“…..una legge morale, tutta intera, senza compromessi, abbia infine a valere e dominare la politica, perché essa non sia ingiusta e neppure tiepida e tardiva, ma intensamente umana”.

Queste parole di Aldo Moro, tratte dal suo intervento nel Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana del novembre ’68, sono del tutto attuali,  al punto che possiamo assumerle come un compito. Un compito per noi che abbiamo avviato un cammino difficile e scosceso, ma necessario; un compito assegnato fin da allora – oltre mezzo secolo fa – ai nostri giorni. Quasi fossero un messaggio affidato ad una bottiglia che ha attraversato indenne i marosi della storia ed oggi ci viene recapitata.

Perché, in un frangente delicato eppure potenzialmente creativo per la vita del nostro Paese, ci sentiamo incoraggiati e sostenuti in un’ impresa superiore alle nostre forze, ma che pure bisogna avere il coraggio di intraprendere: riportare la cultura politica cattolico-democratica e popolare nel pieno del confronto culturale, civile e politico. 

Consapevoli che a noi non compete, in questa fase, rivendicare alcun ruolo di potere, ma piuttosto assumere un compito di verità, concorrere a riportare nel cuore del discorso pubblico, temi ed argomenti che, senza trascurare la quotidianità della politica, le attese, le speranze, i progetti di vita, l’ansia di libertà e di giustizia sociale che vi attengono, sappia guardare ed anticipare, fin dove possibile, quei processi di lunga durata che, fin d’ora, rivelano le tendenziali linee di evoluzione e di sviluppo dell’umanità.

Secondo quell’atteggiamento di coraggio e di fiducia, cui ci ha richiamato , il giorno stesso in cui apriva in Concilio Vaticano II, Papa Giovanni, cioè, anche ed ancora oggi, in una fase storica, nella quale “l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose (nelle quali) sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini e spesso al di là delle loro aspettative…”

Una manciata di anni dopo, Moro è attentissimo al movimento di contestazione del ’68 e vi coglie immediatamente una straordinaria accelerazione della storia e, soprattutto, il chiaro avviso, la domanda ed insieme la promessa di quella che espressamente chiama una “nuova umanità” che sta sorgendo.

Forse non è fuori luogo adottare una periodizzazione della storia che assuma la necessità di ripensare criticamente, fin dalle fondamenta, le stesse categorie interpretative della vita, cui ci chiama oggi la pandemia, come l’approdo in fine consapevole ed irrecusabile cui, finalmente, giunge una domanda che, comparsa la prima volta allora, nelle folle di studenti che riempiono le piazze ed occupano le università in quel fatidico ’68, non ha mai cessato, anche quando ha dovuto ingrottarsi in percorsi carsici, di insistere dentro gli eventi tumultuosi, drammatici che attraversiamo da allora.

Il Presidente Moro condivide con i ventenni di quegli anni una convinzione che il nostro tempo ha in larga misura smarrito, cosicché di questo oblio paghiamo un duro prezzo. La convinzione che la storia abbia un senso e che i suoi sviluppi non siano un precipitoso, caotico accadere che si fa da sé, senza rispondere a nessun presupposto, né ad alcuna attesa, bensì dipenda da noi. Moro confida nella politica e nelle istituzioni. I “sessantottini”, no.

In fondo, non sanno da dove provenga quella spinta che li muove;  per molti aspetti, è un che di sorprendente anche per loro, come se svelasse a loro stessi un’ attesa che li abita, ma di cui non possiedono ancora piena consapevolezza, né la chiave di volta che consenta di decifrarne il fondamento e l’origine. Eppure, questa convinzione di poter guidare la storia verso  approdi nuovi, testimonia una fiducia nella nostra comune umanità condivisa da chi, come Aldo Moro, non cede ad una visione cinica o opportunistica della politica, anzi, addirittura la vive come il luogo in cui una profezia possa essere pronunciata ed accolta.

Dipende dallo sguardo. Questo sguardo da mantenere limpido e trasparente è il nostro compito. L’impegno a vivere la libertà come un dovere, in primo luogo nei confronti di sé stessi e come un tributo che dobbiamo al prossimo, ancor prima che un diritto da rivendicare. La coscienza che non c’è libertà dove persiste l’ingiustizia.

La convinzione, non scontata e non retorica, della necessità che la politica sia orientata ed incardinata sul valore primario della persona, intesa come quel singolo individuo unico ed irripetibile, che ontologicamente fondato, esprime la sua originaria e costitutiva vocazione a porsi come “soggetto di relazioni”, cosicché, muovendo da una identità inalienabile, cresce e si sviluppa, come opera perennemente incompiuta, secondo il sentimento inoppugnabile di quella dimensione trascendente che, lo sappia o meno, lo abita nella sua interiorità più profonda.

In quanto credenti, nel momento in cui è forse lecito sperare che si apra un nuovo ciclo, pur da costruire con una dura fatica e con discernimento, nella storia del nostro Paese, dobbiamo avvertire l’onere di una responsabilità che ci compete, in quanto detentori – almeno così dovrebbe essere – di quella visione trascendente del mondo e della vita , così largamente smarrita, eppure urgente da recuperare. Per tutti.

Per tutti, poiché non ha a che vedere solo con una visione religiosa e con la fede nell’ “al di là”,  bensì con l’intensità, perfino abissale, insondabile, di ogni gesto che ciascuno di noi pone nell’ “al di qua”, dove  resta e persiste, non svolazza via, bensì si riverbera e si ripercuote nella catena ininterrotta di una responsabilità morale personale e collettiva che alimenta una economia di valori umani e civili di cui non abbiamo immediata evidenza e che, pure, costituisce il patrimonio ed il fondamento, cui anche la politica è tenuta ad attingere. Del resto, la storia non è il tempo che passa, ma piuttosto il tempo che si accumula.

La consapevolezza della responsabilità che compete non solo al nuovo governo che Mario Draghi sta varando, ma anche a ciascuna forza politica e diretta a quella “trasformazione” che il documento politico-programmatico di INSIEME ( CLICCA QUI  ) invoca da tempi non sospetti, passa anche dalla capacità di snidare la politica dal “palazzo” per  farla vivere tra la gente, come “funzione diffusa” che appartiene, dentro e fuori il Parlamento e le altre sedi istituzionali, a tutti ed a ciascuno.

Secondo la lezione del “pensare politicamente” che abbiamo appreso da Giuseppe Lazzati e rappresenta l’unica, vera garanzia di quella piena partecipazione di ognuno che concorre ad arricchire, in ogni suo aspetto, la vita del Paese e lo straordinario pluralismo secondo cui si declina.

Domenico Galbiati