Traggo ispirazione dalla Settimana Santa e da un libro intitolato “Generativi di tutto il mondo unitevi! Manifesto per la società dei liberi“, di Mauro Magatti e Chiara Giaccardi[1], che consiglio a tutti di leggere.

Come sintetizzato nel titolo, voglio cogliere l’occasione per riflettere sulla possibilità di una conversione dell’azione politica che ci si apre davanti. Per conversione, termine che traduce il greco metanoia, oltre al suo significato di cambiamento, trasformazione, intendo anche il convergere tutti insieme non verso un obiettivo (oggetto), ma verso l’uomo, la persona umana come soggetto vivo. Un andare incontro insomma, che già dispone l’atteggiamento.

Veniamo ora alla parola democrazia. Essa è composta da due lemmi: demos (il popolo) e kratos (il potere). “Con il termine popolo si esprime la tensione, che risale all’antica Grecia, verso l’uguaglianza tra gli uomini che condividono una terra, una storia, un destino, e che per questo formano un demos. […] l’identità, invece che con la terra e il sangue, ha oggi a che fare soprattutto con il riconoscimento di pratiche, istituzioni, modi di convivenza comuni”[2]. Kratos, nella lingua greca, fa invece riferimento a quella forma del potere associata al suo lato oscuro e incontrollabile, alla forza bruta, alla crudeltà, al combattimento violento, alla guerra. “Che nella parola democrazia il demos sia associato al kratos dovrebbe farci riflettere. Forse ciò rivela un fondo risentito della democrazia? Forse ciò a cui aspira davvero il demos è quel kratos – monopolio, nel passato, di re, sacerdoti, signori di varia natura? E il demos vuole forse il kratos per poterlo esercitare in prima persona e avere così finalmente accesso a quei privilegi storicamente riservati a pochi? È forse questo fondo rancoroso che spiega la disinvoltura con cui le democrazie hanno appoggiato guerre e conquiste?”[3].

D’altra parte la democrazia in epoca moderna è il risultato di un processo sfociato nella rivoluzione francese e da lì diffusasi e interpretata. Proprio a partire da quel sanguinoso evento si comprendono i guadagni e i limiti di questa forma di governo: la ritrovata centralità del popolo caratterizzato da libertà, fraternità e uguaglianza e la violenza. Quest’ultima purtroppo ha segnato la storia della democrazia ed è molto utilizzata ai nostri giorni, coperta da scuse come il riscatto dei popoli o la tutela degli interessi nazionali, fino ad arrivare a dichiarare di esportare la democrazia, di portare la pace con la guerra, alimentando così quelle forme di potere corrotto che serpeggiano nelle nostre società e nelle relazioni internazionali. Gli stessi principi popolari di libertà, fraternità e uguaglianza, originariamente cristiani, vengono svuotati e umiliati dalla violenza.

Inoltre questi processi evoluti nella modernità sono stati ispirati da un pensiero fortemente ambiguo e impersonale, che vede una netta separazione tra ordine spirituale e ordine temporale, il quale ha portato a un notevole guadagno istituzionale, ma non senza provocare una frattura della persona in spirituale e materiale, anima e corpo (ereditati dalla filosofia greca) e libertà e verità, fede e ragione, soggettivo e oggettivo, (propri della modernità) senza più riuscire a pensarne l’unità.

Un tentativo violento, insieme reazionario e rivoluzionario, di ripristinare l’unità della persona e conseguentemente l’ordine delle cose attraverso il potere è stato il totalitarismo. L’idealismo, a partire da Hegel, è finito con il costruire una spiritualità immanente e materialistica nel tentativo di colmare la frattura di senso tra spirito e storia, andando ad alimentare uno statalismo totalizzante, di cui purtroppo abbiamo patito la violenza politica.

Non volendo rinunciare al guadagno istituzionale moderno, bisogna ammettere che lo stato è necessario ma non sufficiente. Esso non esaurisce l’azione politica, intesa come quella pratica ordinata al governo della polis che tiene insieme la relazione sociale (con gli altri) e la relazione economica (con le cose), con-tiene trascendenza e immanenza.

