Una condizione accumuna tutti gli appartenenti alla specie “homo sapiens”: essere “figli di”. Indistintamente e necessariamente.

A differenza delle altre specie viventi, ne abbiamo consapevolezza e sviluppiamo questa consapevolezza fin da subito, nella nostra parabola esistenziale, secondo i gradi e i limiti dei vincoli della nostra natura biologica.

Questo “essere figli di” non fa distinzione alcuna, né di razza p  di religione, né di lingua, né di ceto sociale, e vale ugualmente anche per gli immigrati “clandestini”: possiamo essere generati all’interno di una coppia stabile che ci desidera, possiamo essere generati casualmente, senza desiderio alcuno e al di fuori di una relazione stabile, anche per errore, possiamo essere generati in provetta, grazie alla tecnologia e alla competenza dei tecnici, possiamo essere generati da persone sconosciute e fare il primo percorso del nostro vivere presso madri “in affitto”: chissà, magari in futuro potremo nascere anche da macchine artificiali.

Sempre siamo figli di qualcuno: nessuno si autogenera. Anche quando siamo generati per atto di violenza, orrendo e disumano: anche in quel caso siamo comunque “figli di”. Anche chi non arriva a nascere è comunque sempre “figlio di qualcuno”.

Questa condizione, la più egualitaria e trasversale di tutte, non è mai stata fatta segno di una attenzione e di una azione politica specifica, che ne riconosca le peculiarità e la necessità di tutela, almeno in particolari periodi fisiologicamente “vulnerabili”  del nostro essere “figli”.

E’ tempo di agire.

Primo step fondamentale è una azione semplice, serena ma determinata, per aiutare al meglio quel “qualcuno” da  cui chi nascerà sarà figlio: non per scelta ideologica, ma perché l’homo sapiens, necessita di governare la vita e ciò che ci circonda attraverso la conoscenza.

  • Educare alla vita e alla sessualità, perché la stragrande maggioranza degli esseri viventi è figlio di qualcuno attraverso la generatività sessuale

Questo educare alla vita e alla generatività sessuale ha aspetti informativi necessari e aspetti di rielaborazione di significato più complessi che vanno declinati a seconda delle età dei bambini fino alle prime fasi della maturità sessuale, con linguaggi propri, all’interno di una naturalezza di condivisione in un rapporto educativo, parentale e anche formativo scolastico (senza farlo diventare materia di esame o di prova Invalsi…). Si parla di nascita, di generatività, di sessualità dell’essere tutti “figli di”, fin dai primi anni dei percorsi educativi: sono necessari  linguaggi idonei, metodi rispettosi dell’età e delle diverse storie culturali dei diversi bambini e ragazzi e delle loro famiglie, livelli di approfondimento e di tecnicalità  idonei nelle diverse fasi di sviluppo.  Se esiste una scuola pubblica, questo è il primo e prioritario DOVERE di un ordinamento scolastico nazionale: e DEVONO essere previsti percorsi curricolari idonei e metodologicamente affidabili e trasparenti proprio sulle metodologie e sulle tecnicalità utili per gestire queste particolari informazioni, finalizzate a far sorgere in tutti i ragazzi, progressivamente e con naturalezza, la consapevolezza del compito che potrebbero assumere – se lo vorranno – quando con la maturità sessuale potranno consentire a qualcuno di “essere figlio di”.

E’ altrettanto  legittimo e naturale  che anche i genitori o se vogliamo essere più neutri,  i caregivers vogliano e possano accompagnare i figli a loro dati nell’acquisire questa consapevolezza:  è DOVERE di uno Stato ( e delle Regioni) mettere i genitori  nelle condizioni di acquisire metodologie e un frame di competenze adeguate, qualora lo desiderino: i Consultori Famigliari, DEVONO prevedere la possibilità di svolgere queste specifiche funzioni di accompagnamento per tutte quei caregivers che lo chiedono, con uno specifico percorso,  garantito dal SSN, anche in relazione alle diverse fasce di età. E nelle fasce di età dove la maturità sessuale è stata raggiunta è opportuna e necessaria anche una specifica formazione inerente le tecniche anticoncezionali disponibili a coronamento di un lungo percorso di consapevolezza della bellezza di “essere figlio di”  e di poter un giorno conceder ad altri questa opportunità: è un dono della nostra epoca, poter essere consapevoli e saper governare la possibilità che qualcuno possa essere “figlio mio”: e non è per niente una questione solo tecnica!

