Il duro scontro in atto negli Usa tra democratici e repubblicani sul sistema elettorale che i secondi vogliono introdurre nello Stato della Georgia per limitare fortemente la partecipazione al voto, soprattutto da parte degli elettori neri ( CLICCA QUI ),  conferma che la scelta di un sistema di voto può condizionare fortemente il processo democratico. Può essere utilizzato per assicurare, o al contrario limitare, la rappresentanza di larghe aree della società civile.

La considerazione nasce dopo la lettura dell’intervento di Giuseppe Ladetto intitolato ” Quale democrazia?”  ( CLICCA QUI ). Domanda più che bimillenaria destinata nel corso dei secoli a ricevere le più diverse risposte che, di volta in volta, hanno riguardato la partecipazione, la governabilità e la sostanza del processo democratico o la sua mancanza di sostanza. Come la continua lotta tra cannone e corazza, i processi democratici si sono mossi come il pendolo tra i due estremi: poca o troppa democrazia. E spesso, il cambiamento del movimento del pendolo è stato determinato dal sistema elettorale adottato.

Winston Churchill, nel 1947, nel corso di un intervento al parlamento britannico, disse: “E’ stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Lo disse poco tempo dopo l’allontanamento da Downing Street, lasciata a seguito di quella espressione di gratitudine un po’ particolare che personaggi importanti ricevono dopo essersi profusi completamente per una giusta causa: come fu quella da lui condotta con caparbietà contro il Nazismo.

La democrazia è come l’aria o il battito del cuore. Ci si accorge della loro importanza solo quando vengono a mancare. Quindi, bene fa Ladetto ad invitare a concentrare per tempo l’attenzione su tutti quegli elementi, e lui ne ha indicati di importanti, che finiscono per provocarne l’indebolimento. Nella frase finale del suo intervento, egli, però, ci lascia un’affermazione su cui, a mio avviso, c’è da fare un’approfondita riflessione. Mi riferisco a quando egli definisce il sistema elettorale uno degli aspetti “tutto sommato marginali”.

Tutta la storia della politica moderna, quella della lunga stagione legata alla presenza dei partiti, è fortemente condizionata dalla scelta della legge elettorale. Prendendo solamente l’Italia, ma molto si potrebbe aggiungere per altri paesi occidentali, i punti di snodo rappresentati dall’adozione di differenti sistemi di voto hanno sempre segnato la coincidenza con l’apertura, o la chiusura, di determinate fasi politico istituzionali. Così come si registra la relazione del sistema elettorale con le mutazioni sociali e culturali intervenute nel frattempo.

Guardando in generale ai diversi modelli applicati nel periodo post unitario italiano, la cui diversità restava inizialmente confinata al solo innalzamento del livello del censo richiesto per entrare a far parte delle liste degli elettori, già si coglie il tentativo di registrare quelle mutazioni che stavano portando al formarsi di un certo tipo di borghesia e ad una sua, sia pur timida, diversificazione divenuta nel tempo più significativa.

Gli inizi del secolo scorso videro l’introduzione del cosiddetto proporzionale. Ciò segnò il definitivo superamento del sistema liberale ottocentesco con l’apertura anche alla piccola borghesia, ai lavoratori dell’industria e della campagna. Fu grazie a quel mutamento di sistema di voto se il mondo socialista, quello cattolico, ma anche quello liberale, trovarono un’adeguata rappresentanza in Parlamento con un più concreto riconoscimento delle vitalità sociali che, fino a quel momento, erano state compresse e represse. Si verificò un cambio di paradigma, del resto reso possibile dalla Prima Guerra mondiale, che fu in qualche modo guerra di popolo, e dalle sue drammatiche conseguenze. La “folla” divenne il soggetto più importante della cronaca politica. Si stava infatti entrando, a seguito della Rivoluzione russa, nella fase che il controverso Ernst Nolte definì quella dell’ideologia vissuta come “emozione di fondo”.

Alla “folla” si può rispondere in due modi: o con la repressione, cosa messa in essere in maniera fallimentare dal generale Bava Beccaris per stroncare i Moti di Milano del 1898, e che su larga scale invece condussero le squadre fasciste di Mussolini oltre vent’anni dopo, o con l’allargamento del processo d’inclusione democratico.

