La guerra continua a mietere vittime e distruzioni in Ucraina. E non si intravedono ancora i presupposti per la cessazione delle ostilità. Prima arriverà l’armistizio, prima finirà la carneficina che potrebbe benissimo aver già superato i 50.000 morti.

Siamo tra coloro che guardano con un filo di speranza all’Europa per avviare un negoziato di pace. Pur sapendo che le difficoltà sono enormi, anche per le evidenti divisioni tra gli Stati membri, l’Unione europea è realisticamente la più interessata a promuovere trattative che evitino il perdurare della guerra e la sua possibile evoluzione in un lungo e logorante conflitto mondiale.

Ma per prima cosa guardiamo all’Italia. Senza perdere tempo con le miserie offerte da un sistema di partiti in disfacimento (vedi l’ennesimo aumento dell’astensionismo alle amministrative di domenica scorsa), tipo il protagonismo di Salvini in perenne partenza per Mosca, ormai diventato un alter ego di Massimo Giletti, o la penosa vicenda delle “liste di proscrizione” del “Corriere” che conferma ancora una volta l’aforisma di Ennio Flaiano: “In Italia la situazione politica è grave, ma non è seria”.

Draghi e il piano di pace italiano

Merita invece il giusto rilievo il cambio di registro di Mario Draghi. Da un iniziale appiattimento sugli Stati Uniti, nel suo viaggio a Washington ha espresso un’autonoma posizione europea, rinforzando quella assunta da Macron dopo la rielezione a Presidente dei Francesi. Il nostro premier ha rappresentato a Biden una linea di cautela, ben diversa da quella guerrafondaia dei vari Boris Johnson, Jens Stoltenberg, Charles Michel. Non deve essere un caso se la prima telefonata dal Pentagono verso Mosca, dopo 80 giorni di silenzio diplomatico, è partita subito dopo l’incontro Biden-Draghi alla Casa Bianca. Possiamo anche pensare che sia stata una mossa di facciata per venire incontro alle preoccupazioni espresse dal nostro premier, seguite a quelle di Macron. Ma si è trattato comunque di un gesto significativo, dopo le tante dichiarazioni infuocate contro Putin e la Russia del presidente americano, superato poi nella gara a chi urla di più dalla ultime uscite di Medvedev contro l’Occidente.

Se nel riposizionamento di Draghi hanno pesato maggiormente i sondaggi, che rivelano una maggioranza degli Italiani propensi più alla pace rispetto alle ragioni della “guerra giusta”, o considerazioni sull’impossibilità di fare a meno del gas russo – pena il tracollo della nostra economia, con segnali preoccupanti da costo della benzina, spead e inflazione –, oppure la tenuta del Governo dopo la “conversione” pacifista di Salvini e la contrarietà all’invio di armi di Conte e i suoi, non possiamo dirlo. Probabile un mix di questi elementi, che ha anche portato alla lodevole iniziativa italiana per una equilibrata proposta su cui avviare trattative di pace. Che il piano italiano sia stato rifiutato da entrambe le parti in guerra (e dagli USA) significa che i tempi non sono purtroppo maturi, ma non toglie nulla alla bontà del tentativo, segno di una iniziativa autonoma europea che potrebbe venire accolta in futuro, con il nostro Paese protagonista costruttivo.

Solo un aspetto ci pare debole nei ragionamenti ultimi di Draghi. Quando ripete che “la pace deve essere la pace che vuole l’Ucraina, non una pace imposta né da un certo tipo di alleati né da altri”, in teoria non fa una grinza. Ma in pratica – e lo domanderei al nostro primo ministro – se Zelensky continua ad esprimere la posizione della sua ala nazionalista, e cioè che non ci potrà essere trattativa di pace sino a quando l’ultimo metro quadro di suolo ucraino – Crimea compresa – non sarà stato abbandonato dai russi, il negoziato è destinato a non cominciare mai. C’è più di un sospetto che il governo di Kiev mantenga tale posizione perché spondato da USA e Gran Bretagna sulla linea dello scontro finale con la Russia di Putin. Intanto a morire non sono né americani né inglesi, ma civili e soldati ucraini (e russi). A quel popolo e al suo governo, Draghi ha ragione, spetterà decidere se sterzare verso i negoziati o reiterare senza sosta la richiesta di nuove armi. Ma molto dipende dai consiglieri occulti.

