Nel Disegno di legge di bilancio all’esame del Parlamento ci sono misure per l’occupazione femminile. Una è la decontribuzione per due anni senza limiti di età e di territorio e fino a un massimo di 6000 € annui per le nuove assunzioni di donne. L’operazione è temporanea, non strutturale. Ma oggi siamo nella classica situazione dell’auto ferma che va riavviata a spinta. L’altra è un nuovo fondo per la costituzione di imprese femminili con 40 mln in due anni. Sono il potenziamento di misure già utilizzate, piuttosto che misure effettivamente nuove.
Occorre valutare a parte l’efficacia specifica e l’impatto di queste misure e anche se siano ben progettate per l’attuazione veloce, l’accesso facile, la prevenzione anti truffe. Qui riconosciamo il passo politico positivo, e ne incoraggiamo gli sviluppi.
Perché mettere a fuoco questo tema? Ogni grave crisi economica e sociale fa arretrare alcuni livelli di vita.
L’arretramento si manifesta maggiormente negli ambiti già più fragili e con minore resilienza. Possono concorrere altre concause. Ma in genere gli ultimi nel crescere sono i primi a decrescere. Per il dopo crisi sta crescendo la consapevolezza che l’obiettivo non è il mero ripristino del livello precedente, già troppo insoddisfacente. Questa è la condizione dell’occupazione femminile, che ancor prima della crisi era molto più bassa che nel resto dell’UE.
La perdita di lavoro indotta dalla crisi ha colpito le donne ben più che proporzionalmente, perché spesso impiegate in lavori meno strutturati e meno garantiti. Ha concorso il fatto che la riduzione di occupazione si sia manifestata di più in settori come quello del turismo e dei pubblici esercizi, fra i cui addetti sono molte le donne.
Vanno assunte iniziative che non sono solo per le donne, anche se ne sarebbero le beneficiarie dirette. Sono iniziative per l’Italia, perché la bassa partecipazione femminile al lavoro è un elemento di debolezza per tutti.
Se vogliamo allineare l’occupazione femminile italiana a quella media in UE, ci vuole un piano di azione pluriennale condotto con tenace determinazione politica e senza quel gioco dell’oca in cui un anno si finanzia e un anno si de-finanzia.
Nel 2019, prima del Covid – 19, il livello dell’occupazione femminile in Italia era il penultimo di Europa, seguito solo dalla Grecia. È rispetto a questo punto che siamo arretrati (lo ha sottolineato di recente il presidente dell’ISTAT Blangiardo).
Per procedere serve una digressione. Spesso si parla della condizione femminile rispetto al mondo del lavoro in modo generalizzato e indistinto. In realtà si sono manifestate forti differenziazioni, che vanno considerate, per poter fare una politica mirata, equa ed efficace. Innanzitutto, vi è una disparità inaccettabile. Una ricerca dell’INPS, e anche un successivo commento di Linda Laura Sabbadini, mettono in evidenza che la maternità penalizza carriere e reddito e che la disparità nel reddito da lavoro tra madri e padri, che è diffusa in Europa, è ben più grave in Italia. Si denuncia spesso una disparità salariale fra donne e uomini, ceteris paribus.
Nella composizione dell’occupazione per settori e professioni le disparità sono eloquenti (vedi Decreto interministeriale n 234 del 16 ottobre 2020, ai fini di incentivi per l’assunzione). Per quel che valgono queste classifiche, nel Global Gender Gap Index l’Italia è 76ma, circa a metà graduatoria. Ma distinguiamo: ci sono donne più avanzate nella loro professione, che denunciano la persistenza del soffitto di cristallo: il livello oltre il quale salgono gli uomini, ma non le donne. Si esemplifica con il fatto che non abbiamo mai avuto un capo dello Stato donna (situazione rara a parte le regine), che non abbiamo avuto un presidente del Consiglio dei Ministri donna (mentre ad esempio la Germania lo ha e l’Inghilterra lo ha avuto). Le donne sono ancora poche negli uffici direttivi della magistratura, fra i grandi primari ospedalieri, tra i top managers del settore privato. Vero. A mano a mano però si aprono delle crepe: abbiamo ministri donne, una presidente del Senato donna, abbiamo già avuto ( e non una sola volta) una presidente della Camera donna, abbiamo avuto una presidente di Corte costituzionale e da poco il rettore (la Rettrice?) della più grande Università italiana. Abbiamo avuto e abbiamo donne al vertice di associazioni imprenditoriali e di sindacati dei lavoratori.
Tuttavia le donne che si scontrano con questo limite hanno ogni diritto – forse anche il dovere – di denunciare i ritardi. Certo, non sappiamo quale sarà il punto di equilibrio in futuro. Oggi abbiamo circa il 35% dei parlamentari donne, per effetto di una lunga crescita graduale. L’equilibrio ottimale sarà 50 e 50, oppure a parità di opportunità ci saranno sempre ambienti in cui prevarranno gli uni o le altre?
Se le firme femminili su questo sito sono una vera rarità, dipende da qualche difficoltà, o invece dal fatto che devono aumentare (mi auguro) le donne desiderose di partecipare a questa esperienza? Dopo le donne che si cimentano con i cristalli del lucernario ci sono le molte che hanno imboccato le scale e procedono con slancio.
