Domani, 17 giugno 2022, si svolgerà presso la Camera dei Deputati, a Roma, un convegno dal titolo “Parole di cura. Tra giornalismo e informazione medico-scientifica” organizzato dal Consorzio Universitario Humanitas. Pubblichiamo un intervento del prof Mario Morcellini, Presidente del Comitato scientifico di Humanitas

La modernità pre-Covid si accontentava di una minima quantità di valori ma la verità è che tutti ci siamo accasati sull’idea che fosse un processo irreversibile. Sotto l’attacco della pandemia è apparso, finalmente, che l’accettazione supina di un declino etico rappresentava solo il pizzo da pagare ad una vacua retorica del progresso, mentre abbiamo definitivamente preso atto che essa indebolisce sia la società che gli individui. Senza un’interpretazione chiara del compito della socializzazione, lo stesso termine di società finisce per sancire la perdita di peso della vita in una scena dominata da un individualismo che non di rado sfocia nel nichilismo.

Ecco perché il Covid può accompagnare la percezione che una modernità tutta fatta di apparenze alimenti una nuova pienezza dei tempi in cui ridiventa necessario interrogarci sull’io e sull’autoriflessione (in altre parole su quel perno della cultura europea che chiamiamo cogito). Può allora apparire impaziente disegnare una convincente tipologia delle reazioni sociali alla pandemia, ma tutti sappiamo di aver riscritto le nostre priorità[1]. Siamo di fronte a una capacità di resilienza non lontana da una più autentica “presa di coscienza”, che può favorire il ritorno a un pensiero critico nuovo. C’è dunque quanto basta per accorgersi che cambiare può essere un percorso gratificante rispetto al passato recente, ricordandoci che solo una diversa consapevolezza può renderci migliori. Nulla quanto lo specchio della comunicazione mette in bella copia non solo le nuove scelte, ma la dinamica con cui esse si sono pronunciate e radicalizzate nel tempo, rendendo improbabile che possano essere completamente abbandonate una volta ritornati a una normalità senza aggettivi.

In tutte le situazioni di emergenza, infatti, la comunicazione riveste un’importanza straordinaria, sia per mantenere una soglia indispensabile di collegamento sociale, che per la “messa alla prova” dei media quali fondamentali elementi di orientamento e rassicurazione a fronte dell’aumento dell’incertezza. Durante la pandemia si è modificato profondamente il rapporto complessivo tra comunicazione tradizionale, fonti istituzionali e i tanti territori del digitale. Il trend, confermato da analisi e dati diversi, è un innegabile ritorno alla mediazione giornalistica e alla responsabilizzazione delle scelte.

La pandemia ha dimostrato dunque che da quel che Pupi Avati ha chiamato “la fine del cazzeggio comunicativo”,[2] può rinascere un’altra idea della comunicazione intesa come prossimità alle persone e agli eventi che le riguardano, riavvicinando così un autentico “racconto della vita” ed entrando in contatto con quella scelta strategica che intravvede nella prevenzione una realtà aumentata della cura.

Soltanto una filosofia comunicativa nuova, punto di riferimento di una riflessione non più rinviabile, contribuisce davvero a tornare alla vita dopo il Covid. E’ innegabile che una sfida così alta potrà trovare i suoi traguardi solo sulla base di un ethos comune che sappia inventare e sperimentare una comunicazione più autentica. Questo, del resto, è il senso più profondo della vera e propria rivoluzione copernicana proposta dal PNRR[3] e dall’importante capitolo sulla sanità intitolato non a caso “Missione salute”. Una rivoluzione d’altro canto preparata proprio nell’esercizio della professione medica durante la pandemia, che ha rinvigorito il vincolo deontologico incredibilmente moderno cui richiama il giuramento di Ippocrate.

In questo contesto di indubbia complessità sistemica, solo una regia capace di un “accompagnamento di trasparenza” dei cambiamenti, con dosi di comunicazione non esclusivamente specialistica, potrà segnare il successo.

Occorre dunque che le Istituzioni sappiano dar prova del necessario passaggio da un modello comunicativo dopato dall’emergenza ad una comunicazione di processo, in grado di assicurare passo dopo passo un’informazione “controllata” e “certificata” capace di contrapporsi alle patologie della disintermediazione, rimettendo al centro l’indispensabile e sistematico engagement dei professionisti da un lato e dei cittadini dall’altro.

La scelta etica di vedere nella comunicazione l’arma di una convocazione dell’opinione pubblica intorno al cambiamento fonda di per sé un progetto strategico nuovo. E’ la risposta più corretta a quanto abbiamo imparato durante il Covid: cambiare si può.

Una tale convinzione produce una novità storica nella messa alla prova della politica e soprattutto delle Istituzioni. Ma è anche una sfida per le professioni della conoscenza e della cura.

Mario Morcellini

 

[1] Sull’avvio di una ricostruzione post-Covid è esemplare il fascicolo della Rivista Paradoxa intitolato “Dopo. Aspettative, speranze, previsioni”, a cura di Gianfranco Pasquino, aprile/giugno 2021.

[2]  Ho commentato la lettera di Pupi Avati ai dirigenti Rai nel contesto delle prime risposte intellettuali all’emergenza Covid nel mio Antivirus. Una società senza sistemi immunitari alla sfida del Covid-19, (prefazione di Maurizio Costanzo), Castelvecchi, Roma 2020.

[3] Ho affrontato la necessità di una “campagna di comunicazione istituzionale” intorno al Piano italiano di “ricostruzione” nella Rubrica che firmo per la Rivista Formiche: “Trasparenza contro derive tecnocratiche”, Formiche, n.176, gennaio 2022.