Noi italiani coinvolti per le ripercussioni delle sanzioni economiche alla Russia, possiamo domandarci non tanto se scegliere il condizionatore acceso o la pace (oggi neppure Draghi la metterebbe così), quanto piuttosto se vogliamo un’Europa in grado di decidere cosa è meglio per il suo futuro. La mancata unità politica europea è dipesa molto dal prevalere degli interessi nazionali – Francia e Germania, “Paesi frugali”, “Gruppo di Visegrad” ecc. – sull’interesse europeo. Dalle parole di Macron e Draghi si potrebbe anche riaccendere la “speranziella” di un’accelerazione del processo di unità europea. A monte però va chiarito il nodo dirimente: l’atlantismo oggi.

Il nodo dell’atlantismo

Se l’Unione europea è un progetto ideale e politico che perseguiamo, se vogliamo un’Europa con una più forte identità e una sua linea di politica estera e di difesa, non possiamo ignorare la contrarietà degli Stati Uniti. E più dei Democratici che dei Repubblicani, tradizionalmente “isolazionisti”. Gli USA intendono restare l’unica potenza globale, in una visione unipolare del mondo, quella uscita dal crollo del Muro di Berlino. Non solo si oppongono alle potenze regionali come Cina, Russia e India, ma temono (a ragione, nella loro concezione unipolare) le potenzialità di un’Europa unita, forte della sua cultura, tecnologia, qualità della vita; capace di dialogo e cooperazione con gli altri poli.

Che la visione unipolare degli USA confligga con il mondo multipolare di cui una coesa Unione europea potrebbe diventare tra i protagonisti, mi pare di tutta evidenza. Per l’establishment americano l’Europa – o divisa in Stati o in qualche modo unita – deve continuare ad essere un docile alleato nello scenario geopolitico mondiale. Non sia mai che possa diventare libera (cioè autonoma) e forte grazie alla vantaggiosa cooperazione con altri attori esterni all’influenza americana.

Anche il presidente Mattarella, nel messaggio di saluto per la Festa della Repubblica, ha chiaramente detto che “con la Costituzione l’Italia ha imboccato con determinazione la strada del multilateralismo, scegliendo di non avere Paesi nemici e lavorando intensamente per il consolidamento di una collettività internazionale consapevole dell’interdipendenza dei destini dei popoli, nel rispetto reciproco, per garantire universalmente pace, sviluppo, promozione dei diritti umani”. Questa, a maggior ragione, dovrebbe anche essere la mission dell’Europa unita.

Oltre oceano però ci vogliono divisi, quindi deboli, e costretti al ruolo di satelliti allineati. La Brexit, benedetta da Washington, va letta anche in questa chiave. Aggiungiamoci l’opposizione al North Stream 2 e più in generale alla cooperazione tra Europa (con la sua tecnologia) e Russia (con le sue riserve naturali), l’attivismo NATO in Ucraina dal 2014, le dichiarazioni di Biden (e Johnson) indirizzate solo verso una escalation militare del conflitto, con sempre maggiori invii di armamenti.

Biden viene a volte dipinto come un anziano un po’ rimbambito. In realtà si sta dimostrando un genio: facendo precipitare la situazione in Ucraina, o non facendo nulla perché precipitasse, ha demolito i rapporti Europa-Russia, ha ricostruito la cortina di ferro a dividere l’Europa, ha ridato un senso alla NATO e ai 778 miliardi di spese militari annue degli USA (contro 252 della Cina e 62 della Russia, ricordiamolo), ha indebolito le economie russa ed europee (in particolare quella tedesca) con un conflitto che si preannuncia lungo e logorante, ha creato uno sbocco di esportazione allo shale gas americano che noi europei pagheremo almeno il triplo del gas russo…

Se ci affidiamo alla saggezza degli antichi romani e ci domandiamo cui prodest?, la risposta mi pare abbastanza ovvia.

