I dati non sono neutrali: trasparenza, responsabilità pubblica e prevenzione per contrastare la violenza di genere
La violenza contro le donne non si combatte soltanto attraverso le leggi, le campagne di sensibilizzazione o gli interventi successivi a un episodio di violenza. Si combatte anche attraverso la capacità delle istituzioni di conoscere il fenomeno, misurarlo correttamente, comprenderne le cause e assumersi la responsabilità di intervenire prima che sia troppo tardi.
Per questo motivo, contare i femminicidi e rendere accessibili i dati sulla violenza di genere è una questione politica, democratica e di giustizia sociale.
I dati non sono semplici numeri. Sono strumenti attraverso i quali una società decide che cosa rendere visibile, quali problemi riconoscere come prioritari e quali risorse destinare alla loro soluzione. La qualità delle informazioni pubbliche incide sulla qualità delle decisioni politiche e, nel caso della violenza di genere, può incidere direttamente sulla sicurezza e sulla vita delle donne.
La documentazione resa disponibile nell’ambito della campagna #DatiBeneComune, in collaborazione con Period Think Tank, offre un’occasione importante per riflettere sul rapporto tra conoscenza, responsabilità istituzionale e politiche di prevenzione. L’analisi dei dati del Sistema di Indagine (SDI) del Ministero dell’Interno, riferiti al biennio 2024-2025, evidenzia criticità che non possono essere considerate soltanto problemi informatici o amministrativi. Sono questioni che riguardano il modo in cui lo Stato conosce e interpreta la violenza contro le donne.
Quando i dati non raccontano tutta la realtà
Uno degli aspetti più significativi emersi dall’analisi riguarda la scarsità delle informazioni sulla relazione tra la vittima e il presunto autore del reato.
Secondo la relazione tecnico-analitica diffusa nell’ambito della campagna, il campo relativo alla relazione affettiva o parentale risulterebbe compilato soltanto nel 6,2% dei casi esaminati. Anche per gli omicidi volontari e i tentati omicidi, la percentuale indicata si attesterebbe al 10,5%.
Si tratta di informazioni fondamentali. La violenza di genere non è comprensibile se viene separata dal contesto nel quale si manifesta: relazioni affettive, rapporti familiari, dinamiche di controllo, dipendenza economica, minacce, persecuzioni e precedenti episodi di violenza.
Sapere se una donna è stata aggredita da un partner, da un ex compagno, da un familiare o da una persona estranea non rappresenta un dettaglio secondario. È una condizione essenziale per riconoscere i modelli ricorrenti, individuare i fattori di rischio e predisporre interventi efficaci.
Se, come riportato nell’analisi, l’assenza di queste informazioni dipende anche dalle modalità di compilazione del sistema informativo, e non necessariamente dall’impossibilità di identificare l’autore, occorre interrogarsi sulle scelte organizzative e tecnologiche che determinano la produzione del dato.
Ciò che non viene registrato in modo sistematico rischia di non essere compreso; ciò che non viene compreso rischia di non diventare una priorità politica.
La prevenzione ha bisogno di informazioni complete, affidabili e confrontabili. Non possiamo chiedere alle istituzioni di anticipare il rischio e proteggere le donne se gli strumenti attraverso i quali si ricostruiscono gli episodi di violenza non restituiscono con sufficiente precisione le relazioni, le circostanze e le caratteristiche dei reati.
Il femminicidio non può scomparire dentro una categoria statistica
Esiste una differenza sostanziale tra registrare un omicidio e riuscire a riconoscere, attraverso criteri condivisi e verificabili, un femminicidio.
Il femminicidio non è soltanto la morte di una donna. È un fenomeno che deve essere analizzato considerando il contesto di genere, le dinamiche di potere, le condotte precedenti e gli elementi che consentono di comprendere la natura della violenza.
Per questa ragione, la disponibilità di una classificazione statistica adeguata è indispensabile. Se le informazioni relative al femminicidio vengono ricondotte a una categoria generale di omicidio volontario, senza possibilità di estrarle e analizzarle autonomamente, diventa più difficile costruire una conoscenza sistematica del fenomeno.
La relazione tecnico-analitica segnala proprio questa criticità nella consultazione dei dati ministeriali, indicando la necessità di verificare e migliorare le modalità di codifica utilizzate.
Occorre essere chiari: una categoria statistica non esaurisce la complessità di un fenomeno sociale, ma la sua assenza o la sua inadeguatezza possono renderne più difficile il riconoscimento istituzionale.
La raccolta dei dati deve quindi consentire di distinguere le diverse fattispecie giuridiche e, nel rispetto delle definizioni applicabili, di studiare la dimensione di genere della violenza. Deve inoltre permettere di ricostruire l’evoluzione nel tempo, le differenze territoriali e i possibili collegamenti tra episodi precedenti e fatti più gravi.
Solo così le statistiche possono diventare una base concreta per politiche pubbliche fondate sull’evidenza.
