L’ intervista rilasciata da Giuseppe De Rita a Repubblica il 28 agosto scorso merita di essere richiamata. Ha il pregio di mettere in chiaro – con poche pennellate, com’è possibile fare solo sulla scorta di una grande e consolidata cultura – in modo semplice e schietto e, ad un tempo, esaustivo e dirimente, alcuni fondamentali svarioni che hanno compromesso il fisiologico sviluppo del nostro sistema politico- istituzionale.

“La religione del maggioritario”, “il terrore del proporzionale”, il mito azionista del “partito d’opinione”, “l’imbroglio della governabilità” hanno soffocato la politica, azzerato “la capacità di andare oltre”, “il coraggio di non limitarsi a tutelare, ma esplorare, rischiare, provare”. Cosicché abbiamo leader – se così possiamo chiamarli – che “non diventeranno mai trascinatori di folle”, “politici(che) che sono prigionieri dell’opinione, non la gestiscono”. “Quante volte – afferma De Rita, con tono sconsolato – ci siamo sentiti dire che serviva una legge elettorale che stabilisse la sera stessa delle elezioni chi doveva governare?”.

“La ronda della politica italiana” di volta in volta innalza il simulacro di un nuovo leader  – e, questa volta, ammette De Rita, potrebbe essere il momento della Meloni, senza che si percepisca attorno a lei entusiasmo, ma piuttosto una sorta di accondiscendenza – che smonta dalle scene dopo un giro di giostra e, così, via via, un ciclo succede all’altro in un progressivo impoverimento. E l’astensionismo cresce, passando attraverso “ondate emotive, ideologiche, politiche”, senonché “per molti le elezioni non sono più il momento magico della verità”.