Stefano Zamagni, con la grande evidenza data al suo pensiero dall’Osservatore Romano ( CLICCA QUI ), ha indicato il vero riferimento di un processo di trasformazione radicale del mondo, ma anche dell’Italia. Da esso non si può prescindere per abbozzare un qualunque futuro processo politico, economico, ma direi persino esistenziale: il  superamento di quello che è definito il neoliberismo.

Il Coronavirus ha fatto impietosamente emergere non solo le deficienze immunobiologiche dell’umanità. Esse  sono sempre state acclarate ed ulteriormente confermate dalle diverse moderne epidemie in successione definite dell’Hiv, della Sars, dell’influenza aviaria, dell’Ebola.

La globalizzata e globalizzante pandemia dei nostri giorni, capace di colpire al cuore e nella sensibilità tutto il mondo più ricco e all’avanguardia, è andata molto oltre. E’ riuscita a mettere in discussione  un’intera visione esistenziale, economica, persino politica. Quella che sostituisce la Persona con uno strano miscuglio di singolo atomizzato individuo, di consumatore, di soggetto fiscale, di elettore passivo e strumentalizzato cui si toglie un effettivo  diritto di parola e d’intervento.

Quasi subito dopo gli inizi della pandemia, i limiti dei vecchi paradigmi, di quelli impostisi prepotentemente dopo la caduta del Muro di Berlino, di quelli che esaltavano la legge del più forte, dell’individualismo esasperato, di un concetto di vita privato della propria dimensione trascendente sono stati immediatamente svelati. Allorquando la preoccupazione di molti governanti e rappresentanti del mondo economico era ancora esclusivamente indirizzata più verso gli andamenti della Borsa, alla produzione e al calo del prezzo del petrolio, ai crediti deteriorati e ai debiti pubblici, piuttosto che alla salute pubblica.

A maggior ragione, così, sono emerse alcune immagini capaci di colpire per la loro immediatezza e la forza di andare alla radice dei problemi che rimandano alla condizione umana. I racconti di tanti drammi, singoli e di comunità, ma pure le innumerevoli occasioni offerte per toccare con mano quella che le persone, i leali servitori dello Stato, i volontari sanno esprimere di più nobile e generoso, ci hanno confermato che un’altra ipotesi di vita è possibile.

Papa Francesco, con il suo solitario e sofferente incedere  nel centro di Roma, con il suo testardo parlare ad una Piazza San Pietro vuota, e in un’altrettanto deserta Basilica di San Pietro, sta rappresentando quella volontà di riscatto cui l’essere umano giunge proprio nei momenti più drammatici di solitudine e di desolazione interiore. Non è certo retorico dire che il Papa stia indicando un’alternativa ad un modello di vita che dev’essere cambiato, grazie a quella forza che può solo venire dalla riscoperta di un piano superiore in cui sia possibile cogliere e vivere quella completezza umana in cui ci si riconcilia con l’interiorità spirituale e la trascendenza.

Una vera e propria alterità ad altri modelli esistenziali. Un’alternativa rappresentata dall’indicazione a occuparsi della centralità delle cose che contano, quelle che trovano fondamento nel solidarismo, nella compassione umana e nel dare ad ogni vita il valore e il rispetto che merita.

Un autentico contraltare dunque al modello corrente, e ahimè, messo in pratica da leader emblemi di un neoliberalismo che ha in parte persino tradito la grande visione liberale che tanto ha significato per i progressi del cammino umano. Il “negazionismo” di Donald Trump e di Boris Johnson ha segnato il punto più alto di un fallimento. Scientifico, ma anche umano e politico. Una scommessa scellerata sulla pelle della gente che trovava una giustificazione in quella visione di un protestantesimo mal digerito perché piegato all’interesse economico che, cinicamente, porta persino ad indicare un disvalore nella vecchiaia e nel disagio .

Trump, Johnson e Bolsonaro, rappresentanti di una visione egoistica e sciovinista eretta a modello pubblico sono stati sconfitti, e con loro un neoliberismo disumano ed arrogante, da un disperato conteggio giornaliero di contagiati e di morti, dalla generale constatazione dell’insensatezza di aver fortemente debilitato la sanità pubblica e la coesione sociale. Sono finiti, così, a dover  attingere a quel pensiero cui sono sempre stati contrari: il solidarismo.

Adesso, sono costretti ad andare persino oltre Keynes e a cavalcare addirittura il puro assistenzialismo, ad intervenire con una sorta di reddito di cittadinanza mondiale, l’unico al momento spendibile per contrastare una disoccupazione galoppante i cui effetti si potrebbero sentire ben oltre la fine della stagione di questo Coronavirus.

