“Tutti noi abbiamo insegnato con la parola e con l’esempio che quando è l’ora si deve andare innanzi se occorre pagare di persona”. Questo diceva don Carlo Banfi, dal 1938 al 1945 parroco di Sormano, nella Valsassina, per spiegare il motivo del suo impegno nel resistere nonostante i rischi che ciò comportava.
Uno dei tanti eroi sconosciuti del periodo ’43 -’45. Anche a lui si deve se, queste terre che lambiscono il Lago di Como, divennero il rifugio per ebrei, oppositori politici, militari sbandati che preferivano divenire partigiani piuttosto che continuare a prendere ordini dai fascisti, ex prigionieri alleati. A un passo dalla Svizzera, quei monti divennero un punto di passaggio verso la salvezza per molti.
Don Carlo Banfi accompagnò personalmente oltre confine 16 ebrei rischiando molto e consapevole del fatto che, com’è stato scritto in un libro che lo ricorda (CLICCA QUI), si trattasse di “gesti conclusivi di una pratica pastorale- quasi un manifesto – come servizio rivolto a tutti; in fondo, di una didattica della concretezza”.
Il suo radicamento nella azione del movimento cattolico di allora, soprattutto quella dell’Azione Cattolica milanese, lo portò a vivere l’impatto delle prese di posizione antirazziste di Pio XI e quelle del cardinale Schuster che venivano dopo una iniziale simpatia per il regime. L’orientamento di don Banfi influenzò largamente i parrocchiani che per la maggior parte solidarizzarono con i perseguitati.

Nel dopoguerra il sacerdote continuò con modestia la sua attività nelle parrocchie di Mesenzana (Varese) e di Gorla (Milano), senza rivendicare meriti, convinto di vere semplicemente adempiuto ai suoi doveri. Ebbe la riconoscenza della Comunità Ebraica di Milano e l’amicizia di persone che aveva salvato o che l’avevano conosciuto nei momenti di difficoltà.