Oggi occorre proporsi di andare oltre la modernità (senza perderne i pregi), per ricercare un pensiero e quindi un’azione politica capace di mettere a tema le relazioni, ricomporre vissuto spirituale e temporale dell’uomo e trovare nell’esperienza umana e concreta (indivisibile) il punto di partenza, superando così anche l’infausta divisione della tra fede e ragione[4].

Tornando alla lingua greca, c’è un altro termine per indicare il potere: arché. Questo campo semantico rimanda alla regalità e a un principio guida che ordina e mette ordine. “Lo spostamento semantico [rispetto a kratos] è evidente: dalla violenza si passa all’esempio, dal privilegio al coraggio, dalla potenza all’autorevolezza, dall’elemento impersonale, tecnico e burocratico, all’elemento personale (con il suo portato di responsabilità, rischio, disponibilità)”[5]. Dunque viene da chiedersi: Quale regalità? Quale principio? Quale ordine? [6]

Qui veniamo al cuore dell’esperienza politica veramente cristiana, che è radicalmente nonviolenta.

Per quanto riguarda la concezione di regalità ci viene incontro la storia del popolo d’Israele. Nella teologia biblica la regalità è concepita come servizio al popolo: il re è il servo, colui che guida il popolo per il Signore (una delega elettiva). A partire dal post-esilio (V-IV sec. a.C.), venendo meno la monarchia, Israele inizia a prendere coscienza che il vero Re a servizio del popolo è Dio stesso, colui che l’ha fatto uscire dal paese d’Egitto (lo ha liberato dalla schiavitù), iniziando così ad attribuire al Signore le qualità regali[7]. Durante la Settimana Santa facciamo esperienza del regnare di Dio. Questa regalità la possiamo contemplare nella Croce di Gesù Cristo alla luce della sua Resurrezione.

E allora quale principio trarne se non quello che ci ha lasciato Lui? “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). Si tratta del principio che guida l’atteggiamento dell’andare incontro al prossimo, del servizio, della Carità. L’unica forza in grado di realizzare l’unità nella differenza, generando vita.

A questo punto possiamo rispondere all’ultima domanda: Quale ordine? E qui la risposta è una responsabilità: il Bene Comune, che si esplicita nella dignità della persona umana, nella solidarietà, nella sussidiarietà e ridà senso alla libertà, alla fraternità e all’uguaglianza.

Allora rimbocchiamoci le maniche per una primavera cristiana, primavera dell’uomo, che possa edificare la civiltà dell’amore[8] e convertiamo l’azione politica verso una demoarchia del servizio, per cui un intero popolo sappia mettersi a servizio dell’umanità riunita [9] e la politica torni ad essere la forma più alta di carità [10].

Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!“(1Cor 13,13)

Tommaso D’Angelo

 

[1] Generativi di tutto il mondo unitevi! Manifesto per la società dei liberi, Mauro Magatti e Chiara Giaccardi, Feltrinelli, 2014 (settima edizione a gennaio 2020).

[2] Lì’ p. 124-125

[3] Lì p.125

[4] In questo senso si intravede un’opportunità nella fenomenologia come ermeneutica dell’esperienza personale. Limitando la vastità di questo pensiero, indico tre testi fondamentali per il nostro discorso: M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori 2017; E. Lévinas, Totalità e Infinito, JacaBook 2018; P. Ricoeur, Percorsi del riconoscimento, RaffaelloCortinaEditore 2005.

[5] Lì p. 126

[6] Sieger Köder La lavanda dei piedi.

[7] in questo senso si vedano i salmi sul tema Adonai malak, il Signore regna.

[8] Per un approfondimento in relazione al tema della giustizia: P. Ricoeur, Amore e giustizia, Morcelliana 2000

[9] In questo senso si veda l’interessante esperienza della scuola Costituente Terra (http://www.costituenteterra.it/).

[10] Come la definiva S. Paolo VI.