Il re è dunque nudo. Perché, come dice Zamagni all’Osservatore Romano, “la gente sta aprendo gli occhi” ed è dunque possibile provare ad andare alla centralità delle cose che contano.

Si tratta di vedere se questo porterà all’avvio di una nuova stagione politica anche in Italia. Necessaria, a maggior ragione perché questi giorni giungono quali frutti di una lunga fase in cui si è scientemente evitato di affrontare i nodi storici del Paese, solo in parte superati nel corso del lunga crescita culminata con l’essere la nostra Penisola diventata la quarta più industrializzata potenza del mondo.

Senza per questo aver utilizzato quell’ascesa per ricomporre la società e le divisioni sociali e geografiche,  aver fatto fare al sistema scolastico educativo il salto di qualità necessario a metterci in scia con le realtà più consolidate dell’Occidente e dell’Oriente. Ci siamo avviluppati in un riflusso che ha coinvolto la Politica e le istituzioni, il tessuto economico e degli scambi, le infrastrutture, e che ha indebolito le famiglie e gli organismi naturali intermedi.

E’ evidente che adesso siamo costretti a porci a maggior ragione il problema del dopo.

Non si può non partire che dalla dimensione mondiale dai fenomeni. Stefano Zamagni dice di non attendersi molto dal mondo in generale. In particolare, da quello da noi più lontano sotto il profilo culturale, politico e dal diverso spirito democratico.

Dobbiamo pertanto guardare all’Europa da far tornare ad essere potenziale novità propulsiva. Un’Europa capace di sconfiggere nazionalismi e sciovinismi con decisioni concrete, a partire da quelle che devono assolutamente riguardare la riformulazione dei Trattati.

Dobbiamo essere consapevoli che non ci si può abbandonare all’idea di un consociativismo senza identità e carattere.

E’ il momento delle scelte e dell’intelligenza politica in grado di distinguere il giusto dallo sbagliato, la convenienza dall’opportuno. Proprio mentre nel nostro Paese c’è chi auspica la creazione di governi di unità nazionale, per qualcuno utilizzabili in realtà per una “restaurazione”, dobbiamo esigere il massimo della chiarezza.

Politica Insieme ha parlato della necessità di una radicale trasformazione della politica e della società in tempi non sospetti con il lancio del Manifesto ( CLICCA QUI ), cui sta per seguire un documento politico programmatico attraverso cui verrà indicato un effettivo, possibile e sostenibile piano di rigenerazione.

E’ un progetto che coniugherà la nostra linea dell’autonomia con lo spirito della cooperazione e della convergenza con tutti coloro  intenzionati ad avventurarsi lungo la difficile, ma oramai ineludibile, strada della mutazione.

Convergere e sposare appieno il concetto della coalizione, intima parte del metodo e dell’azione del cattolicesimo politico democratico, non vuole dire affatto partecipare a calderoni indistinti che possono in realtà essere utilizzati per tornare all’antico, sia pure attraverso sofisticati strumenti di assordimento di massa.

Siamo oggi ad una svolta e dobbiamo usare il discernimento per riconoscere coloro convinti della necessità del cambiamento e, dunque, con essi provare ad allargare il processo di trasformazione; e quanti, invece, intenzionati ad utilizzare le vicende dell’oggi per piegarle ai propri fini e agli interessi che rappresentano.

A mio avviso vi sono alcuni punti dirimenti e di discrimine:

1) la condivisione del progetto europeo in modo che esso trovi nuova linfa, significhi contenimento dei più beceri nazionalismi, limitazione dei poteri burocratici degli eurocrati di Bruxelles per andare avanti, e non indietro, con le politiche di coesione e di riequilibrio;

2) rivitalizzazione istituzionale ridisegnando ruoli e competenze di Stato, regioni e municipalità locali ponendo finalmente in rilievo la soddisfazione degli interessi e della necessità di partecipazione del cittadino e delle famiglie;

3) superare la logica degli egoismi geografici e collocare il Mezzogiorno nella centralità di un processo di rinvigorimento nazionale complessivo;

4) dare corso ad un sistema scolastico realmente educativo ed adeguato agli sviluppi del mondo contemporaneo;

5) rigenerale il complessivo mondo del lavoro incentivando il più possibile forme di collaborazione e di partecipazione condivisa da parte di tutti coloro che quel mondo concorrono a creare, superando la logica sia dello scontro, sia quello del consociativismo a danno di chi vi è escluso;

Questi sono alcuni dei punti attorno cui è possibile avviare un serio confronto e vedere chi ci sta e chi finge di starci.

Giancarlo Infante