Si stima che l’introduzione del superbonus in edilizia, con la detraibilità al 110% delle spese sostenute -anche per gli interventi cosiddetti “trainati”- per l’adeguamento sismico e/o energetico degli immobili con upgrade in positivo di due “scalini”, possa generare investimenti per oltre  mille miliardi di €uro, considerata l’entità del patrimonio immobiliare residenziale italiano.

Se si pensa che i bonus in edilizia introdotti nel sistema hanno prodotto negli ultimi due anni più di  ventotto miliardi di investimenti annui e quasi 322 miliardi negli ultimi venti anni (rapporto CRESME camera dei deputati 2019) , ci si rende conto della forza potenziale del “turbo economico” costituito da tale misura.

Anche volendo prescindere da alcuni aspetti obiettivamente negativi -l’enormità degli adempimenti burocratici, la pervasività e rigidità  dei controlli già annunciata dell’agenzia delle entrate  mediante un sistema di verifica definito “strutturato”, e la troppo ristretta finestra temporale (gli interventi devono essere completati entro il 31 dicembre 2021, termine che è obiettivamente impossibile rispettare e che denota la poca aderenza del Legislatore alla realtà)- vi è un elemento che merita un approfondimento: non si capisce perché la fruibilità del superbonus, pur con modalità diverse, sia limitata al “revamping” di immobili ad uso residenziale e non possa essere utilizzato per adeguare attività produttive (ad esempio opifici dismessi) ed edifici ad uso turistico-ricettivo o per crearne di nuove.

Il comparto turistico e specificamente quello della ricettività alberghiera (comprendendo anche ristoranti ed affini) è quello che forse più sta pagando la crisi da Coronavirus, soprattutto nelle città d’arte, ed ha quindi bisogno di un sostegno strutturale.

Per quanto riguarda la Liguria è noto che il patrimonio alberghiero è povero per quantità e qualità, che spesso titolarità dell’azienda e proprietà immobiliare non coincidono e, infine, che la redditività non è tale da consentire importanti interventi di adeguamento e/o ristrutturazione, impedendo così agli operatori -sia proprietari dell’immobile sia conduttori- di gravarsi degli investimenti necessari, anticipando le risorse economiche necessarie o accedendo al credito bancario.

L’estensione al settore della misura non “one shot” ma in maniera strutturale, comprendendo come bonus “trainato” anche quello relativo alle attrezzature ed agli arredi, sarebbe semplicissima: si potrebbe infatti agevolmente realizzare consentendo la cessione del credito fiscale alle banche o alle imprese, senza necessità di agevolazioni tributarie perché gli investimenti sono già intrinsecamente deducibili, essendo connessi ad attività produttive, ma in un lasso temporale troppo lungo (33 anni per gli investimenti immobiliari, mediamente 10 per le attrezzature).

Ciò porterebbe a riqualificare e/o a dar vita a molte attività turistico-ricettive con conseguente, positiva ricaduta fiscale e soprattutto occupazionale nel corso degli anni perché, come ovvio, nuove attività significano nuovi posti di lavoro, nuovo gettito tributario e previdenziale, nuovo indotto economico.

Per evitare abusi o frodi sarebbe sufficiente imporre un vincolo di destinazione d’uso, trascritto, di durata ventennale, così come già previsto dalla legislazione regionale per i finanziamenti a fondo perduto.

Facile, veloce, accessibile a tutti. Perché non farlo? E soprattutto, perché chi fa politica non lo ha ancora pensato o proposto?

Alessandro Garassini