Dopo la parentesi fascista, i mutamenti intervenuti a seguito della Seconda Guerra mondiale provocarono inevitabilmente il ritorno al proporzionale e l’introduzione del suffragio universale con la partecipazione anche delle donne. Quel sistema servì bene a fare sì che il Parlamento divenisse, finalmente, la rappresentazione dell’intero Paese. Una rappresentazione così ampia e vitale da costituire uno degli elementi importanti per consentire all’Italia, uscita dal secondo conflitto mondiale in ginocchio, di divenire in pochi decenni uno dei paesi più ricchi e industrializzati al mondo.

Purtroppo, il cambio elettorale dei primi anni ’90, tra l’altro avvenuto sotto la pressione di “Mani pulite”, espressione più evidente di quella che è stata definita una palese “intromissione” della magistratura in politica, del delitto Lima e degli attentati contro i magistrati Falcone e Borsellino, oltre che a seguito di evidenti interventi di forze ed interessi internazionali,  sempre più ha finito per coincidere con l’avvio di una tendenza opposta. Se è vero, com’è vero, che l’Italia dopo 25 anni di un bipolarismo, supportato da un sistema sostanzialmente maggioritario, si trova adesso precipitata in tutte le classifiche mondiali che contano. E’ evidente che non si possa addebitare tutto ciò al solo impianto utilizzato per le elezioni. Sarebbe questo sciocco e riduttivo affermarlo, viste la tante altre variabili che hanno concorso all’impoverimento del Paese, a seguito delle trasformazioni intervenute per l’affermarsi della globalizzazione, per l’influenza degli sviluppi della scienza, della tecnica e delle loro applicazione sui cicli produttivi, e sul costo del lavoro, per l’arrivo sulla scena, anche in modo tumultuoso, in modo fortemente significativo, di nuovi paesi più popolosi, più giovani e meno legati ai vecchi schemi economici e ai precedentemente consolidati elementi che caratterizzavano la produzione e gli scambi. E’ altrettanto incontrovertibile, però, che la politica italiana, grazie al cosiddetto bipolarismo, abbia cessato di costituire la spinta propulsiva per il Paese, a differenza di quanto accadde nell’immediato secondo dopoguerra, sempre più è divenuta, invece, una camicia di forza che non ha liberato nuove energie, ma al contrario ha finito per comprimere quelle che, ancora oggi, restano del tutto sommerse e inespresse.

Avevamo registrato positivamente nei mesi scorsi che molte forze politiche si erano poste questo problema. Quando sembrava si accingessero a varare un sistema elettorale in grado di favorire quella rigenerazione complessiva da tutti oggi auspicata, ma che richiede la nascita di un nuovo quadro politico.

La destra è interessata a conservare il sistema elettorale attuale d’impronta fortemente maggioritario. Come, però, ha recentemente scritto Domenico Galbiati ( CLICCA ) anche qualcun altro vuole rispolverare lo schema bipolare affidando al cosiddetto “stellone” degli italiani il futuro del Paese, le sue relazioni con l’Europa e con il mondo occidentale.

Enrico Letta sta ragionando, con un’inversione dell’orientamento che a un certo punto sembrava volessero seguire quelli del Pd, per un sistema elettorale maggioritario e, probabilmente, per questo si vedrà con Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Una strada su cui non è da escludersi una rotta di collisione con quei 5 Stelle con i quali, dice Enrico Letta, egli vuole stabilire un raccordo organico.

Alla luce delle condizioni in cui versa il Pd registriamo un certo autolesionismo. E’ possibile che Letta pensi che un maquillage superficiale, non vediamo infatti alcuna intenzione, né capacità, del Pd di andare al fondo della propria profonda crisi, possa essere speso meglio utilizzando un sistema bipolare contrapposto, piuttosto che coinvolgendosi in un lavoro più complesso, e forse più lungo, che richiede un’approfondita analisi sociologica, economica e culturale sulle trasformazioni che la società italiana ha avviato nella più completa indifferenza della principale forza del centrosinistra.

E’ per questo che noi riteniamo che questa non sia la strada giusta: così facendo, si restaura un sistema finito completamente in crisi e non lo si rinnova. Non basta illudersi che, dopo un’inevitabile fase durante la quale il Paese sarà in mano alla destra, tra l’altro quella sciovinista ed isolazionista di Salvini e della Meloni, toccherà inevitabilmente al Pd. Una verifica affidata ai fatti che rischia davvero di divenire un salto nel vuoto.

Giancarlo Infante

 

 

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