizzati a studiare i modelli sanitari di ogni paese avanzato (ne organizzai diversi dal 1995 al 2005, come consigliere della Regione Veneto). Nel 2003 rimasi colpito dal modello israeliano, capace in sole ventiquattr’ore di trasformare una caserma in ospedale per acuti, efficiente sotto ogni profilo, e dall’idea americana di attrezzare bastimenti navigabili via mare e via fiume, per patologie acute. Pensando alle emergenze odierne, non sarebbero oggi provvidenziali navi-ospedale sul Po?

Osservare in questi giorni ospedali da campo stranieri piazzati sull’asfalto fra pozzanghere fa riflettere, soprattutto se si pensa ai molti nostri ospedali periferici vetusti o seminuovi, abbandonati o utilizzati parzialmente (ad es. l’ospedale di Cologna Veneta nel veronese).

Agli errori di programmazione si sono aggiunti quelli del pensionamento anticipato degli operatori sanitari, disposto senza provvedere ad un opportuno e adeguato ricambio. Che dire poi in merito al numero chiuso imposto per le iscrizioni alle facoltà di medicina o sull’assenza di un numero adeguato di psicoterapeuti negli ospedali e nelle case di cura, figure professionali necessarie per dare sostegno psicologico agli operatori sanitari.

Dobbiamo disegnare il nuovo modello sanitario in modo da poter affrontare ogni esigenza di cura causata da eventi epidemici o catastrofali (ricordiamo le alluvioni e i terremoti che colpiscono frequentemente il nostro paese).

La popolazione va formata, iniziando dalla scuola per l’infanzia fino alla terza età, ad assumere comportamenti adeguati alle esigenze igieniche in caso di epidemie e calamità naturali.

Di certo il parametro di 4 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti (stabilito dall’OMS in concerto con il nostro Ministero della Salute e con le Regioni) è da riesaminare; nel contempo non si possono programmare posti letto all’infinito e tantomeno puntare a rattoppare il sistema in questione, quando gli eventi straordinari accadono.

Nell’appello lanciato dai medici di Bergamo si documenta una situazione drammatica, al punto che molti pazienti sono stati posti a giacere su materassi posati sul pavimento. L’appello lancia un allarme anche sulla situazione dei carcerati; consiglio a tutti di leggere le informative pubblicate dai garanti dei detenuti.

Agevolare l’acquisto dei farmaci salva vita urgenti

 Dobbiamo garantire ad ogni operatore sanitario quanto serve per affrontare in modo adeguato e professionale ogni cura, a cominciare dai farmaci indispensabili, fino al materiale necessario per salvaguardare se stessi e i pazienti dal contagio.

L’Italia, culla della civiltà, non può accettare che si debba scegliere chi curare in base all’età perché mancano farmaci reperibili sul mercato!

Anestesisti e rianimatori lamentano la carenza per ritardi nella consegna di farmaci fondamentali per la vita dei pazienti:

Propofol 1% e 2%
Recuronio.
Remifentanil

Questi farmaci non giungono in quantità sufficiente e con tempestività alle strutture sanitarie, perché i fornitori vogliono essere pagati alla consegna, mentre le Asl saldano ordinariamente a 60 giorni dalla consegna stessa. E’ assolutamente necessario evitare che tali farmaci siano dirottati in altri paesi, dove le modalità di pagamento sono più vantaggiose per i fornitori.
Ovviamente l’esigenza di sbloccare le consegne non diminuisce l’obbligo di controllare la qualità, il costo e le modalità di assegnazione della merce.

Pertanto, fra le cose urgenti, bisogna risolvere subito due questioni:

  • Autorizzare gli economi delle strutture sanitarie a saldare le forniture di farmaci alla consegna;
  • versare agli economi stessi, già all’ordine di ogni fornitura, il corrispettivo del valore della consegna.

 

Per risolvere il primo punto è sufficiente un benestare del governo nazionale.

Per il secondo, la Cassa depositi e prestiti potrebbe disporre a favore delle strutture sanitarie una linea di credito garantita da beni dello Stato, attiva finché gli arrivi di merce saranno indispensabili per la salute dei cittadini.

Alla Cassa depositi e prestiti potrebbero aggiungersi anche le fondazioni bancarie ed eventuali benefattori.

Si consideri che il rischio di insolvenza per le consegne di cui sopra è di fatto inesistente; infatti il fondo sanitario è coperto dallo Stato e il costo dell’operazione è minimo, essendo prodotto solo da interessi di irrilevante entità, essendo calcolati su 60 giorni, intercorrenti fra consegna e pagamento odierno

Mario Rossi

 

[i] “L’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è una nuovissima struttura all’avanguardia con 48 letti per terapia intensiva. Nonostante Bergamo sia una città relativamente piccola, questo è l’epicentro dell’epidemia italiana, che elenca 4.305 casi in questo momento – più di Milano o di qualsiasi altra parte del paese.

