La Ministra del Lavoro e delle Politiche sociali, Catalfo, annuncia “Ristori per tutti in tempi rapidi!”, secondo un modello di comunicazione ormai consolidato, sin dai tempi della sconfitta della povertà.

Inoltre, promette che “non assumeremo navigator, ma personale qualificato”, quasi che l’idea dei navigator fosse balenata in mente a qualche rappresentante della “vecchia” politica e non fosse invece il frutto più lungimirante della rivoluzionaria ricetta pentastellata, oltre che quel disastro per le pubbliche finanze (e quindi per i figli e nipoti dei contribuenti italiani) che oggi tutti conoscono come “reddito di cittadinanza”. Detto per inciso, innovazione dell’Italia  a cavallo fra anni ’10 e ’20 del nuovo secolo che rischia di occupare un posto centrale nei libri di storia che narreranno il naufragio finale della nostra finanza pubblica.

Ma la Ministra 5 stelle ha anche preparato un corposo “pacchetto” di norme per la legge di bilancio che va sotto il nome di “Lavoro, famiglia e politiche sociali”: ben 23 articoli (e svariate decine di commi), almeno nella versione (ancora in fieri) che ho sotto gli occhi. Peccato che di tutte queste centinaia e centinaia di disposizioni, la parte più sostanziosa si riassuma in pochi numeri: 196,3 milioni di euro per l’anno 2021, 473,7 milioni di euro per l’anno 2022, 474,1 milioni di euro per l’anno 2023, 474,6 milioni di euro per l’anno 2024, 475,5 milioni di euro per l’anno 2025, 476,2 milioni di euro per l’anno 2026, 476,7 milioni di euro per l’anno 2027, 477,5 milioni di euro per l’anno 2028 e 477,3 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2029 (art. 60 della bozza). Stiamo insomma parlando di oltre 3,5 mld, oltre a uno stanziamento senza limiti temporali di 477,3 milioni annui, praticamente a regime dal 2029 in avanti.

Il Governo Conte si appresta dunque a mettere oltre 3,5 miliardi (dei 32 complessivi della manovra), a debito ovviamente, su una misura meramente “di bandiera” che deve consentire ad una forza della maggioranza di fare la propria campagna elettorale. Uno strumento che non ha funzionato (per ammissione della stessa Ministra che candidamente afferma che questa volta non saranno assunti degli incompetenti!) o che ha malamente funzionato solo come elargizione (con ben pochi controlli e tanti abusi) di sostegno alla povertà. Uno strumento grazie al quale praticamente nessuno ha trovato lavoro e – il paradosso che supera tutti gli altri – che fu prima imposta agli ex partner della Lega e che oggi l’altra forza cardinale della maggioranza mal sopporta, non riconosce come propria, sarebbe ben felice di archiviare.

Insomma, le premesse per una legge di bilancio con il solito “assalto alla diligenza” come si diceva una volta, cioè di tipo spartitorio. Ma è bene chiarire che sarà molto peggio del solito. Per almeno tre motivi.

Il primo è che avviene senza che sia operativa la rete di controllo europea. L’allentamento dei vincoli (temporaneo, ci ricordano da Bruxelles), se ci permette di avere il respiro senza il quale andremmo a fondo in poche settimane, ha il tremendo controeffetto di lasciare mano libera a governanti che ormai ci riportano ad atmosfere sudamericane assai più che alla lezione di Sella o di Einaudi.

Il secondo motivo è che il Parlamento arriva a quest’appuntamento ormai umiliato: la cura dei DPCM ha levato ogni nerbo a un’azione politica che dentro Montecitorio ha assunto toni sempre più dimessi, se non rassegnati.

Il terzo è che la crisi dei 5 stelle è profonda: i tentativi di rianimazione avranno quindi un costo salato per i contribuenti italiani, ma anche per il PD che rischia di rimanere invischiato anch’esso in questo abbraccio di disperazione.

Ma, visto che mi trovavo, ho voluto leggere le norme di questo ambizioso pacchetto della Ministra. E non ho trovato una parola, un’idea intelligente sul tema vero delle politiche attive per il lavoro, le uniche che lo Stato e le regioni possono fare per cercare di contrastare la gravissima crisi occupazionale. Un tema rilevantissimo, proposto da anni con intelligenza e lucidità da Pietro Ichino, sconosciuto alla Ministra, come al suo illustre predecessore che infatti andò fin nel Missouri a cercare il suo mentore.

Questa crassa ignoranza, e cinico disinteresse per ciò che accade nella società, porta oggi la Ministra a non considerare neanche un tema di civiltà quale quello dell’inclusione lavorativa dei disabili. Oggi ogni disabile che volesse lavorare e si rivolgesse al collocamento speciale (istituito con lungimiranza venti anni fa) ha circa 3 probabilità su 100 di trovare un lavoro. E’ meglio lasciar perdere! Le famiglie lo sanno e si rivolgono altrove. E’ molto più facile ottenere un reddito di cittadinanza o un reddito “universale” o “di emergenza” e, se non si hanno i requisiti ISEE, basta proporre al Ministro di estendere il reddito garantito anche ai disabili e il gioco è fatto.

Alcuni deputati se ne sono accorti (Lupi, Germanà, Schullian) e stanno cercando da mesi di segnalare in Parlamento le conseguenze gravissime di questo stato di vero e proprio abbandono. Gravi per i disabili, lasciati soli a combattere una battaglia tutta in salita per la loro autosufficienza, ma anche per tutti noi che siamo costretti a tollerare ogni giorno diffusi comportamenti sociali (e istituzionali) sordi a queste forme odiose di doppia discriminazione.

Ma il Ministro è oggi preso da altre priorità.

Cerchiamo consolazione in un bel passo della lettera enciclica di Giovanni Paolo II Laborem Exercens (1981) che, al capitolo 22, ci diceva:

Sarebbe radicalmente indegno dell’uomo, e negazione della comune umanità, ammettere alla vita della società, e dunque al lavoro, solo i membri pienamente funzionali perché, così facendo, si ricadrebbe in una grave forma di discriminazione, quella dei forti e dei sani contro i deboli ed i malati. Il lavoro in senso oggettivo deve essere subordinato, anche in questa circostanza, alla dignità dell’uomo, al soggetto del lavoro e non al vantaggio economico.

Parole quanto mai fuori moda: quello che interessa – oggi – è, più che mail il reddito. E solo il reddito.

Enrico Seta