La trasparenza è una responsabilità delle istituzioni
La campagna #DatiBeneComune richiama un principio fondamentale: i dati prodotti dalle amministrazioni pubbliche, quando accessibili nel rispetto della legge e della tutela delle persone, costituiscono una risorsa per l’intera collettività.
La trasparenza non è una concessione. È una componente della responsabilità democratica.
Il percorso di accesso ai dati descritto nella relazione, comprese le richieste di accesso civico e il ricorso amministrativo promosso nel luglio 2026, mostra quanto possa essere complesso ottenere informazioni necessarie per comprendere un fenomeno di così grande rilevanza pubblica. L’udienza indicata per il 27 ottobre 2026 rappresenta, nel momento in cui scriviamo, un passaggio ancora da svolgersi.
Il problema non riguarda soltanto la possibilità di scaricare un archivio. Un insieme di file privo di documentazione tecnica, con codici non spiegati, formati disomogenei, duplicazioni o incongruenze, non garantisce da solo una reale conoscenza del fenomeno.
Perché i dati siano utilizzabili servono definizioni chiare, metadati, criteri uniformi, identificativi che consentano di distinguere gli episodi, informazioni territoriali standardizzate e aggiornamenti regolari.
È necessario, inoltre, che le informazioni siano pubblicate in formati aperti e riutilizzabili, compatibilmente con la riservatezza delle persone coinvolte e con le esigenze investigative.
La trasparenza deve essere accompagnata dalla qualità. La qualità deve essere accompagnata dalla possibilità di verifica. E la possibilità di verifica deve tradursi in una responsabilità pubblica rispetto alle scelte compiute.
Una società democratica non dovrebbe costringere ricercatrici, associazioni, giornaliste e organizzazioni civiche a ricostruire manualmente informazioni che potrebbero essere prodotte e rese disponibili in modo sistematico dalle amministrazioni competenti.
Il femminismo dei dati: conoscere per cambiare
Il lavoro di giornaliste, ricercatrici e attiviste che si occupano di dati ha contribuito a portare all’attenzione pubblica una questione decisiva: i numeri non sono mai completamente separati dalle scelte compiute per produrli.
Come mette in evidenza Donata Columbro nella riflessione sul significato politico del conteggio dei femminicidi, è importante non fermarsi alla domanda «quanti sono?», ma interrogarsi anche su come quei numeri siano stati costruiti, quali informazioni siano state raccolte e quali siano rimaste fuori dalle rilevazioni.
È questo uno dei contributi più importanti del cosiddetto femminismo dei dati: rendere visibili le persone e le esperienze che rischiano di essere trascurate dai sistemi ordinari di misurazione, interrogando criticamente le categorie utilizzate e le decisioni che le determinano.
Il monitoraggio indipendente svolto da associazioni, centri di ricerca e organizzazioni della società civile è prezioso perché può individuare lacune, segnalare incongruenze e sollecitare le istituzioni a migliorare i propri strumenti.
Tuttavia, il lavoro civico non può sostituire stabilmente la responsabilità pubblica. La raccolta indipendente e la produzione istituzionale dei dati devono rafforzarsi reciprocamente, attraverso criteri condivisi, verifiche metodologiche e un confronto trasparente.
Non si tratta di contrapporre società civile e istituzioni. Si tratta di costruire una collaborazione nella quale il controllo democratico contribuisca a migliorare la qualità delle politiche.
Perché la conoscenza non rimanga nelle mani di pochi, deve poter essere condivisa, discussa e utilizzata per orientare le decisioni collettive.
Dalla conoscenza alla prevenzione: quali politiche servono?
Il significato politico dei dati emerge soprattutto quando ci chiediamo che cosa debba cambiare nella realtà.
Una politica efficace di contrasto alla violenza di genere deve poter contare su informazioni che permettano di individuare le situazioni di rischio, comprendere le dinamiche relazionali, valutare l’efficacia degli interventi e misurare i risultati ottenuti.
Per questo propongo cinque priorità.
1. Costruire un sistema informativo integrato e affidabile.
È necessario migliorare il coordinamento tra le banche dati delle amministrazioni competenti, definire standard comuni e garantire che le informazioni essenziali siano registrate in modo sistematico. La raccolta deve rispettare la protezione dei dati personali, ma la riservatezza non può diventare un ostacolo ingiustificato alla produzione di statistiche pubbliche attendibili.
2. Rendere riconoscibile e monitorabile il femminicidio.
Occorrono criteri di classificazione espliciti, documentati e coerenti con il quadro normativo e con gli standard statistici adottati. È importante poter distinguere le fattispecie giuridiche e, contemporaneamente, analizzare le dimensioni relazionali e di genere che caratterizzano il fenomeno.
3. Pubblicare dati aperti, aggiornati e territorialmente confrontabili.
Le informazioni devono essere rese disponibili con regolarità, accompagnate da definizioni, legende dei codici e documentazione metodologica. La standardizzazione territoriale deve permettere di confrontare i dati tra comuni, province e regioni, evitando che errori di codifica compromettano l’analisi.
