Ci sono uomini che non appartengono soltanto alla loro epoca, ma continuano a parlare anche a chi non li ha conosciuti. Vittorio Bachelet è uno di loro. Nel centenario della sua nascita, ricordarne la figura significa riscoprire una testimonianza che unisce fede cristiana, cultura, responsabilità civile e amore per le istituzioni democratiche. Giurista, docente universitario, presidente nazionale dell’Azione Cattolica dal 1964 al 1973 e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Bachelet attraversò una delle stagioni più difficili della storia repubblicana senza mai separare le proprie convinzioni religiose dal servizio alla società. Fu protagonista del rinnovamento del laicato cattolico dopo il Concilio Vaticano II, convinto che la fede non dovesse diventare un rifugio dal mondo, ma una ragione in più per impegnarsi nella sua trasformazione. La sua testimonianza nasceva da una convinzione semplice e impegnativa: il cristiano è chiamato a vivere nella storia, a partecipare alla vita pubblica, a contribuire alla costruzione del bene comune. È un messaggio particolarmente attuale per i giovani, spesso delusi dalla politica e disorientati di fronte a un futuro incerto. Bachelet ci ricorda che la partecipazione non è inutile, che la competenza deve accompagnarsi all’etica e che la responsabilità verso gli altri è parte essenziale della libertà personale.

Gli anni di piombo: il martirio e la forza del perdono

Il 12 febbraio 1980, nell’Italia ferita dal terrorismo, Vittorio Bachelet fu assassinato dalle Brigate Rosse all’Università La Sapienza di Roma, al termine di una lezione. La sua uccisione non fu soltanto un delitto contro un uomo mite e autorevole. Fu un attacco alle istituzioni della Repubblica, alla cultura del dialogo e alla possibilità di risolvere i conflitti attraverso la democrazia e la legalità. Gli anni di piombo furono una ferita profonda nella coscienza nazionale. La violenza terroristica cercava di imporre le proprie ragioni con le armi, negando il valore della vita umana e la legittimità delle istituzioni democratiche. Bachelet, servendo lo Stato e la giustizia, rappresentava esattamente ciò che quella violenza voleva abbattere. Ma è soprattutto nelle ore successive alla sua morte che la sua testimonianza ha assunto un significato ancora più grande. Durante i funerali, il figlio Giovanni, allora giovane, pronunciò parole di perdono per gli assassini del padre, senza rinunciare alla ricerca della giustizia. Fu un gesto di straordinaria forza morale. Perdonare non significava dimenticare, giustificare il delitto o rinunciare alla giustizia. Significava rifiutare che l’odio generasse altro odio. In quel momento, la fede cristiana si tradusse in una lezione civile per tutto il Paese: la democrazia si difende anche impedendo alla violenza di avvelenare le coscienze.

Una lezione per i giovani e per l’Italia di oggi

A cento anni dalla nascita, Vittorio Bachelet non può essere soltanto il ricordo di una generazione che visse direttamente il terrorismo. La sua eredità appartiene anche ai giovani di oggi, che affrontano sfide differenti ma conoscono la precarietà, la solitudine, la difficoltà di trovare un lavoro e la crescente sfiducia nella politica e nelle istituzioni. L’incontro promosso a Gorizia dall’Azione Cattolica, con gli interventi di Matteo Truffelli ed Ernesto Preziosi e la moderazione del giornalista di Avvenire Matteo Liut, offre l’occasione per rimettere al centro tre parole che hanno segnato la vita di Bachelet: fede, responsabilità, bene comune. Non basta lamentarsi di ciò che non funziona. Occorre prepararsi, studiare, partecipare, costruire relazioni e assumersi responsabilità concrete. È necessario ritrovare il coraggio di credere che la società possa migliorare attraverso l’impegno quotidiano delle persone, soprattutto dei più giovani. Per i cattolici, Bachelet resta un testimone di una fede vissuta senza separazioni tra coscienza e vita pubblica. Per tutti gli italiani, credenti e non credenti, è l’esempio di un uomo che ha servito la Repubblica senza rinunciare ai propri valori e senza trasformare le differenze in ragioni di odio. Il modo migliore per ricordarlo, dunque, non è soltanto celebrare la sua vita e commuoversi per il suo martirio. È raccoglierne l’eredità, trasformando la memoria in responsabilità. Perché Vittorio Bachelet non appartiene soltanto alla storia degli anni di piombo. Appartiene al futuro che vogliamo costruire. E la sua lezione continua a parlarci, soprattutto ai giovani: la libertà si difende con il coraggio delle idee, la democrazia si alimenta con la partecipazione e il bene comune comincia dalla responsabilità di ciascuno di noi.

Michele Rutigliano

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