Speranza nell’Europa

L’abbandono della neutralità di Finlandia e Svezia, che hanno avanzato formale richiesta di adesione alla NATO (certamente non un segnale verso la distensione), dimostra che Putin ha commesso gravi errori di valutazione e prospettiva nel compiere la scellerata scelta di invadere l’Ucraina. Ma qualunque sia la percentuale di responsabilità della guerra che vogliamo addossargli, in concorso con Stati Uniti e NATO, a perderci sarà in primis il popolo ucraino, a ruota i russi e noi europei. Noi italiani, che non abbiamo odio pregresso verso nessuno dei contendenti, dobbiamo adoperarci per la pace, se non per convinzione almeno per interesse, dato che la guerra ci farà impoverire sempre più.

Se siamo europeisti per davvero, dobbiamo costruire un’Europa politica partendo dal nucleo “carolingio” con la Francia del rieletto Macron e la Germania, orfana della Merkel e così penalizzata dalla rottura dei rapporti con Mosca. A questa prospettiva, nel confronto di opinioni, si contrappone un atlantismo spesso acritico e non più aggiornato dai tempi del Piano Marshall. Se vogliamo tirare in ballo Degasperi, tanto rievocato da vetero-atlantisti, possiamo farlo: ricordando però che la sua fu una scelta facile, obbligata in quell’epoca; e che la sua più grande delusione, pochi giorni prima della morte fu il ripensamento francese di dar vita alla Comunità europea di Difesa, che la fece fallire.

Insomma, la vicenda ucraina ci sta dimostrando come sia difficile essere al contempo europeisti e atlantisti, prospettive che purtroppo confliggono, al pari della botte piena e la moglie ubriaca. L’alleanza (sudditanza) atlantica è tanto più comoda rispetto all’autonomia europea, che richiederebbe una visione lungimirante, coesione tra gli Stati-guida e decisioni coraggiose: roba da statisti. Il nostro ministro degli Esteri è Luigi Di Maio…

Come non capire il pessimismo di Guido Bodrato, che parla dell’Europa unita come di un sogno svanito? (CLICCA QUI)

Ma se hanno avuto capacità di visione i confinati a Ventotene nel pieno della guerra mondiale, non dovremmo noi oggi avere molta più energia e argomenti per sostenere il progetto dell’Europa Unita, essenziale attore di equilibrio, pace e cooperazione mondiale?

A darci conforto resta sempre valido lo spes contra spem, che da san Paolo passò a un pacifista a tutto tondo come Giorgio La Pira. La speranza è indispensabile nel cupo scenario che stiamo vivendo, avendo sempre a mente che esistono, in piena efficienza, 6375 testate nucleari russe e 6305 degli USA-NATO. Pensando a questi arsenali di morte, come si è visto non più capaci di essere un deterrente per la guerra “convenzionale”, acquista un senso – inquietante – l’esortazione di Macron nel “non umiliare Putin”. E soprattutto trae ancora più forza l’impegno concreto per essere costruttori di pace e difensori dell’umanità.

P.S.

Il colloquio pubblicato ieri di papa Francesco con i direttori delle riviste dei Gesuiti, merita di essere letto, in special modo per la parte sulla guerra ucraina. (CLICCA QUI).
Quando il Papa dice ai suoi interlocutori “vorrei che le vostre riviste facessero capire il dramma umano della guerra. Va benissimo fare un calcolo geopolitico, studiare a fondo le cose. Lo dovete fare, perché è vostro compito. Però cercate pure di trasmettere il dramma umano della guerra”, nel piccolo di “Rinascita popolare” ci siamo sentiti orgogliosi di aver dato un contributo con il nostro precedente editoriale (CLICCA QUI).

 Alessandro Risso

Pubblicato su Rinascita Popolare dell’Associazione i Popolari del Piemonte (CLICCA QUI)