4. Collegare i dati alla programmazione delle politiche pubbliche.
I dati devono contribuire alla definizione degli interventi, alla distribuzione delle risorse e alla valutazione dei servizi antiviolenza. Devono aiutare a capire dove rafforzare i centri antiviolenza, i centri di ascolto, i servizi territoriali, la formazione degli operatori, i percorsi di autonomia economica e le misure di protezione.
5. Valutare i risultati e rendere conto delle scelte.
Non basta contare gli episodi. Occorre verificare se le politiche adottate producano cambiamenti misurabili, se le risorse siano adeguate e se le donne ricevano risposte tempestive. La valutazione deve diventare parte integrante dell’azione pubblica, non un adempimento formale.
Queste priorità richiedono una responsabilità condivisa tra Stato, Regioni, enti locali, sistema giudiziario, forze dell’ordine, servizi sociali, università e organizzazioni della società civile.
Il ruolo dei territori e la responsabilità collettiva
Come Stati Generali delle Donne, consideriamo la violenza di genere una questione che attraversa l’organizzazione economica, sociale e istituzionale del Paese.
Non è sufficiente intervenire quando la violenza si è già manifestata. È necessario lavorare sulle condizioni che possono favorire l’autonomia delle donne, sulla prevenzione culturale, sull’educazione al rispetto, sulla qualità delle relazioni e sulla capacità dei territori di riconoscere tempestivamente le situazioni di pericolo.
L’indipendenza economica, l’accesso al lavoro, la parità nelle opportunità professionali, la disponibilità di servizi territoriali e la presenza di reti di sostegno costituiscono elementi importanti di una strategia complessiva. Non sostituiscono gli strumenti di protezione e giustizia, ma contribuiscono a ridurre le condizioni di vulnerabilità e a rendere concretamente esercitabile la libertà di scelta.
Per costruire politiche territoriali efficaci occorre conoscere i bisogni reali delle comunità. Servono dati disaggregati e comparabili, letture qualitative e quantitative, ascolto delle donne e collaborazione tra istituzioni e realtà locali.
La prevenzione deve essere verificabile. Le iniziative devono essere valutate. Le risorse devono essere orientate sulla base dei bisogni e dei risultati, senza dimenticare che dietro ogni indicatore vi sono persone, relazioni e diritti.
È qui che la questione statistica diventa una questione di democrazia sostanziale: il diritto di ogni donna a essere riconosciuta, ascoltata e protetta deve tradursi in decisioni pubbliche adeguate.
Contare significa riconoscere. Riconoscere significa assumersi una responsabilità
La qualità dei dati sulla violenza di genere non è una questione riservata agli specialisti. Riguarda il funzionamento delle istituzioni, l’efficacia delle politiche pubbliche e la credibilità delle dichiarazioni con cui la politica afferma di voler contrastare la violenza contro le donne.
Se i dati sono incompleti, se le classificazioni non consentono di distinguere fenomeni diversi, se gli archivi non sono accompagnati da documentazione e se le informazioni non vengono pubblicate in modo accessibile, l’intera collettività perde uno strumento essenziale per comprendere la realtà.
La trasparenza non risolve da sola la violenza. Ma senza trasparenza diventa più difficile riconoscere le lacune, individuare le responsabilità e misurare i progressi.
Per questo chiediamo che la produzione e la pubblicazione dei dati sulla violenza di genere siano considerate una componente strutturale delle politiche di prevenzione e contrasto. Non un’attività occasionale, non una risposta a una campagna civica, non un adempimento da assolvere soltanto quando viene presentata una richiesta formale.
Contare i femminicidi è un atto politico perché significa decidere che nessuna morte debba essere resa statisticamente invisibile.
È un atto di responsabilità verso le donne che non ci sono più, verso quelle che stanno cercando protezione e verso le nuove generazioni, che hanno diritto a una società capace di riconoscere la violenza e di intervenire prima che produca conseguenze irreparabili.
I numeri non restituiscono una vita e non sostituiscono la giustizia. Possono però aiutare a impedire che la realtà venga minimizzata, frammentata o dimenticata.
Come Coordinatrice nazionale degli Stati Generali delle Donne, ritengo che la battaglia per dati affidabili, accessibili e trasparenti debba diventare parte integrante di un impegno politico più ampio per la libertà, l’autonomia e la dignità delle donne.
Perché una democrazia è più forte quando sa guardare anche ciò che la mette in discussione. E uno Stato è più credibile quando trasforma la conoscenza dei problemi in responsabilità, prevenzione e cambiamento.
La violenza contro le donne non è un fatto privato. La sua misurazione non può essere una questione marginale. La prevenzione non può prescindere dalla conoscenza.
Contare, dunque, non è soltanto descrivere ciò che accade. È assumersi la responsabilità di cambiare ciò che non dovrebbe più accadere.
Isa Maggi