Oggi i magistrati italiani sono donne in maggioranza assoluta (oltre il 52%). I medici under65 sono donne in maggioranza assoluta. Nella carriera prefettizia le donne sono la maggioranza assoluta. Tra i dirigenti scolastici le donne sono il 66% (l’82% tra gli insegnanti in genere). Alcune di queste erano professioni prettamente maschili. Il sorpasso è già avvenuto.
Ci sono altri esempi possibili, ma mi limito solo a uno: tra i giovani dai 25 ai 34 sono laureati il 20% dei ragazzi e il 33% delle ragazze (però ancora poche con lauree STEM). E mediamente prima e con voti più alti. Il fenomeno non è solo italiano (solo in Germania i ragazzi tengono il passo delle ragazze). Andiamo verso, o siamo già, in una società a trazione femminile?
Ma per non crogiolarci solo nei dati evolutivi, diciamo subito che fra i NEET (15-29 anni) ci sta il 24 % delle ragazze e il 20% dei ragazzi. Se si spinge lo sguardo fino ai 34 anni la preponderanza femminile aumenta. L’anno scorso, prima che irrompesse il Covid – 19, il tasso di occupazione femminile in Italia era del 50,1% rispetto al 68% dell’occupazione maschile. Nel Mezzogiorno, sempre prima della Pandemia, l’occupazione femminile era poco più del 33%. Tra le donne che lavorano molte sono a part time e che per troppe di queste il part time è involontario. In quell’edificio, che culmina nel soffitto di cristallo, queste donne sono bloccate al pianoterra. Molte sono fuori e non riescono o non tentano di entrare. Verso queste donne dobbiamo rivolgere l’attenzione politica prioritaria, senza trascurare le altre.
Già troppi i numeri, e del resto i lettori di questo sito sanno bene come trovare altre informazioni. Tiriamo le fila. Le donne che non lavorano sono un pezzo dello sviluppo che ci manca. Meno occupazione femminile corrisponde a minore natalità. Dire che la misura della decontribuzione è meglio di niente può sembrare ingeneroso. Anzi lo è.
Ma quello che serve non è una misura congiunturale, è una misura strutturale, di lungo periodo, che accompagni prima il reinserimento o l’inserimento nel mondo del lavoro, poi la stabilizzazione, poi il radicamento di una fiducia generativa di nuove scelte di vita.
Sarebbe bene introdurre, se sostenibile, il quoziente familiare nella fiscalità. È una misura che si rivolgerebbe alla famiglia costituita e feconda. Ma questo punto di partenza è per molte e per molti un traguardo arduo e lontano.
Anche un grande piano degli asili nido non retroagisce: la donna disoccupata non porterà all’asilo nido il figlio che non ha. Gli asili servono, ma insieme ad altro.
Dobbiamo ricostruire strade che sono franate. Poiché mi sembra difficile immaginare quote rosa di assunzioni, penso a un incentivo fiscale strutturale e a un utilizzo forte del Next Generation UE. Intraprendiamo una corsa a tappe, per agganciare la media UE, cioè 17 punti in più partendo dal dato pre crisi, da conseguire per esempio in cinque anni? Ci sono obiettivi difficili da conseguire, a maggior ragione bisogna decidere di perseguirli ostinatamente.
(Per inciso: se vogliamo vivere come popolo e non regredire come economia, l’alternativa a una strategia di vigorosi incrementi dell’occupazione femminile, sarebbe l’introduzione di un reddito di lavoro domestico, di lavoro di cura e di gestione familiare. Richiede una coscienza condivisa nel paese e risorse non appoggiabili sul Next Generation Fund perché non dovrebbero essere temporanee, ma avere affidabilità permanente). Poi occorre fare un balzo rispetto all’ANPAL. Non si può operare con micro gradualismo, e facendo più passi indietro che avanti. Mettiamo in una impresa nuova di politiche attive del lavoro risorse importanti, invece di ripetere lamentosamente che gli altri spendono di più.
Sono due aspetti – occupazione delle donne, politiche attive del lavoro – che attengono a trasformazioni necessarie.
Ma nei prossimi anni la nostra economia non assorbirà milioni su milioni di lavoratori a tempo pieno e a tempo indeterminato. Quindi la strada di incoraggiare molte donne alla fondazione di impresa va costruita come una superstrada, non come un sentiero ai margini. Al credito agevolato e alle garanzie pubbliche va aggiunta una leva di capitalizzazione per microimprese, anche a fondo perduto, e cosa più importante, va organizzata o promossa un’offerta di formazione imprenditoriale. Servizi per le imprese e professionisti in grado di di offrire una consulenza di livello il paese ne ha largamente. Poi non va dimenticato il ruolo di valido supporto che svolgono le associazioni di rappresentanza imprenditoriale. Ma la formazione manca. L’aspirante imprenditrice non va mandata allo sbaraglio: va accompagnata nell’acquisizione dei fondamentali.
È rischioso, senza avere il punto di vista femminile e senza essere uno specialista, impegnarsi su questi temi.
Ma la politica non è anche questo? non ritenersi estraneo ai bisogni di nessuno e partecipare alla ricerca delle soluzioni possibili. L’occupazione femminile, in effettiva parità, deve essere oggi un obiettivo di primissimo piano.
Vincenzo Mannino