“……il linguaggio di Milano e di questa nostra terra è la fierezza di poter affrontare le sfide, è la generosità nell’ accogliere e nel condividere…..e’ la compassione che non si accontenta di elemosine, ma crea soluzioni, stimola
a darsi da fare, inventa e mantiene istituzioni per farsi carico dei più fragili”: la storia ed il carattere di una città, la sua tradizione e la cifra che tuttora la contraddistingue, le speranze e le attese che alimenta per chi la abita e per chi ci lavora e quotidianamente la vive, sono ritratte mirabilmente in queste parole che l’Arcivescovo Delpini ha pronunciato in Sant’Ambrogio nel tradizionale “discorso alla città”. Appunto non omelia, ma “discorso”. Sostiene Mons. Delpini: “ l’ intervento più istituzionale dell’Arcivescovo di Milano”, che, non a caso, a tanti secoli di distanza, rientra nella vocazione di Ambrogio, prefetto della città e poi vescovo. Figura che in sé compone, senza contraddizione, potere politico-istituzionale e potere spirituale.

Cattolicesimo sociale ambrosiano, cura del lavoro e responsabilità sociale dell’imprenditore, pensiero liberale, vocazione socialista, cultura cattolico-democratica e popolare, sono versanti che storicamente convivono e, di volta in volta, convergono e si incontrano su quei crinali della storia che spesso da qui, dalla città di Ambrogio e di San Carlo, di Giovanbattista Montini e di Carlo Maria Martini, si dipartono ed aprono un nuovo cammino.

Oggi è l’ inquietudine ad accompagnare i nostri passi e Mons. Delpini ne tesse l’elogio perché l’inquietudine bussa alle porte dei mille scenari in cui si articola la nostra vita, alle porte delle nostre certezze e delle nostre paure ed ovunque ci interroga: e gli altri? Ci provoca e ci scuote: “ Elogio l’inquietudine – continua Mons. Delpini – perché pensieri, decisioni, interventi siano attenti alla complessità e là dove sembra produttivo e popolare essere sbrigativi e semplicisti, istintivi e presuntuosi, l’inquietudine suggerisca saggezza…..”

Il secondo “elogio” dell’ Arcivescovo è dedicato al “realismo della speranza”, in un lungo capitolo che va letto e meditato, particolarmente intenso e, dunque, difficile da riassumere o commentare. Un capitolo che si riflette nello splendido capoverso conclusivo: “Senza il rapporto ed il confronto con chi è diverso, è difficile avere una conoscenza chiara e completa di sé stessi e della propria terra, poiché le altre culture non sono nemici da cui bisogna difendersi, ma sono riflessi differenti della ricchezza inesauribile della vita umana. Guardando sé stessi dal punto di vista dell’altro, di chi è diverso, ciascuno può conoscere meglio le peculiarità della propria persona e della propria cultura: le ricchezze, le possibilità, i limiti……..

In realtà, una sana apertura non si pone mai in contrasto con l’identità. Infatti, arricchendosi con elementi di diversa provenienza, una cultura viva non ne realizza una copia o una mera ripetizione, bensì’ integra le novità secondo modalità proprie. Questo provoca la nascita di una nuova sintesi che, alla fine, va a beneficio di tutti, poiché la cultura in cui tali approdi prendono origine risulta poi a sua volta alimentata”.

Insomma, la visione di Mons. Delpini ha una tale composta chiarezza da poter essere assunta quasi fosse parte di un programma politico. Non a caso, l’ “elogio della politica” rappresenta ultimo capitolo del discorso. Un capitolo ampio che esige una riflessione che non può essere resa qui sbrigativamente, bensì fatta oggetto di una ben più ponderata analisi in una successiva occasione.

Domenico Galbiati