La Lombardia è una delle regioni più ricche e densamente popolate d’Europa ed è ora la più gravemente colpita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha segnalato 74.346 casi confermati in laboratorio in Europa il 18 marzo, di cui 35.713 in Italia. L’ospedale Papa Giovanni XXIII è altamente contaminato e siamo ben oltre il punto di non ritorno: 300 letti su 900 sono occupati da pazienti Covid-19. Il 70% dei letti di terapia intensiva nel nostro ospedale è riservato a pazienti affetti da Covid-19 in condizioni critiche, che hanno ragionevoli possibilità di sopravvivere. La situazione qui è drammatica in quanto operiamo ben al di sotto del nostro normale standard di assistenza. I tempi di attesa per un letto di terapia intensiva sono lunghi ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono da soli senza adeguate cure palliative, mentre la famiglia viene informata telefonicamente, spesso da un medico ben intenzionato, esausto ed emotivamente impoverito senza alcun contatto precedente. Ma la situazione nell’area circostante è ancora peggiore. La maggior parte degli ospedali è sovraffollata e si avvicina al collasso, mentre non sono disponibili farmaci, ventilatori meccanici, ossigeno e dispositivi di protezione individuale. I pazienti giacciono su materassi a terra. Il sistema sanitario fa fatica a fornire servizi regolari – anche le cure in gravidanza e il parto – mentre i cimiteri sono sopraffatti.  Negli ospedali gli operatori sanitari e il personale ausiliario sono soli, cercando di mantenere operativo il sistema. Fuori dagli ospedali le comunità vengono trascurate, i programmi di vaccinazione sono in stand-by e la situazione nelle carceri sta diventando esplosiva senza alcun allontanamento sociale. Siamo in quarantena dal 10 marzo. Sfortunatamente il mondo esterno sembra inconsapevole del fatto che a Bergamo questo focolaio sia fuori controllo.

I sistemi di assistenza sanitaria occidentali sono stati costruiti attorno al concetto di assistenza incentrata sul paziente, ma un’epidemia richiede un cambiamento di prospettiva verso un concetto di assistenza incentrata sulla comunità. Ciò che stiamo apprendendo dolorosamente è che abbiamo bisogno di esperti in sanità pubblica ed epidemie, ma questo non è stato al centro dei decisori a livello nazionale, regionale e ospedaliero. Ci manca la competenza sulle condizioni epidemiche, che ci indichi quali misure speciali debbano essere adottate per ridurre i comportamenti epidemiologicamente negativi. Ad esempio, stiamo imparando che gli ospedali potrebbero essere i principali vettori di Covid-19, poiché sono rapidamente popolati da pazienti infetti, facilitando la trasmissione a pazienti non infetti.

I pazienti vengono trasportati dal nostro sistema regionale, che contribuisce anche a diffondere la malattia, quando le sue ambulanze e il personale diventano rapidamente vettori.

Gli operatori sanitari sono portatori asintomatici o malati senza sorveglianza; alcuni potrebbero morire, compresi i giovani, il che aumenta lo stress di quelli in prima linea.

Questo disastro potrebbe essere evitato solo da un massiccio dispiegamento di servizi di sensibilizzazione. Sono necessarie soluzioni pandemiche per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali. Le cure a domicilio e le cliniche mobili evitano movimenti inutili e alleggeriscono la  pressione sugli ospedali.

Ossigenoterapia precoce, pulsossimetri e la nutrizione può essere consegnata a domicilio ai  pazienti leggermente malati e convalescenti, istituendo un ampio sistema di sorveglianza con adeguato isolamento e sfruttando strumenti di telemedicina innovativi.

Questo approccio limiterebbe il ricovero in ospedale a un obiettivo mirato di gravità della malattia, riducendo così il contagio, proteggendo i pazienti e gli operatori sanitari e minimizzando il consumo di dispositivi di protezione. Negli ospedali, la protezione del personale medico dovrebbe essere prioritaria. Nessun compromesso dovrebbe essere fatto sui protocolli; l’attrezzatura deve essere disponibile. Le misure per prevenire l’infezione devono essere attuate in modo massiccio, in tutte le località e compresi i veicoli. Abbiamo bisogno di padiglioni e operatori ospedalieri Covid-19 dedicati, separati da aree libere da virus. Questo focolaio è più che un fenomeno di terapia intensiva, piuttosto è una crisi di salute pubblica e umanitaria e richiede scienziati sociali, epidemiologi, esperti di logistica, psicologi e lavoratori sociali. Abbiamo urgentemente bisogno di agenzie umanitarie che riconoscano l’importanza dell’impegno locale. L’OMS ha espresso profonda preoccupazione per la diffusione e la gravità della pandemia e sui livelli allarmanti di inazione. Tuttavia sono necessarie misure audaci per rallentare l’infezione. Il blocco è fondamentale: il distanziamento sociale ha ridotto la trasmissione di circa il 60% in Cina. Probabilmente si verificherà un ulteriore picco quando le misure restrittive saranno allentate per evitare un grave impatto economico.

Abbiamo fortemente bisogno di un punto di riferimento condiviso per comprendere e combattere questo focolaio. Abbiamo bisogno di un piano a lungo termine per la prossima pandemia.

Il coronavirus è l’Ebola dei ricchi e richiede uno sforzo transnazionale coordinato. Non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. Più la società è medicalizzata e centralizzata, più è diffuso il virus. Questa catastrofe che si sta svolgendo nella ricca Lombardia potrebbe avvenire ovunque.

(sottoscrivono: Mirco Nacoti, MD, Andrea Ciocca, MEng, Angelo Giupponi, MD, Pietro Brambillasca, MD, Federico Lussana, MD, Michele Pisano, MD, Giuseppe Goisis, PhD, Daniele Bonacina, MD, Francesco Fazzi, MD, Richard Naspro, MD, Luca Longhi, MD, Maurizio Cereda, MD, Carlo Montaguti, MD)”.