“Liberi non sarem se non uni” , scriveva Manzoni …

Quasi 160 anni sono passati dal 17 marzo 1861. L’Italia era un territorio per secoli diviso tra dominazioni straniere e piccoli potentati locali ma che possedeva nel suo dna una chiara consapevolezza di essere nazione, per cultura, religione, geografia. L’Italia romana e quella imperiale di Carlo Magno e di Federico II, l’Italia dei comuni e dei campanili, l’Italia dei mercanti e delle banche medievali, l’Italia di Dante e Petrarca , l’Italia del Papato e di Francesco, delle repubbliche marinare e dei grandi viaggiatori (da Marco Polo a Colombo e Vespucci) , l’Italia di Leonardo e Galileo, di Giotto e di Michelangelo, l’Italia di Machiavelli e Vico, di Monteverdi e Boccherini ecc.

Una consapevolezza talvolta adombrata, sottaciuta o addirittura negata. Per secoli il territorio della penisola è stato teatro di aspre lotte e divisioni, quando tra impero e papato, quando tra potenze straniere ( Francia e Spagna su tutte), quando tra signori e signorie. Perché ? Forse per la posizione geografica ( porta verso il mondo arabo e mediterraneo), forse per la sua innegabile centralità culturale che tutti, obtorto collo, dovevano riconoscere, forse per il suo antico lignaggio e per la presenza della sede pontificia, forse per il forte carattere ed il senso di appartenenza, di radicamento, di autonomia delle sue popolazioni. Il risorgimento, con tutti i suoi limiti, le sue forzature e contraddizioni, ripropose il tema della unità politica dalla Sicilia fino al Piemonte, unità ben rappresentata dalla stretta di mano tra Vittorio Emanuele e Garibaldi. Certo, nel 1861 mancavano ancora all’appello, oltre a Roma che arriverà nel ’70, anche il Trentino ed altri territori (bisognerà aspettare la prima guerra mondiale).

Ma fu proprio il 1861 che, riavvicinando nord e sud, aprì la porta alle aggregazioni successive. Oltre ai territori si confrontarono finalmente anche le correnti di pensiero. Liberali, repubblicani, monarchici, massoni, socialisti delle varie ramificazioni e infine i cattolici. Tutti parteciperanno alla costruzione del nuovo soggetto politico. L’unico deluso vero resterà Mazzini, il sognatore spiazzato dal concreto e realista Garibaldi. Morirà lontano da quella patria che così tanto aveva sognato. Il successivo Novecento radicalizzerà negativamente il concetto di nazione, facendone motivo di chiusura, scontro, conquista. Il colonialismo, lo sfruttamento, l’imperialismo.

Il punto di arrivo sono due guerre mondiali, con un bilancio di sangue che non ha eguali nella storia dell’umanità. “Le magnifiche sorti e progressive” . Rimanendo alla nostra nazione, non possiamo nemmeno dimenticare il tragico bilancio di violenza e di corruzione del secondo dopoguerra. Un triste primato tra i paesi occidentali : terrorismo, che possiamo datare dal’omicidio dell’agente Annarumma nel 1968, con una scia di circa 140 attentati solo tra ’68 e ’74 … a cui seguiranno l’omicidio Moro, Stazione di Bologna ecc. Saltano in aria piazze, treni, aerei. Giovani di dx e sx (alcuni appena sedicenni) rimangono uccisi. Poi la Mafia (o meglio le Mafie) circa 300 cadaveri l’anno dal 1977. Dal colonnello Giuseppe Russo a Boris Giuliano , da Rocco Chinnici a Dalla Chiesa, fino a Faalcone e Borsellino. Il maxi processo, 450 imputati e sentenze con migliaia di anni di reclusione. In ultimo Mani Pulite con le diverse derivazioni ed i grandi misteri italiani … Sindona, Calvi, Gardini, Ambrosoli ecc.

Insomma, un cammino unitario spesso drammatico. Nonostante la retorica del Bel Paese, della pizza e del tricolore. Tutto da mettere nel conto per affrontare il futuro. Cosa possiamo fare oggi? Certamente ripensare l’idea di nazione e donare un’anima all’Europa. L’attuale fase di crisi del coronavirus potrà essere una cesura importante, da non sprecare. Serve un “pensiero lungo”. Intanto, valorizzazione e rispetto delle diverse specificità, delle secolari tradizioni culturali e religiose, delle diverse lingue. Perchè la via non passa per l’omologazione.

In secondo luogo, ripensare il rapporto tra universale e particolare, tra centro e periferia, tra federalismo e autonomie La formula è Invarietate Concordia. L’Europa delle nazioni, delle regioni e dei comuni dovrà facilitare e non complicare lo stare assieme. meno procedure, meno burocrazia, più partecipazione e sussidiarietà. La nazione non potrà più essere ridotta al solo criterio ottocentesco del legame lingua-territorio-religione. Serve un’interpretazione ampia, aperta. Fiamminghi, Baschi, Scozzesi sono nazione senza essere Stato, alla pari delle circa 95 etnie presenti nella banlieu parigina.

Il potere politico quindi non potrà più essere monopolizzato da un singolo detentore, ma distribuito su scala verticale e orizzontale, dal municipale fino al continentale, attraverso sussidiarietà e corpi intermedi. Serve una visione, un orizzonte. Serve una Costituzione continentale, perchè ogni costruzione sana e durevole inizia dalle fondamenta valoriali, nel nostro caso dall’Europa delle Cattedrali , dai “giganti su cui ti siedi”. Dobbiamo prepararci a risolvere questo dilemma. La Dottrina sociale cristiana, riletta secondo il percorso di una nuova ecologia integrale e di una rinnovata economia civile, è l’unica voce che ha proposte e ricette innovative. Dalla soluzione di questo dilemma deriverà l’esito della politica del XXI° sec. come dipenderà molto del nostro futuro e del futuro dell’intera civiltà occidentale.

Francesco Poggi