13- Dicembre    Nel giorno dedicato a S. Lucia, a cui Dante Alighieri era devoto per aver recuperato-dopo una malattia agli occhi- il “primo buono stato della vista”

 Se profezia è l’insieme di messaggi intelligibili destinati da Dio all’uomo, in linguaggio umano e per il tramite di figure mediatrici ispirate, quel che caratterizza la profezia cristiana- scrive David E.Aune ne” La profezia nel primo cristianesimo e il mondo mediterraneo antico” – non sono né il contenuto né la forma, ma la sua asserita origine soprannaturale.

Nelle prime comunità cristiane esistevano persone che parlavano e agivano come profeti, ma il loro modo di parlare non aveva nulla che li distinguesse nettamente dai colleghi del mondo mediterraneo, come dire del mondo ebraico e insieme di quello pagano, e neppure dai portavoce ufficiali delle chiese cristiane.

A distinguerli era semmai l’invocare una legittimazione divina, la pretesa di parlare in nome e per conto di un essere soprannaturale: individui staccati dall’autorità locale, ma dotati di un’autorità personale che li trascendeva.

Un profeta- scrive un anonimo musulmano in età medioevale- è degno di fede quando il suo messaggio è logicamente e moralmente accettabile; quando le dottrine che esso contiene sono attestate in modo concorde da tradizioni diverse e quando la profezia è accompagnata da “segni” inequivocabili, come i miracoli.

Dante vive la crisi dell ‘ Occidente cristiano alla fine del secondo millennio, decaduto, piombato nel disordine, sia dal punto di vista dottrinale, sia da quello politico e delle istituzioni del tempo.

Uno degli intellettuali più rappresentativi delle attese millenariste proprie degli Spirituali francescani, Pietro di Giovanni Olivi, predicò a Firenze proprio negli anni ( 1287-89) in cui Dante, ancora giovane, perfezionava nel medesimo ambiente i suoi studi di teologia.

Pietro proponeva una soluzione radicale : il modello di una vita povera ed evangelica. Il modello era il Cristo battuto, schernito, crocifisso: mirabilmente rappresentato dal Beato Angelico nella cella n.7 del Convento di S. Marco. La Chiesa nasceva in quelle estreme umiliazioni. La teologia doveva partire da lì, da una concezione diversa della stessa venuta di Cristo.

L’incontro con ogni probabilità lasciò una traccia duratura in Dante, se è ragionevole fare risalire a quell’ambiente alcune posizioni ben presenti nella Divina Commedia come la convinzione che la fine del mondo fosse prossima (Par. XXX). L’atteggiamento di Dante, come poeta, si conforma ai modelli di un deciso profetismo.

Egli sente di parlare in nome di Dio, di aver ricevuto una grazia speciale che gli permette “visioni” rivelatrici del senso della Storia e, particolarmente, delle vicende della Chiesa. Come tutti i profeti egli si sente isolato, un exul immeritus, esule senza colpa, esule perché giusto. E così da una parte Dante esprime la sua dura condanna di un mondo ormai giunto ad un grado estremo di degenerazione delle libertà comunali in arbitrio, a livello di gestione del potere; in licenziosità, riguardo ai comportamenti; in vuoto (e dannoso) raggiro, in riferimento agli animi semplici dei cittadini onesti. Dall’altro auspica un profondo rinnovamento, retto dalla speranza di recuperare i valori della civiltà passata, la pratica delle virtù, la fiducia nelle armi della sua rivincita: la Commedia, con la sua straordinaria ricchezza d’invenzione, di un linguaggio innovatore, ricco di messaggi etici;  consapevole che, rispetto all’eternità, la storia umana è come la vita di un insetto; ma senza il pensiero rivolto all’eternità la storia umana è nulla e si dovrà esaurire senza ritorno alla luce, né un nuovo inizio.

La sua è una crociata in difesa della Verità ed è per questo che l’investitura ufficiale nella missione profetica gli viene, come nel canto XVII del Paradiso, proprio per bocca di un crociato, l’antenato Cacciaguida, che con fermezza l’inviterà a non lasciarsi condizionare dalla paura: “Questo tuo grido sarà come vento, che le più alte cime più percuote….”. Dante diventa in questo caso oggetto di profezia, e questa profezia serve a legittimare la sua missione.

Al poeta , straordinario visitatore dell’oltretomba, è affidato il compito di denunciare la distanza tra l’errore degli uomini e la verità di Dio, di renderli consapevoli della necessità di ristrutturare la propria vita in conformità alle leggi del Vangelo, trasmettendo alcuni valori fondamentali che meritano di essere custoditi e dai quali ripartire anche nei momenti difficili come quelli che viviamo oggi: il senso della giustizia, senza di cui non c’è pace, né libertà; il valore della libertà, parte dell’ordinamento universale stabilito da Dio, necessario per la salvezza dell’anima; il rifiuto delle forze particolaristiche e delle divisioni tra singoli, partiti e poteri… nella speranza di una prospettiva di pace per l’umanità; la necessità della collegialità “sapiente” (vedi il canto XIV del Paradiso, riflessa nella simbologia delle due corone di beati): quella dei consigli universitari, delle assemblee politiche, da cui- attraverso una varietà di ispirazioni e intelletti -possa nascere una sintesi da idee diverse, illuminate dall’arcobaleno (v.17): l’emblema della pace di Dio verso il genere umano.

Nel Canto XXVI del Paradiso (il canto in cui san Giovanni sottopone il poeta all’esame della carità)“ l’amore verso Dio- afferma Dante-  è il culmine massimo della mia vita, per me e per quanti cercano il vero….”

E lui come poeta, maestro di vita morale, intende porre il lettore in comunicazione con la Verità: è la persona che colloquia con Dio e che si fa portavoce della parola di Dio: “Dio è Bene, è Bontà per essenza….e tutte le cose sono solo un lume di suo raggio”.

Nino Giordano