E i Consultori Famigliari devono dare contezza di aver predisposto competenze e percorsi  formativi e di accompagnamento specifici (e su questo vanno monitorati  e  valutati), anche nel rispetto delle diverse sensibilità: culture diverse da quelle italiane, caregivers  o genitori adottivi, naturali o da madri surrogate (un figlio, comunque nato, è un dono a prescindere dalla modalità – giuste o eticamente sbagliate –  con cui nasce e che certo non ha scelto lui!), anche caregivers omosessuali.

E’ DOVERE dello Stato (e delle Regioni) pretendere che i laboratori dove si eseguono metodiche di inseminazione o di conservazioni di embrioni, abbiano tra la formazione obbligatoria necessaria per poter essere “accreditati” anche specifici corsi di consapevolezza e di saper gestire i primi elementi di comunicazione  maggiormente indirizzati in questo caso sul significato dell’essere figlio anche per chi nasce grazie alla loro tecnicalità ed esperienza: si fanno centinaia di corsi obbligatori, alcuni dei quali assai poco utili, un percorso formativo specifico e di livello adeguato  può essere una opportunità per riflettere assieme sul significato di “essere figlio di”, comunque condizione vera anche per chi lavora in questi laboratori dedicati proprio a favorire la vita, che rimane “donata” anche quando sviluppata in provetta

Secondo step, altrettanto importante, specie in un periodo storico come il nostro

  • Accompagnare il periodo della gravidanza con specifici interventi di tutela

Servono interventi di ordine sanitario: e in Italia stiamo già facendo molto per seguire e monitorare gli aspetti fisiologici della gravidanza applicando protocolli di sorveglianza per ogni donna e per il bambino che sta crescendo dentro di lei, ovviamente differenziati per eventuali fattori di rischio o di patologia: dobbiamo essere orgogliosi di quanto il SSN ha saputo fare in questi anni! Serve un piccolo passo ulteriore affinchè questi panel di interventi sia configurato, anche amministrativamente, come “pacchetto di attività specialistiche tra loro coordinate ” (mediche, di esami diagnostici, ostetriche, di preparazione al parto e di coordinamento tra le varie professionalità coinvolte)  configurato in modo tale che ogni donna nel  momento in cui scopre di aspettare un figlio  ha diritto di esigere, nei punti accreditati ad erogare questi processi di presa in cura, garantiti dai LEA come percorso di insieme: con il solo obbligo di rivolgersi ad un unico punto di erogazione, liberamente scelto, per dare quella fondamentale continuità di cura e presa in carico  di cui ogni donna  ha bisogno. In relazione ad eventuali situazioni di rischio o di patologia, questo percorso  sarà implementato dal team che accompagna la donna nel suo cammino. E questi pacchetti DEVONO essere al di fuori da ogni vincolo di tetto di budget per gli “erogatori accreditati”: accompagnare quell’ “essere figlio di “, nel momento della massima vulnerabilità, e accompagnare la donna che lo porta in grembo è una priorità di civiltà, che va portato al di fuori della condizione di mercato sanitario.

Oltre all’accompagnamento sanitario, lo STATO (e le Regioni)  deve prevedere anche altre forme di tutela:

