La revisione del meccanismo di perequazione che difende il valore reale delle pensioni rispetto alla crescita dei prezzi inserita nella proposta della Legge di bilancio 2023 è di una portata che non ha precedenti. A renderla evidente sono le cifre finanziarie fornite nella relazione tecnica di accompagnamento. Grazie a questo intervento si determina un risparmio sulla spesa pensionistica superiore ai 10 miliardi di euro nei prossimi tre anni e di 36,8 miliardi entro il 2032.

La proposta prevede il mantenimento dell’indicizzazione totale rispetto all’aumento dell’inflazione stimato dall’Istat solo per le rendite pensionistiche inferiori a 4 volte le pensioni minime (circa 2.100 euro lordi mensili) con una riduzione significativa per le rendite pensionistiche superiori fino al dimezzamento della rivalutazione per quelle tra i 2.600 euro e i 5.200 euro lordi, ulteriormente ridotto al 35% per gli importi superiori a questa cifra. Il taglio della perequazione si concentra su circa 3,5 milioni di pensionati con perdite che oscillano tra un minimo di 240 euro e i 2.000 euro l’anno (con cifre superiori per quelle oltre i 5.250 euro mensili). La stima del potenziale danno è destinata ad aumentare per l’ulteriore crescita dei prezzi rispetto a quella registrata dall’Istat nel mese di ottobre 2022 (7,5%) e per l’estensione temporale del nuovo meccanismo anche per il 2024.

L’intensità della riduzione viene incrementata da due ulteriori fattori: l’applicazione della percentuale ridotta finale sull’intero importo percepito, e non per le singole fasce di reddito come previsto dall’attuale meccanismo; l’abbassamento del valore di base della pensione utile per il calcolo delle perequazioni future. Una combinazione di interventi che va ben oltre i precedenti interventi sulla materia, e che potrebbe in molti casi comportare degli aumenti finali più consistenti per le rendite di importo inferiore rispetto a quelli destinati a pensioni di scaglione immediatamente superiore, con un effetto di scavalcamento che si fa beffa dei contributi effettivamente versati.

Una palese violazione dei principi di ragionevolezza e di proporzionalità più volte richiamati dalla Corte Costituzionale per sanzionare i precedenti interventi di questa natura, ivi compresi i contributi di solidarietà messi a carico delle pensioni più elevate materia, con la restituzione totale o parziale degli importi prelevati dallo Stato.

Questi interventi (quattro negli anni 2000) dovrebbero essere ponderati tenendo in debito conto che le normative in atto prevedono una valorizzazione inferiore dei contributi previdenziali versati dagli stipendi più elevati ai fini del calcolo delle rendite pensionistiche e una riduzione della percentuale di rivalutazione rispetto all’andamento dei prezzi ( tra il 90% e il 75%). Per le pensioni lorde superiori ai 43 mila euro lordi (circa 2.600 euro netti al mese) il prelievo fiscale Irpef, comprese le addizionali regionali e comunali, si avvicina al 50% dell’importo lordo.

È ormai diventata una consuetudine quella di considerare il sistema pensionistico come una sorta di binario parallelo di quello fiscale per la finalità di redistribuire il reddito. Nel caso specifico anche associando in modo improprio i percettori delle pensioni di basso importo alle persone con redditi bassi e meritevoli di essere assistiti con supplementi di risorse pubbliche.

La conseguenza storica è quella di avere circa la metà delle rendite pensionistiche che vengono integrate attingendo ai contributi versati da altri lavoratori o con i trasferimenti a carico della fiscalità generale. I beneficiari sono persone che per vari motivi non hanno versato contributi sufficienti per ricevere pensioni di importo superiore (per via delle carriere ridotte, baby pensioni, per aliquote di versamento di basso importo o meramente simboliche, per il lavoro sommerso), ma non per questo assimilabili a quelle in condizioni di povertà. Eppure in tutte le tornate elettorali si ripropone l’idea di aumentare le pensioni minime, fino ad importi mensili persino superiori alle attuali rendite pensionistiche di alcuni milioni di pensionati che sono state calcolate sulla base dei contributi effettivamente versati, come se fosse la cosa più equa di questo mondo.

L’utilizzo delle promesse velleitarie sulle pensioni per le finalità elettorali ci dà lo spunto per approfondire il tema anche per le implicazioni di carattere più generale. La crescita della spesa sociale per le pensioni e per l’assistenza è avvenuta a discapito dei sostegni alle famiglie per la natalità, e degli investimenti per l’istruzione, la sanità, le politiche attive del lavoro che in altri Paesi europei svolgono un ruolo propulsivo per la sostenibilità del welfare. La scarsa efficacia della nostra spesa sociale, che ha un’incidenza sul Pil superiore alla media Ue, è un fatto noto. Ma viene trascurata la probabilità, molto seria, che questo equilibrio basato sull’utilizzo distorto delle risorse sia arrivato a una soglia di rottura tale da compromettere definitivamente anche il precario equilibrio attuale.

