Draghi tira dritto. E fa bene.  C’è chi comincia a sostenere che stia, di fatto, “commissariando” il Paese.

Sembra un modo “soft” per avanzare, sia pure ancora timidamente, qualche primo segnale di insofferenza nei confronti di una modalità di governo che spesso e largamente prescinde dai partiti della stessa maggioranza.

I quali, in effetti, possono prendersela solo con sé stessi – non certo con Draghi che fa il suo mestiere – se restano irrimediabilmente impelagati nella palude melmosa dei loro conflitti, confinati in diatribe nelle quali, più che le opposte argomentazioni, fa premio il tono più o meno truce con cui vengono esternate. Questione, dall’una e dall’altra parte, di muscoli più che di pensiero e di cuore.

Beghe, ad un tempo “bipolari”, cioè dovute alla strutturale ed obbligata contesa cieca e sorda tra i due poli di destra e sinistra, ma anche “intestine”, cioè interne all’uno ed all’altro dei due schieramenti.

Quel che Draghi può fare è di surrogare un sistema inceppato, ma non è in suo potere trasformarne l’impalcatura  che, al contrario, gli attori della vicenda altro non fanno che ribadire, in attesa che le prossime politiche siano una sorta di Armaghedon, la campale e terminale battaglia tra il bene ed il male destinata a decidere le sorti del Paese. In ogni caso, spezzandolo in due, perché questo finirà per essere, alle condizioni oggi date, il vero esito della vicenda, a prescindere dal fatto che la palma della vittoria tocchi agli uni piuttosto che agli altri. Gli uni o piuttosto gli altri prevarranno, infatti, facendo leva più che sulle proprie ragioni, sulla demonizzazione dell’avversario, fino a darne una versione caricaturale.

Le caricature si ottengono enfatizzando oltre misura un carattere distintivo della figura che si intende rappresentare fino a renderla paradossalmente tanto più riconoscibile quanto più appare difforme e grottesca rispetto all’immagine originaria. Si ha spesso l’impressione che i due poli  giochino a caricaturarsi a vicenda, a costo di prendere il largo dalla oggettiva natura delle questioni in gioco. Tanto più che i decibel della contesa devono essere incrementati almeno fino a coprire il rumore e gli scricchiolii delle parti in tensione – e talvolta in palese conflitto – anche all’interno dell’ un schieramento o dell’altro.

E’ bene, come suggerisce il segretario del PD, che Draghi resti, ad ogni modo, a Palazzo Chigi fino alla scadenza naturale della legislatura ? Senza dubbio, per un verso, visto che il Paese è impegnato sull’impervio sentiero della ripartenza e non è bene, a questo punto, cambiare il capo-cordata. Ma la questione è a doppio taglio e rischiamo di contrarre un debito da pagare con l’ aggravio di pesanti interessi, subito dopo le prossime elezioni politiche, se gli schieramenti in campo in campo o meglio il sistema politico-istituzionale nel suo insieme, le forze singole che, pur variamente associate, lo compongono non verranno a capo dell’impasse in cui, auspice il maggioritario, si sono infilate al punto  di scoprirsi delegittimate, le une e le altre, ad assumere una responsabilità di governo, se non nella forma della presunta unità nazionale in atto. A meno che qualcuno immagini che il cosiddetto “commissariamento” debba persistere anche dopo il ‘23, magari con la scusa che l’accidentato percorso che abbiamo intrapreso debba far data fino al 2026.

Non rischieremmo per infilarci davvero – più o meno “obtorto collo” e perfino a dispetto del “cireneo” inchiodato ad una tale grigia impresa – in quella prospettiva “gollista” che autorevoli ambienti sembrano auspicare, pur evocandola con toni che parrebbero, invece, deprecarla ? Come se si volesse tastare il polso con discrezione e capire se la sostanziale giubilazione della politica o meglio dei partiti possa trovare seguito in un momento in cui la domanda di “ordine” può trovare un favorevole riscontro a destra e, nel contempo, a manca. In buona sostanza, non abbiamo molto tempo davanti a noi per correggere la rotta.

Almeno su un punto le forze politiche in campo dovrebbero convenire e fare fronte comune: circa l’opportunità che venga pienamente salvaguardato l’ordinamento democratico, fondato sulla democrazia rappresentativa, sul ruolo centrale del Parlamento, sulla libera articolazione di un discorso pubblico in cui vi siano forze – e, dunque, sostanzialmente torniamo ai partiti – che sappiano dar voce a tutti gli interessi particolari che sono presenti nel Paese, a cominciare da quelli dei ceti popolari e degli ambiti socialmente in maggiore sofferenza.

Questo esige che vi sia una responsabilità condivisa e ciò può avvenire solo nella misura in cui  ciascuno se ne faccia singolarmente carico per la sua parte. Si torna, insomma, al tema di una legge elettorale che permetta – o costringa ? –  ciascuna forza ad entrare in campo per confrontarsi, si potrebbe dire, anzitutto con sé stessa, con il proprio elettorato, con le proprie ragioni, con le aree culturali affini alla propria visione. Abbandonando la comoda scorciatoia di moduli pre-ordinati in cui intrupparsi, più o meno offuscando ciascuno la propria originalità in cambio di uno schema di gioco che nessuno dei contendenti disdegna.

Una partita rigorosamente a due che, di fatto, sequestra la libera espressione dell’elettorato nella misura in cui ambedue i contendenti stanno sempre in partita ed esauriscono il gioco in una loro dialettica esclusiva, tale per cui anche chi perde non ha poi molto di che lamentarsi.

Domenico Galbiati