Mentre il resto del mondo si occupa del Coronavirus, lo scontro armato per il controllo della regione di Iblid  tra Turchia, da una parte, e Siria e Russia, dall’altra, diventa sempre più duro e più cruento con lo scambio di violenti bombardamenti.

Dopo quelli turchi sulle postazioni governative siriane, Damasco ha colpito le forze inviate da Ankara a sostenere i ribelli contrari ad Bashar al Assad: oltre un trentina sono stati uccisi.

Numerose operazioni militari sarebbero state operate anche dai jet russi nei giorni scorsi. Si teme un possibile scontro diretto tra la Russia e la Turchia, nonostante Putin ed Erdogan si parlino al telefono e si ripetono le solite cose che si dicono icon il linguaggio della diplomazia, mentre poco cambia nello scenario di guerra.

I portavoce russi sostengono che la Turchia non ha informato adeguatamente sul fatto di avere truppe combattenti a fianco dei ribelli a Idlib. La televisione di stato moscovita ha sostenuto che specialisti militari turchi usano missili a spalla per cercare di abbattere aerei militari russi e siriani.

La Turchia si sente isolata e cerca di aggrapparsi ai due soli salvagente che intravede vicini: la Nato e l’Europa. Della prima riceve solidarietà formale, ma non molto di più. Ardogan insiste per ottenere almeno l’impegno per la creazione di una “ no fly zone” nel nord della Siria.

Il Presidente turco invia delle indirette minacce ai paesi europei lasciando che i profughi siriani premano sul confine con la Grecia per provare ad entrare in Europa. Un neppure tanto velato tentativo di ricordare che in tempo di Coronavirus è in grado di lasciar partire tantissima gente fino ad oggi confinata nei campi di raccolta.