  • Prevenzione e tutela rispetto a possibili situazioni di rischio di depressione peri-gravidica: problema non banale che riguarda circa il 10% delle donne e che sappiamo può influenzare anche il “figlio“ che sta crescendo in grembo, e che complessivamente può essere affrontato adeguatamente: ci sono esperienze virtuose e positive, si tratta di estenderle su tutto il territorio. Di nuovo i consultori possono essere uno snodo essenziale, su cui imperniare l’organizzazione di questa azione
  • Interventi di tutela e accompagnamento per le forme di povertà reale in cui può trovarsi qualche donna e il suo nucleo famigliare: DEVE essere priorità assoluta dei servizi sociali territoriali e dei comuni accompagnare con interventi concreti di contrasto alle forme di povertà, anche appoggiandosi o delegando azioni specifiche a Enti del terzo settore o di volontariato sociale che abbiano queste specifiche finalità: non si tratta solo di “pacchi di prima sopravvivenza”, ma anche di far sentire quel calore di prossimità che ogni donna che sta vivendo il momento della gravidanza desidera tanto poter avere
  • Interventi di tutela legislativa per le donne che lavorano: molto è stato fatto in Italia – e dobbiamo esserne tutti orgogliosi! Ma c’è ancora molto da fare. E’ ancora molto presente quella cultura “maschilista”  e succube al profitto che trasmette il fastidio per la condizione di gravidanza, quasi che fosse un “disturbo” nella efficienza organizzativa. E’ un fenomeno che va estirpato, non solo con ulteriori e doverosi interventi normativi di tipo cogente sulle aziende di qualsiasi dimensione, ma anche con interventi di accompagnamento e di “ristoro”, specie per le aziende più piccole, perché i costi dell’accompagnamento alla nascita sono di natura sociale e collettiva, quindi di tutti. L’imprenditore o il dirigente non deve essere messo nelle condizioni di discriminare o “vessare” la donna che aspetta un figlio, ma non deve nemmeno  essere lasciato solo a subirne gli oneri: tra i tanti “bonus da monopattino” si può certo trovare una modalità strutturale che compensi questi maggiori oneri organizzativi che una struttura produttiva deve sopportare.

Poiché tutti siamo “figli di qualcuno”, tutti nel corso della vita usufruiremo di questi “bonus”, attraverso la tutela di colei che ci ha consentito di nascere. E’ giustizia e equità sociale.

In questo percorso di tutela, va previsto anche uno specifico accompagnamento per le donne che scelgono, dolorosamente, di interrompere il percorso di sviluppo del figlio che hanno in grembo:

  • Uno specifico pacchetto di sostegno psicologico e sociale per aiutare il necessario discernimento e per l’accompagnamento dopo la dolorosa scelta di abortire: queste donne, in futuro potranno essere nuovamente chiamate ad accompagnare il cammino di un nuovo “figlio” e vanno  subito aiutate a superare al meglio il dramma che le ha colpite.

Di nuovo i consultori, sono il luogo di elezione per questi  pacchetti specifici. Val la pena ribadirlo, ma questa dolorosa scelta, una volta liberamente definita, deve poi essere accompagnata affinché avvenga nelle modalità più sicure possibili e senza oneri ulteriori  per la donna.

  • Il feto e l’embrione abortiti vanno  senza alcun dubbio tutelati normativamente e con rigore  perché anche loro sono “figli di “ , solo con un cammino breve nella nostra umana compagnia: va tutelato, perché non se faccia scempio con sperimentazioni che ne offendano la dignità.

E come per ogni ricerca, ci vuole una autorità che accerti e garantisca che eventuali sperimentazioni scientifiche rispondano a tutti quei principi che i comitati di etica giustamente esigono per le ricerche in campo medico e che coinvolgono gli esseri viventi, e ne autorizzi di conseguenza la liceità: questa funzione può essere attribuita al garante per l’infanzia che di sicuro ha anche la sensibilità che deriva dal suo specifico ruolo. E tutte le strutture che sono accreditate per questa attività di aborto (e non interessa le modalità adottate) devono essere verificate sistematicamente perché rispettino integralmente quanto previsto per il rispetto assoluto per il feto o l’embrione abortito.

Terzo step:

  • Il nascere

Momento delicato e importantissimo, momento da sempre rischioso, carico di aspettative e di attese, pieno di significati consci e ancestrali, momento percepito dai nostri sensi come inizio ufficiale del nostro vivere che, accoppiato con il nostro morire, definisce la parentesi storica in cui siamo chiamati alla comune umana compagnia.

Non c’è dubbio che nascere è un momento fisiologico, anche se altamente drammatico e rischioso. Abbiamo la fortuna di avere conoscenze e tecnologie che lo possono rendere un po’ meno rischioso e un po’ meno drammatico: usiamole! Il parto è momento che ricade all’interno del perimetro di pertinenza del SSN, qualunque siano le modalità con cui viene portato a termine.

