Ora che, con la nomina dei sottosegretari, è completata la formazione della squadra ed il nuovo governo è in condizione di passare alla fase operativa, riaccendendo il rapporto con il Parlamento ed il lavoro delle Commissioni di Camera e Senato, è giunto il momento di tornare al discorso con cui Draghi, la scorsa settimana, ha chiesto la fiducia.

E’ bene farlo ora che l’enfasi del momento e le iperboli con cui è stato salutato l’arrivo del nuovo Presidente si sono via via ricondotte ad una misura di oggettività e di pacata, meno emotiva, più ragionata valutazione di ciò che ha detto.

Le attese miracolistiche, le virtù taumaturgiche attribuite ad  un leader, chiunque esso sia e per quanto sicuramente di alto profilo come è Draghi, non fanno altro che fomentare disillusioni e, nel contempo, rinviano a quella perniciosa tendenza che, nell’una od in altra forma, nel nostro Paese coltiviamo da sempre, diretta a scovare, persino a suo dispetto, l’ “uomo del destino”.

Anzitutto, dobbiamo, invece, essere grati a Draghi per il fatto di aver immediatamente instaurato, con la compostezza del suo stile, un clima nuovo nelle relazioni interne ad  un sistema politico  sostanzialmente incardinato su un reciproco non riconoscimento tra le due parti del nostro sgangherato bipolarismo, con tutte le conseguenze che ciò ha comportato.

Mario Draghi, a differenza di altri protagonisti del nostro teatrino politico, non ha bisogno né di fare il “fenomeno”, né di impersonare la maschera del decisionista d’assalto che va per le spicce, né di mostrare il piglio autoritario del capo carismatico. Gli basta fortunatamente quella autorevolezza naturale che accompagna i suoi gesti.

In fondo, è già consolante ritrovarsi, una volta tanto, un politico – per la verità, dovremmo avere già appreso, in tal  senso, la lezione che ha offerto al Paese il Presidente Mattarella – che non appaia costantemente garrulo e ridente, soprattutto quando lo inquadra l’occhio impietoso di una telecamera, fosse pure nei momenti in cui non c’è nulla da ridere, se non la personale soddisfazione dell’intervistato di far capolino in tutte le case degli italiani.

Ad ogni modo, per tornare al discorso di Draghi, la sua forte e chiara connotazione politica ha fatto giustizia della querelle in ordine alla caratura prevalentemente tecnica o piuttosto politica dello stesso Presidente del Consiglio e del suo governo.

Ha affermato, anzitutto che: “….prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza”. Quindi la cittadinanza come dovere da compiere, ancor prima che diritto da rivendicare. A prima vista, potrebbe sembrare una frase di circostanza, ma non è così.

Richiama l’ammonimento di Aldo Moro a quella mancata stagione dei doveri che avrebbe dovuto accompagnare la stagione dei diritti. Mette in chiaro come cardine della nostra convivenza civile non sia la categorizzazione  di ciascuno secondo ambiti più o meno ristretti  e definiti in funzione dell’interesse particolare di ognuno,  cosicché il contesto civile appaia immediatamente strutturato da paratie impermeabili, ma piuttosto un principio superiore di comune responsabilità, uguale per tutti e nel quale tutti  possiamo ritrovarci.

Insomma, benissimo le tecnologie ed i mirabolanti progressi della scienza, verrebbe da dire, ma ad esser centrale è pur sempre quel “capitale umano” – ed anche qui torna alla mente l’ attenzione di Moro al “valore umano” – cui Draghi finalizza “la formazione, la scuola, l’università, la cultura”.

Se si legge il discorso di Draghi a Palazzo Madama guardando non tanto al programma, ma piuttosto alle affermazioni che consentono di intravedere la sua concezione, la sua cultura della politica, non possono sfuggire due passaggi.

“Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni”, anche a fronte del fatto che “La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve, ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti”.

Ed ancora sostiene il Presidente del Consiglio, a proposto della sovranità negata nella solitudine, cioè fuori da un rapporto vitale dell’ Italia con l’Europa: “C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere”.

Troppi politici “nostrani”, anche tra i più giovani, come pulcini nella stoppa, non riescono a guardare oltre l’immediata contingenza, anche perché l’unità di misura cha applicano alla durata del processo storico nulla ha a che vedere con le dinamiche di quest’ ultimo, bensì è commisurata alle loro personali attese .

Al contrario, il taglio sicuro del leader lo si intuisce in questa capacità di cogliere, in un solo sguardo, il tempo da cui veniamo e la prospettiva verso cui siamo sospinti.

Solo questa visione permette di comprendere a che punto siamo del nostro cammino.

Almeno altri due punti meritano di essere richiamati come attestazione di un pensiero politico finalmente capace di una “visione”, tanto più necessaria quanto più stiamo lavorando attorno ad un progetto che Draghi chiama di “Nuova Ricostruzione”,  destinato a prorogarsi almeno per i prossimi dieci anni.

“E’ necessario investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico, riconosciuto a livello internazionale.

Siamo chiamati a disegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, anche nel panorama europeo, con innesti di nuove materie e metodologie, e coniugando le competenze scientifiche con quelle delle  aree umanistiche e del multilinguismo”.

E così l’attenzione agli ITIS, e non solo all’Università, per un verso e l’ accenno alla ricerca “senza escludere quella di base”, luogo privilegiato per l’espressione della creatività dei giovani.

Poche frasi danno l’idea della sfida che il Presidente del Consiglio pone alle generazioni più giovani, evocando quel primato dell’”educazione” che anche il nostro Manifesto da tempo ha posto in primo piano, come strumento ed insieme obiettivo della trasformazione che proponiamo. E la capacità di “visione “, nel segno di una cultura politica inequivocabile, torna ancora una volta laddove Draghi propone “…gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione Europea Alleanza Atlantica, Nazioni Unite. Ancoraggi che abbiamo scelto fin dal dopoguerra, in un percorso che ha portato benessere, sicurezza e prestigio internazionale”. Le scelte fondative di De Gasperi su cui ancora regge il nostro Paese.

Oggi Draghi vi scorge un profilo che esige di essere  sviluppato e potenziato: “….l’attenzione…..al Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale e all’Africa”.

Versante quest’ultimo dirimente per un Paese come il nostro che perfino la geografia disegna come una proiezione del vecchio continente verso le terre dolorose, ma pur sempre ricche di speranza del giovane continente africano.

Domenico Galbiati