Le stime effettuate dall’Istat relative all’impatto del declino demografico sulla popolazione in età di lavoro proiettano una perdita di circa 5 milioni di potenziali lavoratori entro il 2039. Considerando che nei prossimi 15 anni si concentrerà l’esodo pensionistico della parte più rilevante dei lavoratori nati nel periodo del baby boom, il numero dei pensionati a quella data dovrebbe aumentare di almeno 1,5 milioni. Il rapporto tra lavoratori attivi e titolari di rendite pensionistiche passerebbe da 1,63 a 1,73. Giova ricordare che queste stime vengono ponderate sulla base di un aumento dell’età pensionabile rapportato alle aspettative di vita e un ingresso medio annuo di circa 150 mila nuovi immigrati.

L’equilibrio del sistema pensionistico attuale viene garantito da una costante iniezione di risorse versate dallo Stato all’Inps per le prestazioni assistenziali destinate per i due terzi all’integrazione delle pensioni minime di invalidità, per finanziare gli sgravi contributivi sulle nuove assunzioni, i contributi sostitutivi per i pensionamenti anticipati. Un importo raddoppiato a partire dal 2008 fino a superare i 140 miliardi nel 2020. Oltre al contributo dello Stato, l’equilibrio dei fondi pensionistici dell’Inps viene garantito dall’utilizzo degli attivi dei fondi di sostegno al reddito (in particolare le casse integrazioni dei settori industriali) e del fondo parasubordinati (istituito nel 1996 e attualmente con poche decine di migliaia di pensionati a carico che sono destinati ad aumentare nei prossimi anni).

Basta questa semplice lettura per comprendere come l’intervento dello Stato, ovvero gli interventi normativi rivolti a “svalutare” gli importi delle pensioni in essere, non rappresentino un incidente di percorso, ma la condizione stessa per la sostenibilità del sistema.

Ma chi sono i pagatori di questi oneri trasferiti a carico dello Stato? Un recente rapporto pubblicato dal centro studi Itinerari Previdenziali che analizza i dati dell’Agenzia delle Entrate lo descrive puntualmente: sono il 13% dei contribuenti Irpef che denunciano al fisco più di 35 mila euro anno, per la stragrande parte lavoratori dipendenti e pensionati, che versano all’erario il 60% delle imposte Irpef. Mentre sul versante opposto il 51% dei residenti in Italia non dichiara redditi, il 25% dei contribuenti dichiara redditi sotto la soglia dell’imposizione fiscale, un ulteriore 20% al netto delle detrazioni fiscali, versa cifre irrisorie, il 14% dello scaglione tra i 15 e i 20 mila euro versa all’erario una media di 1.850 euro inferiore al solo costo pro capite del Servizio sanitario nazionale.

Cosa scaturisce da questa lettura: a) che alle attuali condizioni la sostenibilità del sistema pensionistico dipende essenzialmente dalla crescita costante della spesa assistenziale a carico della fiscalità e dalla svalutazione delle pensioni dei lavoratori che hanno versato più contributi; b) che il drenaggio delle risorse pubbliche verso la spesa assistenziale è destinato a comprimere le altre spese sociali, in particolare la sanità, con conseguenze drammatiche per la sostenibilità dell’incremento delle persone non autosufficienti legato all’invecchiamento della popolazione; c) che il finanziamento fiscale di questa spesa assistenziale grava sui contribuenti con redditi superiori ai 35 mila euro (quelli che le soglie Isee escludono totalmente o parzialmente dall’accesso a una miriade di prestazioni pubbliche assistenziali, assegno unico per i minori, bonus, usperbonus, agevolazioni scolastiche, e tariffarie) compresa la quota dei pensionati che subiscono il taglio della rivalutazione.

La tendenza descritta potrebbe essere contenuta: elevando il tasso di utilizzo delle persone che possono lavorare, compresa la quota dei lavoratori anziani; aumentando la produttività e i redditi delle persone che lavorano; programmando l’ingresso di immigrati qualificati. Ma le politiche che vengono adottate da molto tempo, in perfetta continuità da parte dei Governi di diversa estrazione politica, muovono nella direzione opposta: quella di aumentare la quota delle politiche passive e dei sostegni al reddito, di anticipare l’età di pensionamento e di ridurre la quota dei contribuenti fiscali attivi. Come un guidatore che pigia sull’acceleratore della vettura in prossimità del baratro.

Natale Forlani