E’  DOVERE dello Stato (e delle Regioni) concedere l’accreditamento  a quelle strutture sanitarie che siano in condizione di garantire le condizioni di sicurezza tecnica e clinica più avanzate, rispetto alle conoscenze presenti, affinchè il figlio che nasce e la donna che partorisce abbiano a disposizione ciò che la nostra scienza mette a disposizione. Simmetricamente, queste azioni  tecnologiche e  cliniche devono andare di pari passo con un accompagnamento logistico e di contesto che eviti – quando non necessario – la medicalizzazione dell’evento: abbiamo molte strutture, anche nuove, poche idonee a trovare soluzioni che vadano in tal senso: ci vuole tempo per migliorarle. Importante è definire una volta per tutte che questa necessaria e doverosa tutela medica e tecnica  vada di pari passo con un ambiente più prossimo alle condizioni naturali di vita: non per uno “sfizio modaiolo” di una società ricca, ma per il senso di rispetto e di gioia che deve accompagnare questo evento.

E per evitare ogni dubbio al riguardo, questa specifica attività di assistenza al parto  va tolta dal budget di struttura! Non è una prestazione commerciale da tariffare! E’ un evento che ha un suo costo garantito dal SSN, ma che non deve rientrare  tra quello che concorre a definire i limiti di budget di struttura: finanziamenti specifici ad hoc, commisurati ad una serie di indicatori sia tecnici che di outcome, ma anche, doverosamente. di “customer satisfaction”: non possiamo chiedere un giudizio al figlio appena nato, ma alla donna sicuramente sì!, Finanziamenti rapportati al numero di lieti eventi accompagnati. E anche le coperture assicurative devono seguire una via indipendente e dedicata.

Quarto step

  • Il puerperio e le prime fasi di accompagnamento del nuovo figlio nato

In una società sbriciolata dai suoi legami transgenerazionali, per scelte più o meno consapevoli attuate negli ultimi decenni, questo iniziali momenti di accompagnamento di quel lunghissimo cammino che porterà il “figlio” a diventare finalmente autonomo e autosufficiente, sono sempre meno supportati dai contesti di prossimità sociale e famigliare: diventa necessario strutturare percorsi di accompagnamento finalizzati.

Ci sono aspetti sanitari che meritoriamente si sono diffusi sul tutto il territorio nazionale

  • Gli screening neonatali che devono essere disponibili per tutti i figli nati e aggiornati sistematicamente in base alle evidenze scientifiche che si accumulano
  • La verifica e il controllo del decorso normale del puerperio per evitare conseguenze alla donna che ha appena partorito

Ci sono aspetti poi educativi e relazionali relativi ai primi momenti di accudimento del neonato che sono tanto più obbligati, tanto maggiore è la fragilità della donna che ha appena partorito o del figlio appena nato

  • La fragilità di condizione della donna (povertà, emarginazione sociale, solitudine, sofferenza psicologica) va accompagnata con interventi specifici variabili in relazione al tipo di fragilità osservata
    • Sostegno economico, estendendo le misure già iniziate durante la gravidanza
    • Sostegno educativo per i primi atti di gestione del neonato
    • Accompagnamento psicologico per prevenire o far evolvere il rischio depressivo peri-gravidico: di nuovo il Consultorio è il primo luogo su cui fare affidamento
    • Sostegno sociale, attivando – con discrezione e rispetto – una rete di prossimità che non lasci sola nessuna donna dopo il parto

Questi sono solo i  primi quattro step: il percorso di accompagnamento di ciascun “figlio”, almeno fino al termine delle prima fase di specifica dipendenza e fragilità,  dovrà poi arricchirsi di tutte quelle iniziative per il contrasto a tutte quelle forme di fragilità e povertà anche educativa  e di sostegno attivo alle funzioni genitoriali: l’elenco è piuttosto lungo e va approfondito adeguatamente.

Non serve un “Recovery Plan” aggiuntivo: solo la consapevolezza politica che la condizione di essere figlio deve essere accompagnata con livelli differenti di protezione, lungo l’arco della esistenza. E non serve certo un ministero ad hoc: solo precisi atti politici che facciano scaturire susseguenti atti normativi e gli  aggiustamenti di disponibilità di risorse necessari.

Sono tutte scelte di ordinaria natura civile, perché tutti, ma proprio tutti siamo comunque “figli di qualcuno”: cosa c’è di più egualitario? E cosa c’è di più democratico e comunque civile che garantire a tutti i figli uguali diritti?

Massimo Molteni