Nella cantica del Paradiso, Dante fa del Cielo del Sole lo specchio del serafico ardore e della cherubica sapienza dei due ortolani che, nel solco di Cristo, hanno diffuso il seme della Povertà e della Sapienza, a uso di ogni cristiano : san Francesco e san Domenico

Le loro figure e traiettorie terrene si compenetrano e completano, a simboleggiare l’unione di Oriente e Occidente. I raggi di Assisi-Oriente illuminano il mondo della luce della povertà di Cristo, che Francesco ha fatto sua; l’Occidente con il suo dolce zefiro sparge dalle terre del tramonto l’effluvio della sapienza dell’umile vignaiolo della Spagna castigliana: Domenico.

In un tempo di smarrite coscienze, vedere nella cultura un’arma di lotta; rispondere alla disgregazione dell’eresia con umiltà e forza morale; fare dell’esperienza monastica un luogo etico e problematico di confronto e di dialogo… Lui, Domenico, era nato per questo. Fin dal seno materno e nei primi passi della sua esistenza si coglievano i segni, specchio della volontà di Dio: avrebbe ridato vigore allo sterile orto della Chiesa. E la luminosità è già racchiusa nello scrigno del suo nome; l’ardore rende irresistibile la sua parola. Dimostra, se necessario, di saper denunciare l’incuria dei lavoratori della sua vigna; di combattere le ricchezze materiali di alcuni ecclesiastici  e, umile e tollerante, saper però affrontare gli eretici con fermezza.

La figura di S. Francesco, come pure nella realtà storica, ruota attorno ad un’apparente contraddizione : la povertà, la morte, la sconfitta sono esaltate come valori positivi, mentre il senso comune è propenso a rifiutarle e a fuggire. La scelta di farsi poveri non è soltanto un mezzo per solidarizzare con i fratelli ed aiutarli (pensiamo alla prima comunità cristiana i cui membri vendevano i propri beni e utilizzavano il ricavato secondo le necessità di ciascuno), ma è anche- forse principalmente- un modo per imitare Gesù che fu povero ed identificarsi misticamente con lui, adottandone lo stile di vita.

Quando Dante  parla di guerra al proprio padre da parte di Francesco, sceglie la rappresentazione più radicale possibile della povertà. Va al di là di quei limiti che al ruolo della povertà, nella vita del santo, sono riconosciuti dai francescani “spirituali” anche più settari (e “pericolosi” per l’ordine sociale, e di cui egli stesso diffida). Tant’è che Dante arriva a dichiarare che si può e si deve parlare di “nozze” fra lei, Povertà con la maiuscola, e Cristo. Di lì, a seguire di “millecent’anni e più” (XI, v. 65), quelle con Francesco. Con ciò Dante non pone in essere una forzatura religiosa, ma compie scientemente un’operazione politica: dare sostegno alle tendenze purificatrici del mondo ecclesiastico e contrastare il diffondersi di un’economia finanziaria il cui assioma è che col denaro si possa comprare tutto.

Come è vero che non c’è pace senza giustizia, lo è altrettanto che non ci può essere giustizia se il denaro impera. Specie al palesarsi di ingiustizie che coinvolgano il bene comune e la salvezza delle singole persone (pertanto pericolose per chi le divulghi, le affronti), la via da seguire, ardua ma nobile e gloriosa, è quella confermata a Dante dall’avo Cacciaguida: fare “come vento, / che le più alte cime più percuote;/ e ciò non fa d’onor poco argomento” (XVII, vv. 133-135). E così non c’è timore “di perder viver tra coloro/ che questo tempo chiameranno antico” (XVII, vv. 119-120).

Per Dante conta moltissimo lo spirito di fraternità, ai fini del bene comune. E al riordinamento del mondo serve che la sapienza cristiana-illuminata da san Domenico-  innervi i vari gangli sociali e politici, a partire dalla famiglia. I conventi, i frati -nome impegnativo- devono essere un esempio di rispetto delle regole. Altrimenti, come per ogni altra comunità, c’è l’erosione interna e lo sfaldamento. I sapienti del cielo usano “sì del cantare e sì del fiammeggiarsi” (v.22), per mostrare cos’è l’armonia d’intenti che rispecchia il volere di Dio: una (francescana) interrelazione  di creature, fra loro e con l’universo.

Dante sprona tutti i cristiani ad alzare lo sguardo: nel Cielo del Sole trionfa l’armonia di arcobaleni, di canti, di danze: i beati sono congiunti in corone di dodici e traspare come intercorra un sotteso dialogo. Vige il rispetto, l’amore che Cristo ha insegnato; e le ombre, le rivalità vissute sono fugate. Il domenicano San Tommaso è insieme a Sigieri di Bramante, e lo capisce (X, vv.133-138); il francescano san Bonaventura presenta Gioacchino da Fiore, il profeta (vv.139-141). E quanti e profondi contrasti hanno diviso tra loro queste grandi menti!

Quando sulla terra vorremmo cercare, tra gli interstizi del disordine, di sciogliere in solitudine i grumi dell’inimicizia e delle divisioni; quando siamo smarriti nel credere, ma ansiosi di salvarci e in cerca delle altitudini, sempre Francesco e Domenico possono presentarci una via, una possibilità di alzarsi.

La Sapienza e la Fede sono i nutrienti di quei valori universali che idealmente uniscono.

Messaggi di pace universale, di rispetto delle creature e dell’armonia della natura, di solidarietà e di umana fratellanza, che sono oggi -e sempre saranno- recepiti come lasciti e frutti perenni: esprimono valori preziosi per l’intero genere umano, al di là di ogni credo religioso.

Nino Giordano